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Si sta parlando tanto del gap che la Serie A ha accumulato dalla Premier League. Già dai diritti TV i club inglesi percepiscono circa il triplo, mentre a livello di stadi siamo troppo indietro. Il “paracadute” non funziona e a fine stagione ci sono tante partite con poco o nulla da dire.

Innanzitutto rigettiamo con forza l’idea di una Superlega europea, con campionati nazionali senza promozioni e retrocessioni. Nelle modalità di cui si parla (ma che hanno trovato molti oppositori) non si farà mai.

Vediamo tuttavia le possibilità per rendere il calcio italiano (e non solo) più meritocratico e, allo stesso, tempo spettacolare. L’idea che lanciamo è volta a salvaguardare la meritocrazia, bilanciando gli interessi delle big e delle realtà di livello inferiore.

Venendo alla Serie A, sarebbe opportuno ridurre gradualmente il numero delle squadre. A medio termine magari lo porteranno a 18, ma nella nostra idea è portarlo a 16. Poche ma buone, poche ma di qualità, poche ma che rispettino certi requisiti. Il tutto in vista di un prodotto di maggior qualità. Con il giusto lavoro si andrebbe a rinegoziare il contratto per i diritti TV, con i club di serie A pronti a ricevere 1,5-1,6 miliardi in totale nel giro di qualche anno. Cifra non a caso: se venissero divisi i diritti equamente, andrebbero nelle casse delle 16 squadre 100 milioni a stagione. Ma la nostra divisione non è “comunista”. Le voci attuali per la suddivisione sono valide, ma c’è troppa sproporzione. Tra la prima e l’ultima la differenza non dovrebbe essere superiore al doppio. A quel punto un’ultima prenderebbe magari 65 milioni e la prima 130 (a mero titolo esemplificativo).

Ma allora le piccole sarebbero beneficiate e potrebbero crogiolarsi? Non proprio. Siamo per l’introduzione di stretti parametri finanziari, con obblighi di investimento sul settore giovanile, l’espansione del brand e le strutture.

Proprio il settore giovanile sarebbe il nostro cavallo di battaglia. Il nostro sogno, in questa utopica battaglia, sarebbe che a livello europeo venisse attuato un salary cap intelligente. Le società potrebbero avere un tot come salary cap da calciatori acquistati (ad esempio 100 milioni, da adeguare stagione dopo stagione), ma non vi sarebbero limiti per i calciatori fatti in casa. Ad esempio, io Barcellona devo adeguarmi e pesare bene gli ingaggi dei miei acquisti, ma poi posso dare 60 milioni netti a Messi, 15 netti a Busquets, come ne davo 20 netti a Xavi e Iniesta. A quel punto, un Barcellona potrebbe arrivare a dare anche 300 milioni di euro di ingaggi totali, cifra che più o meno elargisce adesso. Il Barcellona di Guardiola, che vantava mezza squadra proveniente dal settore giovanile, non sarebbe stata assolutamente danneggiata dal salary cap.

A quel punto vi sarebbe l’obbligo (ma anche la necessità) per i club di ricorrere al settore giovanile, investendo in strutture e scouting, con nessun interesse a cedere il 19enne di talento. Un Milan in questo senso troverebbe terreno fertile, proprio perché ha in rosa (anche tra i titolari) vari elementi del settore giovanile. Ai 100 milioni (cifra esemplificativa) del tetto ingaggi, i rossoneri potrebbero aggiungere quelli di Donnarumma, Calabria, Cutrone, etc.

Ma chi verrebbe danneggiato da questo sistema tra le big? Beh, sicuramente gli sceicchi. La meritocrazia è volta a salvaguardare le idee, le spese virtuose e il lavoro sul settore giovanile. Siamo in un calcio in cui spendi e spandi a piacimento, con buona pace del Fair Play Finanziario. Con norme di questo tipo, lo sceicco dovrebbe adeguarsi e puntare ovviamente sul settore giovanile.

E in Italia che ne sarebbe delle piccole? A squadre di livello inferiore verrebbero date comunque le stesse opportunità, con maggiori proventi dai diritti TV, ma con obbligo di lavorare sul settore giovanile e mettere i conti a posto. Un Empoli ha avuto per anni un settore giovanile di livello. Con un fatturato di 90 milioni (i 65 dai diritti TV più altri introiti, ad esempio) potrebbe comunque giocarsela diversamente. Direte voi: “Che esagerazione! 90 milioni all’Empoli!”. Un club inglese agli ultimi posti in classifica ne fattura 150 e il nostro sistema sarebbe proporzionale.

E i criteri economici per stare in serie A? Conti a posto, obblighi di investimenti sul settore giovanile e sulle strutture. Se tu squadra di B sali in serie A sul campo, ma non hai fatto i compiti a casa, la promozione ti viene negata. Il paracadute sarebbe necessario, ma ci sarebbero criteri stringenti e ne beneficerebbe solo chi ha davvero rispettato questi dettami economici.