Nella testa di qualcuno Florenzi era l’erede designato di una dinastia giallorossa, il capitano romano e romanista che avrebbe garantito quella continuità di leadership “fatta in casa” iniziata con Di Bartolomei, passata per Giannini e proseguita dal regno di Totti ed infine portata con orgoglio da De Rossi.

Inizialmente Alessandro era il “bello di nonna”, il ragazzetto che per la maglia cambiava ruolo e identità in campo mantenendo intatta la generosità: sguardo sveglio davanti alle telecamere, sembrava conscio del peso che quella fascia aveva nell’immaginario dei tifosi orfani del “Re” con il numero dieci.

Florenzi era perfetto, il nuovo “Kawasaki” Rocca, fino a quando un po’ i crociati (saltati ambedue come petardi), qualche screzio con la tifoseria e la necessità di sacrificarsi in un ruolo che non ne esaltava le qualità, hanno cominciato ad esporlo a continue critiche che lo hanno allontanato dapprima dal cuore dei tifosi, poi dalle scelte tattiche degli allenatori.

Dopo aver rinnovato per inerzia dopo l’addio di De Rossi, l’oramai terzino destro ha instaurato un rapporto conflittuale con Fonseca che non ne vedeva l’utilità tattica sia nel 4-2-3-1 varato ad inizio gestione, sia nel 3-4-2-1 odierno come esterno “tutta fascia”.

Dopo le ottime prestazioni col PSG, Florenzi ha ritrovato la Nazionale e anche la fascia di capitano (foto Twitter ufficiale Florenzi)

Florenzi aveva necessità di cambiare aria, per il suo bene e perché l’Europeo si avvicinava con lui pericolosamente fuori dalle “rotazioni” del CT Mancini. A gennaio 2020 il distacco con Roma è stato sofferto: al Valencia non si è ambientato, giocando a sprazzi e di certo non brillando in una squadra non certo di prima fascia.

Tornato in estate a Trigoria, Alessandro ha trovato le porte chiuse per la seconda volta e non se l’è fatto ripetere due volte: approfittando del vuoto dirigenziale dovuto all’insediamento dei Friedkin, si è accasato per un tozzo di pane, cinquecentomila euro, in prestito allo stellare Paris St-Germain di Neymar e Mbappe, vicecampione d’Europa dietro il Bayern schiacciasassi di Lewandowski.

Sotto la guida di Tuchel prima e Pochettino poi, il romano (e sempre romanista) ha giocato da titolare tutte le gare in cui è stato utilizzabile, grazie al grande spirito di sacrificio e abnegazione che non gli erano mai stati contestati neanche a Roma. Ritrovata la condizione ha sfornato prestazioni di grande spessore e qualità, ha vinto il suo primo trofeo da professionista, la Supercoppa Francese, e soprattutto ha ritrovato quel sorriso smarrito nell’ultimo periodo a Trigoria.

Il PSG non ha certo problemi di soldi e la nuova vita di Florenzi sotto la Tour Eiffel continuerà, con buona pace della Roma che ha legittimamente lasciato andare uno dei suoi “figli”, con la colpa grave di non aver saputo trarre un profitto degno di un giocatore del suo profilo.

Leonardo, direttore sportivo dei parigini, in questo periodo di vacche molto magre sa che l’opzione di riscatto a soli nove milioni di euro è un’occasione, per non dire un regalo, che non può farsi scappare per un giocatore del genere, affidabile e titolarissimo in una squadra di marziani.