• Tempo di lettura:6Minuti

Purtroppo nel calcio “moderno” è diventata una merce rarissima la figura del cd. allenatore a lungo termine. Ovvero, di chi porta una squadra al conseguimento di determinati obiettivi sportivi, plasmandone e consolidandone l’identità, in un periodo di tempo medio-lungo.

La prima impressione che salta all’occhio, magari quella più superficiale, guardando la carriera di Carlo Ancelotti, è il numero straordinario di titoli conquistati con le varie squadre che ha guidato, in Italia ed in giro per l’Europa. Verrebbe da pensare che il tecnico di Reggiolo, ovunque abbia allenato, sia stato capace di trovare la formula vincente. Anche a Napoli non era facile ricominciare da zero, dopo l’estetica trascendentale proposta dal “Sarrismo”.

Eppure, Ancelotti è riuscito comunque in questi pochi mesi a ridisegnare la squadra, con un 4-4-2 nient’affatto scontato e banale. Ad una più attenta analisi, però, appare evidente come Carletto sia stato un vincente tanto attraverso gestioni brevi, quanto nel lungo periodo.

Al Milan di Sacchi, per esempio, ha sperimentato un ciclo lungo, la cui longevità trova la sua spiegazione ed il suo fondamento pure sulla circostanza che dei rossoneri era stata una pedina fondamentale, punto nevralgico di un centrocampo meraviglioso com’era quello dei rossoneri al tempi degli “Olandesi”.

Al Real Madrid, al contrario, aveva assunto l’incarico con una precisa strategia, sicuramente a breve termine. Doveva vincere la Dècima, altrimenti per lui l’avventura sarebbe terminata dopo una sola stagione.

Chiaramente, i Blancos sono una realtà calcistica a sé stante, dove le aspettative sono altissime e difficilmente un allenatore può pensare di mettere radici solide su quella panchina. Specialmente se conclude una stagione senza vincere alcun trofeo. Tant’è vero che, soltanto un anno dopo aver conquistato la Champions League, oltre alla Copa del Rey, Ancelotti venne esonerato da Florentino Pèrez.

Quello che appare evidente, quindi, è che nei principali campionati europei, l’unica maniera per potere lavorare a medio-lungo termine, con una prospettiva ambiziosa e stimolante, è attraverso un ruolo da manager alla inglese. Vale a dire, tramite la pianificazione tecnico-tattica ed organizzativa del lavoro su base pluriennale.

Del resto, se Ancelotti ha trovato il suo habitat naturale proprio al Milan, nulla vieta di pensare che, scegliendo di accomodarsi sulla panchina degli azzurri, sia alla ricerca di un’avventura per certi versi analoga. Aveva già provato a sposare un progetto simile a Parigi, ma le cose non hanno funzionato come aveva preventivato.

Forse proprio durante una delle sue proficue esperienze all’estero, quella al Chelsea, Ancelotti potrebbe aver mutuato questa ambiziosa idea. Non più semplice Coach. Ma Manager nell’accezione inglese del ruolo, che non si cura solamente del rapporto con i giocatori, sul campo, ma approfondisce con la proprietà tutte le questioni necessarie per portare il club al successo.

Ecco, ingaggiando il tecnico di Reggiolo, il presidente De Laurentiis pare voglia sposare questa tendenza, con una visione per il futuro del Napoli che trascenda semplicemente un paio di stagioni.

In effetti, il rapporto con un presidente particolarmente esigente, al limite dell’invadenza, ha caratterizzato quasi tutta la carriera in panchina di Ancelotti.

Al Chelsea, le pressioni e le aspettative di Abramovich iniziarono probabilmente il giorno stesso in cui Carletto comincio la luna di miele con i Blues. Il tycoon russo è un presenzialista, ma il tecnico di Reggiolo è sempre stato capace di gestire questo tipo di personaggi, ne smorza le insistenze evitando di andare allo scontro aperto, riesce sempre a sottrarsi al muro contro muro, rispondendo all’aggressività della proprietà con freddezza e razionalità.

