E così l’allenatore più vituperato di Euro2024 ha portato la sua squadra in finale: a dieci minuti dalla fine del match contro l’Olanda, con lo spettro dei supplementari paurosamente profilato all’orizzonte, Gareth Southgate pesca letteralmente il coniglio dal cilindro. In effetti, il commissario tecnico dell’Inghilterra fa una mossa a dir poco azzardata. Cioè sostituisce Kane e Foden, de facto i migliori in campo, per Watkins e Palmer. Una scelta sicuramente discutibile, non fosse altro che Bellingham, sino a quel momento, era stato davvero il peggiore dei suoi. E forse era giusto si accomodasse in panchina. Invece sono proprio i nuovi entrati, in evidente stato di grazia, a decidere le sorti della gara. Palla recuperata nella trequarti degli Oranje dall’attaccante del Chelsea, che stimola il centravanti dell’Aston Villa ad aggredire la profondità. Seppur defilato rispetto al cono di luce della porta, e con De Vrij a stringere la marcatura, in una frazione, Watkins stoppa col sinistro e di destro incrocia sul palo lontano: 2-1 per la nazionale dei “Tre Leoni”. Che adesso contenderanno il titolo alla favoritissima Spagna.

Insomma, proprio nell’istante in cui sembrava che l’Inghilterra fosse vicinissima a crollare emotivamente, ha trovato la scintilla per aspirare alla grandezza. E tornare ai vertici del calcio continentale. Mentre Southgate è passato da vittima delle sue stesse fragilità tattiche, a salvatore della patria. Un paradosso, se consideriamo che, pur essendo meno scarso di quello che pensano i suoi connazionali, viene comunque crocifisso dopo ogni partita. Trascurando un piccolo particolare: i “Bianchi”, ieri sera, hanno conquistato la seconda finale consecutiva all’Europeo. Che va sommata alla semifinale ai Mondiali 2016. Dimenticando la sliding doors dell’ultimo Mondiale, nei quarti di finale con la Francia. Un episodio che avrebbe cambiato la percezione della nazionale britannica: a sette minuti dal novantesimo, Kane calcia alle stelle il rigore del possibile 2-2. Una prospettiva che almeno statisticamente basterebbe a cancellare la disistima nei confronti dell’attuale c.t., pesantemente criticato nonostante stia riscrivendo a suon di risultati la storia.

Un’Olanda poco “totale”

Sul versante opposto, i “Tulipani” che tornavano a disputare una semifinale di un Europeo a vent’anni dall’ultima volta, sin dall’inizio del torneo hanno dato l’impressione di aver rinunciato alla loro identità. Abiurando i dogmi che sublimavano il “calcio totale”, per sposare un atteggiamento tattico diverso, dall’indole reattiva e difensivista. In altre parole: un sistema eretico, nient’affatto olandese. 

Probabilmente l’assenza per infortunio di Frenkie De Jong ha privato Koeman del regista ideale a sviluppare un certo tipo di gioco posizionale. Suggerendo al c.t. di affrontare la rassegna continentale con un modulo atipico. Anche ieri, due mediani – Schouten e Reijnders – piuttosto che il tradizionale triangolo di centrocampo. E una difesa che lavora in modo asimmetrico nella fase di possesso. Dove coesistono Dumfries a destra, abituato generalmente a battere l’intera fascia. Con l’utilizzo a sinistra di un centrale come Aké, che garantisce copertura alla linea.

Le chiavi dell’attacco affidate a Depay falso nueve, supportato da Xavi Simons sulla trequarti. A tratti, contro l’Inghilterra, il talento del 21enne, la scorsa stagione dominante in Bundesliga con la maglia del RB Lipsia, ma di proprietà PSG, è stato incontenibile. Abile nel leggere la difficoltà di Rice, che riceve di spalle e sotto pressione, decodifica a suo vantaggio la situazione. Convertendola subito nell’opportunità per scippare il pallone e aggredire lo spazio, portando in vantaggio i suoi con una rasoiata assassina. Peccato che in una serata di gala come quella di Dortmund, sia venuto meno il contributo più atteso. Assente ingiustificato, infatti, Gakpo: un esterno imprevedibile, cui piace condurre palla, e dribblare. Creando superiorità numerica e posizionale. I compagni non sono riusciti a isolarlo in situazione di uno contro uno, dov’è un fattore. Derubricandolo da variabile impazzita a intristito offensive player, incapace di rompere il ritmo, per superare l’uomo e risalire il campo velocemente.

Rosa profonda e forze fresche

Insomma, la forza di questa Inghilterra risiede nel pragmatismo di Southgate, che ha saputo cambiare, anziché proporre sempre il medesimo canovaccio. Approfittando della profondità dell’organico per razionalizzare gli uomini, e distribuire meglio il minutaggio. Vera arma che i britannici cercheranno di opporre domenica sera, a Berlino, agli spagnoli.

Del resto, la Premier League – la Lega più ricca e competitivo del Vecchio Continente – continua a produrre talenti eccezionali. Avallando così la speranza che il coro “Football is coming home” con cui i tifosi inglesi invocano ritualmente il ritorno alla vittoria dopo una lunghissima attesa possa finalmente concretizzarsi.

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