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Se Walter Sabatini non esistesse bisognerebbe inventarlo: un personaggio unico e mai banale, colto e sanguigno allo stesso tempo, sembra uscito da uno dei romanzi di Proust e Bukowski che ama tanto. Il suo addio alla Salernitana è stato l’ultimo capitolo di una carriera fatta di amori sfuggenti e simbiosi quasi inscindibili, come quella che lo ha unito alla Roma per cinque lunghi anni: il matrimonio più lungo della sua carriera.

A Roma è considerato alla stregua di un santone, di un veggente capace di portare in giallorosso giocatori venuti dal nulla e rivenduti a prezzi da boutique, ed in molti tutt’oggi lo considerano il miglior direttore sportivo passato dalle parti di Trigoria. La sua confessione al Corriere della Sera, un retroscena che si era tenuto per se, alimenta qualche rimpianto e va a sommarsi alla lunga lista dei tanti “la Roma aveva preso Tizio ma poi…” che popolano la storia della squadra giallorossa, tra leggende di mercato e verità.

In questo caso il rimpianto si chiama Pogba, ancor prima che andasse alla Juventus, scartato da Sabatini per un diverbio con Mino Raiola:

“Ho avuto scontri tremendi con agenti che esageravano. Ma, per esempio, mi rimprovero ancora quando ai tempi della Roma litigai a sangue con il povero Raiola, perché venne a chiedermi una commissione di 4 milioni su un giovanissimo Pogba.

Ci insultammo a vicenda, oggi mi rammarico invece molto e sono convinto di aver fatto una cavolata colossale, perché quella era sì un’operazione eticamente ai limiti, ma alla fine avrei portato alla Roma un valore tecnico e patrimoniale enorme.

Non ho avuto il coraggio di farlo. Sono le cose del calcio: c’è una questione generale sulla quale siamo tutti, o quasi, d’accordo; poi ci sono le situazioni particolari, contingenti, nelle quali bisogna pensarci un attimo e valutare la bontà dell’occasione. Il calcio, spesso, si fa affrontando certe questioni”.