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Nonostante il girone di andata sia stato dominato dalla Juventus, ed il vantaggio dei bianconeri sul Napoli (+9) appaia abissale, la classifica della Serie A ha ribadito con chiarezza che gli Azzurri, almeno in patria, sono i competitor più credibili per cercare di contrastare lo strapotere della Vecchia Signora. La squadra di Ancelotti sta marciando a ritmi da “quasi” capolista. Il punto è che è il rendimento tenuto dalla Juventus ad essere davvero eccezionale: 53 punti conquistati, con 17 vittorie e soltanto 2 pareggi sono un ruolino di marcia in apparenza difficilmente contrastabile. Sono proprio questi numeri che non devono far perdere di vista l’importanza del lavoro fatto finora dal tecnico di Reggiolo, assai coraggioso nell’apportare sostanziali cambiamenti ad una squadra capace di riprodurre un certo tipo di calcio ad occhi chiusi, sfilandosi progressivamente da uno stile di gioco tambureggiante, per lasciare spazio ad un sistema più ragionato. In quest’ottica, è significativo che, al netto di una metamorfosi sicuramente meno affascinante sul piano dell’estetica trascendentale, il Napoli attuale abbia soli 4 punti in meno rispetto a quello della scorsa stagione. Sebbene il bilancio degli Azzurri sia tutto sommato positivo, comunque non mancano le perplessità.

Interpretare i cambiamenti

Il sistema di gioco scelto da Ancelotti per il suo Napoli è certamente un terreno scivoloso e minato per detrattori e “nostalgici”. Il passaggio dal 4-3-3 al 4-4-2 non certifica la voglia di attuare un calcio di stampo più “tradizionalista”, basato difensivamente sulla copertura degli spazi in ampiezza e profondità attraverso tre linee ben definite, nonché sulle ripartenze e la verticalità in attacco. Per il tecnico di Reggiolo, infatti, non è importante la formula numerica con la quale schierare la squadra in campo, che è un concetto meramente numerico, bensì l’interpretazione della partita, la necessità di adattarsi in funzione del comportamento tenuto dagli avversari nelle due fasi. Una dinamica in continua evoluzione, dunque, a seconda che possesso e non-possesso palla siano del Napoli, piuttosto che dell’antagonista di turno. È indubbio che gli Azzurri, rispetto alla precedente gestione tecnica, siano cambiati. Non pressano più “alti”, difficilmente vanno a prendere l’avversario nelle metà campo opposta in maniera sistematica, attaccando il portatore ed accorciando sugli appoggi. Spesso preferiscono abbassarsi fino ai 16 metri, per ribaltare poi velocemente l’azione in caso di riconquista. Ma sono rimasti anche fedeli ad un preciso principio ispiratore. Ovvero, muovere la palla continuamente per smarcarsi e occupare gli spazi avversari. Ergo, il problema non è il sistema di gioco. Piuttosto la lettura delle giocate da parte dei singoli calciatori. Contro il Bologna, domenica scorsa, il Napoli ha compiuto il medesimo errore di interpretazione, già visto con Chievo e Spal. Tutte squadre che al San Paolo si sono difese in maniera compatta ed organizzata, senza concedere troppi spazi tra le linee. Contro questo tipo di avversari bisogna avere pazienza, far girare bene la palla, con ritmo e velocità di esecuzione nei passaggi, massimo due tocchi. Per farlo in maniera efficace occorre avere contestualmente mente lucida, “gamba” tonica e distanze corte tra i reparti. La mancanza anche di uno solo degli elementi sopracitati determina una interpretazione farraginosa e poco incisiva del piano gara pensato dall’allenatore. Logicamente, alla mancanza di coralità nello sviluppo della manovra, sopperisce poi il talento individuale e la “giocata” risolutiva del singolo: la fisicità di Milik con i felsinei, la reattività di Meret contro gli estensi.

Un nuovo protagonista si prende la scena

Un’altra “sofferenza” per il Napoli in talune circostanze è stata lo sviluppo della manovra in fascia. La superiorità numerica del Bologna in mediana – situazione tattica subita pure contro Chievo e Spal -, con tre centrocampisti opposti ad Allan e Zielinski, ha costretto gli Azzurri a cercare di produrre gioco con continui cambi di campo, tali da favorire le catene laterali. Anche contro i felsinei, con il suo temperamento e la sua freschezza atletica, Malcuit ha dimostrato di poter essere ben più di una semplice alternativa, buona soltanto per far rifiatare il (presunto) titolare. Il francese deve imparare a gestirsi, perché, pur avendo “gamba”, tale da consentirgli continui inserimenti in fascia, sia in sovrapposizione, che attaccando lo spazio e superando efficacemente l’uomo in situazione di 1 contro 1, nei convulsi finali di gara perde un po’ di lucidità. Se impara a dosare meglio le forze, circostanza che, al momento, ne limita la perfetta brillantezza difensiva, la fascia destra potrebbe aver trovato finalmente l’interprete ideale, degno contraltare del recuperato Ghoulam, sul lato opposto del campo.

Questo attacco può solo migliorare

A proposito di fascia. Nella squadra disegnata da Ancelotti a sua immagine e somiglianza, esiste un nesso di conseguenzialità tecnico-tattica tra i movimenti della coppia d’attacco e gli esterni di centrocampo. Quando giocano i due “piccoletti”, come nella seconda parte della ripresa con l’Inter, a San Siro, gli Azzurri provano ad aprire il campo, con Mertens che da ampiezza, mettendo praticamente i piedi sulla linea, per favorire l’inserimento di Zielinski o Fabiàn Ruiz. Defilandosi lateralmente, “Ciro” concede ai compagni uno spazio da attaccare. Al contempo, però, perde la possibilità di dialogare nello stretto con Insigne. Contro il Bologna, al contrario, con l’ipotetico cono di luce della porta occupato da Milik, abile nel saturare lo spazio centrale, lo svolgimento del tema offensivo è stato un po’ diverso. Se parliamo di livelli qualitativamente altissimi nell’interpretazione della manovra offensiva, infatti, l’allenatore del Napoli pretende dai suoi esterni “alti” di entrare dentro il campo e palleggiare, per ovviare alla pressione avversaria. Quello opposto alla posizione della palla si accentra e viene a giocare tra le linee, alle spalle della mediana avversaria, in aggiunta alle due punte. A destra, Callejon ormai è una certezza. Anche con i felsinei ha percorso rotte e traiettorie note solo a lui, sconosciute, invece, alla coppia Helander–Dijks, che doveva fronteggiarlo. È indubbio che lo spagnolo, nell’interpretazione di un diverso sistema di gioco, ha portato a compimento la sua evoluzione: da “semplice” attaccante esterno, con propensione offensiva agli inserimenti ed ai tagli alle spalle della linea difensiva avversaria, a centrocampista completo, che non si risparmia corse e chilometri in più per il bene della squadra. Chiaramente, questa trasformazione ha prodotto conseguenze “nefaste” sulla vena realizzativa di Callejon, fermo ancora a zero reti. Situazione insolitamente nuova per uno come lui.

 

Francesco Infranca