Nonostante Ancelotti sia stato il primo allenatore, nella storia del Chelsea, a conquistare il Double, vale a dire Premier League e FA Cup nella stessa stagione, la parabola a Stamford Bridge si concluse prima della naturale scadenza del suo contratto triennale.

Verrebbe da dire, un esonero inevitabile, alla luce del progressivo deterioramento del rapporto con Abramovich. A comprometterlo fu la somma di tante piccole incomprensioni. Su tutte, il licenziamento di un membro dello staff tecnico, Ray Wilkins, che era stato scelto direttamente da Ancelotti appena arrivò a Londra, per i suoi trascorsi in serie A e la conoscenza della lingua italiana, sostituito con un uomo scelto direttamente dalla proprietà, Michael Emenalo, esperto di scouting, ma in imbarazzo a lavorare con i giocatori, sul campo, vista l’esperienza limitata soltanto al monitoraggio degli avversari. Una evidentissima ingerenza nell’autonomia di un allenatore che, al contrario, fa proprio della serenità instaurata con tutto l’ambiente di lavoro, e non solo con i giocatori, una delle sue certezze più granitiche.

D’altro canto, la fiducia reciproca è la punta della piramide relazionale che Ancelotti instaura con chiunque interagisca con lui, fuori e dentro il terreno di gioco. Però, guai a mancargli di rispetto. Specialmente quando a sottrargli massicce dosi di fiducia è lo stesso che ha fatto carte false per ingaggiarlo, strappandolo alla concorrenza agguerrita di mezza Europa.

Quando nel 2011 Ancelotti arrivò al Paris Saint Germain, a metà stagione, fortissimamente voluto dal presidente Nasser Al-Khelaifinonostante i parigini fossero comunque in testa alla classifica, l’intenzione del miliardario qatariota era quella di affidare la guida tecnica ad un allenatore che facesse fare al PSG il definitivo salto di qualità, nel gotha dei Top Club d’Europa, gestendone il progetto di crescita a medio e lungo termine.

Carletto si fece sicuramente affascinare da Leonardo, direttore sportivo dei parigini, capace di coinvolgere l’ex compagno di squadra ai tempi del Milan in una sfida impegnativa: diventare, nell’arco di due o tre anni, una delle squadre maggiormente accreditate per la vittoria della Champions League. A quei tempi, il PSG non era strutturato come adesso, che ogni cosa è al suo posto, con tutte le persone che lavorano dentro e fuori il terreno di gioco abili nel gestire i rispettivi campi di competenza.

Spettava proprio ad Ancelotti l’arduo compito di introdurre le condizioni per far emergere quella mentalità vincente, tipica delle società che voglio imporsi, calcisticamente e come modello organizzativo. Non a caso, arrivò che il PSG era primo, ma chiuse al secondo posto. Gettando basi per la conquista della Ligue 1, la stagione successiva.

Insomma, Ancelotti è un allenatore che riesce a far funzionare le cose, mantenendo la squadra sempre tranquilla. Ogni membro della rosa si sente parte integrante del gruppo, senza alcuna distinzione tra titolari e riserve, tra Top Player (o presunti tali…) e comprimari. Così, tutti lavorano verso un obiettivo condiviso.

La chiave del suo successo, al contempo, è un’altra: l’abilità di saper gestire presidenti caratterialmente esigenti, quasi mai dotati di “pazienza certosina”. Tuttavia, ovunque sia andato ad allenare, in Italia ed in giro per l’Europa, il suo stile non è mai cambiato. Magari ci mette un pochino per mutuare il clima che desidera instaurare, fatto di cordialità e collaborazione.

È innegabile, però, che una volta ambientatosi, in società, con la squadra e nello stesso tessuto cittadino in cui opera, i risultati siano dalla sua parte. Allora, se Ancelotti pare sia riuscito a trovare sotto il Vesuvio l’ambiente che gli calza a pennello e De Laurentiis ricambia questa armonia, sarebbe davvero il caso di domandarsi dove possa effettivamente arrivare il Napoli di Carletto!!!

 

Francesco Infranca