L’istantanea di Raúl Albiol che alza al cielo l’Europa League rappresenta l’ennesimo capolavoro firmato da “El Jefe”.

Genera gioia all’ombra del Vesuvio. E lascia un po’ di amaro in bocca ai tifosi del Napoli. Consapevoli di avere in rosa un difensore fortissimo. Forse andato via con troppa fretta. Invero, Raúl aveva manifestato la ferrea volontà di tornare in patria. La società volle accontentarlo, dopo tutto quello che lo spagnolo aveva profuso, in termini di impegno e applicazione, nelle stagioni di Benitez e Sarri.

Pertanto, approfittò della clausola risolutiva inserita nel suo contratto, accettando il pagamento di sei milioni di euro per liberarlo.

Leadership tecnica e mentale, quella di Albiol

Il trionfo del Villarreal passa anche attraverso la leadership garantita dall’ex centrale dei partenopei. Nonché, dalla sua capacità di mantenersi costantemente lucido nei momenti di maggior difficoltà.

Quelli, per inciso, in cui il Manchester United ha profuso il massimo sforzo, nell’ottica di ribaltare le sorti di una partita fortemente condizionata dalle scelte di Unai Emery.

In effetti, il tecnico ha plasmato il Submarino amarillo, adattandolo ad una precisa filosofia calcistica. Ovvero, costruendo una squadra assai solida. Che prevede un gioco elaborato, sviluppato in funzione del possesso. Con un attacco posizionale ragionato. Ma comunque ugualmente difficile da contenere.

Per farlo, è partito proprio dalla efficacia sotto palla. Con la chiara intenzione di esaltare le caratteristiche del suo principale punto di forza difensivo.

Innanzitutto, perché Albiol, particolarmente pulito nel tocco, e quindi nella primaria costruzione dal basso, permette al Villarreal di occupare meglio il campo in uscita. Privilegiando l’inizio dell’azione, creando connessioni associative orientate principalmente sul corto.

Ma gratifica la squadra in virtù di un apporto imprescindibile: tante piccole cose, magari impossibili da misurare tatticamente, tuttavia, difficilmente ignorabili.

Così, dopo una sequenza infinita, scandita da ben ventidue rigori, il sogno del Submarino Amarillo, alla prima finale della sua storia, è diventato realtà. Gettando nel delirio più totale una comunità di circa 50mila abitanti, poco avvezza alle manifestazioni inconsulte di gioia irrefrenabile. Del resto, calcisticamente parlando, finora la piccola città di Villarreal, escludendo due Intertoto, non aveva mai vinto nulla prima della serata di Danzica.

La firma di Emery sull’Europa League

Tangibile la mano di Emery, ormai abituato a collezionare Europa League. Infatti, portandosi a casa l’ennesima Coppa a forma di portaombrelli, l’allenatore ha stabilito un record. Con quella di ieri, sommata alle tre di fila con il Siviglia, ha arricchito la sua personalissima bacheca del quarto successo in questa competizione.

La favola del Villarreal smentisce categoricamente tutti quei Soloni dell’italico pallone che sostengono la tesi per cui, se vuoi vincere qualcosa, devi necessariamente avere un gruppo industriale di spessore alle spalle. Una proprietà inserita stabilmente nel tessuto della finanza globalizzata.

Uno stereotipo oppure una forma di pregiudizio, che troppo spesso viene propagandata ai tifosi per giustificare incompetenza o cattiva programmazione.

La squadra di Emery, quindi, non solo smentisce questa visione limitata. Dimostrando che oculatezza gestionale e cultura del lavoro, in certi frangenti, sono in grado di surrogare budget elefantiaci e massicci investimenti a fondo perduto.

Imperdonabile trascurare l’ex Coppa Uefa

Ma ha sottolineato pure quanto sia poco lungimirante trascurare l’ex Coppa UEFA. Indubbiamente, offre guadagni minori. Inoltre, non soddisfa certamente quelle società che intendono dare visibilità al loro brand, veicolandone l’immagine a livello internazionale.

In ogni caso, derubricarla a mera scocciatura infrasettimanale, soltanto perché si gioca il giovedì, piuttosto che percepirla alla stregua di una risorsa da valorizzare e sfruttare appieno, appare veramente un errore strategico.     

L’esempio del Villarreal è emblematico. Arrivando settimo in Liga aveva acquisito solamente l’accesso alla Confederation League. Cioè la terza Coppa europea, reintrodotta dalla Uefa a partire dalla prossima stagione. Adesso invece ha conquistato il diritto a disputare direttamente la Champions.  

La verità è che l’Europa League, specialmente in Italia, viene considerata con atteggiamento spocchioso. Una sorta di lontana parente, fastidiosa e indigente. Insomma, nulla a che vedere rispetto all’opulenta e ricchissima Coppa dalle Grandi Orecchie.

Francesco Infranca