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Riesce difficile pensare che la Juventus vista contro il Villarreal possa essere definita il “manifesto del calcio italiano”. I problemi della squadra di Allegri nascono dalla struttura della sua squadra e di certo non da una data filosofia di gioco assimilabile a tutte le squadre del nostro campionato. Le scuole di pensiero dei tecnici che popolano la nostra Serie A sono talvolta agli antipodi e i fallimenti europei di quasi tutte le squadre hanno matrici ben diverse rispetto all’equazione, decisamente qualunquista, che vede un legame tra il fallimento della Juve ed il fallimento del nostro Calcio a livello europeo.

Ha fallito la Juve, non certo il campionato italiano, e ha fallito per un motivo molto semplice: il centrocampo bianconero non è all’altezza. Pletore di allenatori vincenti convergono su un’idea comune: la zona nevralgica del campo è tutto. Il cervello degli undici passa per il centro e la Juve, che si è incredibilmente rinforzata a gennaio, non ha posto rimedio a un problema che, se non verrà risolto, non le consentirà mai di superare determinati ostacoli. Sparare addosso ad Allegri è molto semplice quanto semplicistico. Deridere il suo: “So chi ho a disposizione, non posso rimproverare nulla ai miei giocatori”, che ai più può sembrare una giustificazione, in realtà è una presa di coscienza che dovrebbe essere sposata dai tifosi juventini, non denigrata.

La Juve, molto semplicemente, non ha un centrocampo di personalità. Non è un caso che il tecnico livornese avesse caldeggiato il ritorno di Pjanic in estate. Lasciare l’impostazione al difensore centrale (Bonucci) o bypassare la zona nevralgica del campo può aiutare nel breve termine ma, in una competizione come la Champions, non è ammissibile. Nessun giocatore a disposizione di Allegri è il Pirlo o il Pogba che ha permesso ad Allegri di arrivare alla finale di Cardiff, senza andare a rivangare interpreti mitologici vecchi di decenni. Senza un valido raccordo tra il reparto difensivo e quello offensivo, senza l’adeguata copertura o il giusto supporto alle punte, a certi livelli si soccombe.

Emery non ha fatto altro che mettere in evidenza le lacune della squadra bianconera, lasciandola palleggiare (e passeggiare) sterilmente, ben conscio del fatto che non ci fosse nessun giocatore della Juve in grado di trovare l’imbucata. Che non ci fosse un campione capace di dettare i tempi, di accelerare i ritmi se necessario o di rallentarli per far rifiatare la squadra. Il Villarreal non ha avuto bisogno di creare le famose “gabbie” intorno a un costruttore di gioco, fattore che avrebbe portato uomini fuori posizione e scoperto la linea Maginot eretta dagli spagnoli.

Emery ha sfruttato il vero “manifesto” del calcio italiano: il tempo effettivo

L’astuto tecnico spagnolo ha aspettato che entrasse in gioco la seconda variabile, quella del tempo “effettivo”, per poi colpire: un difetto, questo sì, tutto italiano. I gol e le ripartenze del “Submarino Amarillo” sono arrivati tutti nel finale di gara. Un caso? Forse, o forse no. Perché se in Italia la classe arbitrale frastaglia il gioco e abbassa il tempo effettivo, in Europa il discorso è diverso. In Italia si corre per 40 minuti, ed i giocatori hanno ossigeno in testa e nelle gambe per quei minuti. Il resto del tempo si perde in proteste, simulazioni, falletti a centrocampo sempre sanzionati, continue interruzioni. Si fischia, insomma, molto di più rispetto al resto d’Europa dove il tempo effettivo si attesta sui 60 minuti. Emery, da navigato “copetero” ha semplicemente aspettato che i giocatori della Juve non ne avessero più.

Tra le due cause individuate, “il manifesto del calcio italiano” è questo: il calcio senza contatto che deriva dalla tutela sì, ma anche dalla paura che hanno i nostri arbitri di perdere il controllo dell’agonismo della partita, sottoposti a una pressione senza eguali nel resto d’Europa. Il danno sul fiato e sulle gambe delle squadre italiane si manifesta in Europa e accomuna tutte le squadre. Basti pensare anche all’Inter con il Liverpool che, soprattutto nella gara di andata, è arrivata a giocare ad armi pari fino allo scoccare del 70′ per poi soccombere.

Trovare una soluzione a questa differenza di metri arbitrali è materia complessa, ma esercitare una costante pressione sui nostri arbitri da parte di tutti gli addetti ai lavori di certo non aiuta ed anzi danneggia le squadre, che in Europa si aspettano il fallo e non lo ottengono, che non tengono fisicamente e mentalmente il ritmo di un’azione prolungata e tambureggiante soprattutto nei minuti finali. Difficile cambiare questa “strategia della pressione”; un malcostume tutto italiano che continuerà per chissà quanto tempo a danneggiare tutti. Gli arbitri, a causa di questo senso di insicurezza e mancanza di personalità fischieranno sempre di più per paura di sbagliare, danneggiando tutte le squadre indistintamente e rendendole fisicamente e mentalmente inadeguate a sopportare ritmi e metodi arbitrali più… europei.

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