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La stagione del Barcellona può essere idealmente divisa in due metà. La prima tragicomica, con la prematura eliminazione nella fase a gironi di Champions per mano di Bayern Monaco e Benfica.

Quindi il ritorno di Xavi, impegnato a scalare la Liga, partendo da dietro. Una risalita carica di inevitabili aspettative.

Viste le premesse, tuttavia, il quarto posto attuale, in coabitazione con l’Atletico Madrid, ma distante anni luce dalla vetta occupata dal Real, può essere considerato un piazzamento non da poco.

Quell’esonero (quasi…) necessario

Soprattutto alla luce dei disastri combinati da Koeman, cui viene imputato il tentativo di edificare una cattedrale nel deserto su concetti poco chiari.

Arrivato carico di aspettative, invece, s’è dimostrato incapace di aprire un nuovo ciclo, snaturando i princìpi del gioco di posizione tradizionalmente cari all’esigente pubblico del Camp Nou.  

Sembra che l’unica certezza che il tecnico olandese sia riuscito a veicolare nell’intero ambiente barcelonista è di accomunare la sua gestione a quella nefasta di un altro santone: Louis Van Gaal.

Guarda caso, l’ultimo allenatore ad aver “costretto” i blaugrana, poco avvezzi per indole e storia all’Europa League, a cimentarsi in quella che in tanti definiscono la cugina povera della Coppa dalle Grandi Orecchie.

All’epoca, nel 2003/04, il trofeo si chiamava ancora Coppa Uefa.

L’anno prima il Barcellona non era riuscito ad andare oltre la sesta posizione in classifica. Proprio con Van Gaal al timone, poi esonerato. E sostituito in panchina da Frank Rijkaard.

Ad amministrare la fase di rifondazione fu eletto presidente, oggi come allora, Joan Laporta. Nuovamente in sella dal marzo del 2021, dopo aver già guidato il club dal 2003 al 2010.

Quando si chiamava Uefa

L’eredità di quella stagione fallimentare consisteva dunque nella partecipazione alla Coppa Uefa. Sotto certi punti di vista, una mera seccatura, per le ambizioni del Barça.

Che per rilanciarsi prepotentemente aveva fatta man bassa sul mercato. Infatti, era arrivato Ronaldinho, dal Psg. Affiancato da uno dei migliori talenti in circolazione: l’esterno portoghese Ricardo Quaresma.  

Nonché tre solidi giocatori, che avrebbero teoricamente dovuto garantire il sospirato salto di qualità, colmando il gap tecnico ed emotivo con i Galácticos di Florentino Pérez.

Il migliore portiere turco (Rustu), un solido centrale messicano (Márquez). Oltre a Van Bronckhorst, laterale sinistro assolutamente affidabile.

Inoltre, fu promosso definitivamente in prima squadra dalla Masía, l’astro nascente Andrés Iniesta.

Memorie di un Barcellona perdente

Paradossalmente, quello che sembrava potesse essere un cammino in discesa, una sorta di cavalcata trionfale fino alla Finale di Göteborg, si rivelò un mezzo fiasco.

Chiaramente, allo stadio Ullevi i culés non ci arrivarono mai: per la cronaca, a vincere la manifestazione fu il Valencia di Rafa Benítez, opposto al Marsiglia.

Dopo il primo turno, superato in scioltezza dal Barcellona, rifilando pure un rotondissimo 8-0 agli slovacchi del Matador Púchov, tocca ai greci del Panionios subire una doppia scoppola.

Ai Sedicesimi vengono regolati i danesi del Bröndby, che non rappresentano certamente un ostacolo trascendentale. Arriviamo agli Ottavi.

L’andata, in Scozia, vide il Celtic imporsi 1-0. In una gara contraddistinta da ben tre espulsioni. Mentre le squadre rientravano negli spogliatoio, al termine della prima frazione di gioco, scoppiava una rissa nel tunnel. A farne le spese, il portiere degli scozzesi Douglas ed il centrocampista azulgrana Motta.

Alla ripresa delle ostilità, Saviola scalciava Alan Thompson (che poi avrebbe messo a segno la rete decisiva), raggiungendo anzitempo gli spogliatoi.  

Il match di ritorno fu un capolavoro difensivo di Martin O’Neill, che forte del vantaggio minimo, schierò una squadra ordinata e diligente sotto la linea della palla, chiudendo ogni possibile varco ai padroni di casa.  

Così il Barcellona fu eliminato dal torneo in cui era considerato il favorito naturale.

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