L’Italia fagocita i talenti: il fallimento della Nazionale è prima di tutto culturale

Il fallimento della spedizione Europea impone a Luciano Spalletti di accelerare il processo di rinnovamento dell’Italia, cercando energie e forze nuove da inserire nella lista dei papabili per la Nazionale. Le difficoltà non riguardano tanto i potenziali talenti del futuro (prossimo…). Bensì il contesto dove reclutarli. Tralasciando, almeno in questa sede, nomi nuovi di possibili convocati, risulta davvero complicato immaginare chi possa spostare gli equilibri. E’ apparso sin troppo evidente, infatti, che soltanto Donnarumma, al momento, può giustamente pretendere lo status di Top Player. Al di là del valore reale della Ligue1, il portiere del PSG rimane l’unico che ormai affronta con continuità “big” del calcio continentale, tipo Barcellona, Manchester City o Bayern. Il resto degli Azzurri si accontentano di vivacchiare all’interno di una comfort zone, che gli permette sì di misurarsi nelle Coppe. Però senza pretese o ambizioni di grandeur.

Del resto, la Serie A da tempo ha smarrito il fascino che aveva nel passato. Oggi decisamente impoverita rispetto alla moltitudine di talenti generazionali che ne affollavano le squadre negli anni ’80/90. Derubricato a mera “incubatrice”, il campionato italiano s’è trasformato in una doverosa tappa di passaggio, prima di spiccare il salto verso lidi maggiormente competitivi. Oltre che “cimitero degli elefanti”, per giocatori dal passato glorioso. Che non hanno imboccato il viale del tramonto. Ma comunque il meglio di sé l’anno già dato. Sembra che le istituzioni calcistiche, in primis il capo della FIGC, Gravina, con il consueto codazzo di scendiletto presidenziali annidati tra operatori dell’informazione e Opinioniente, continuino a non percepire l’enorme divario tra noi e gli altri.  La verità è che i Top Club europei, anziché comprare giocatori italiani, acquistano stranieri che militano in Italia.

La differenza non è affatto sottile. Anzi, finisce per continuare ad allargare l’enorme divario sul piano dell’uguaglianza dei valori tecnico-tattici. Questo rappresenta il vero problema. Che tentiamo di aggirare, aggrappandoci idealmente ai numeri. In Federazione sostengono costantemente la bontà del lavoro svolto a livello giovanile, snocciolando le vittorie recenti. L’Italia Under 17 laureatasi a giugno campione d’Europa. E ancora, un terzo posto ai Mondiali Under 20 nel 2017, un secondo posto agli Europei Under 19 nel 2018 e un’altra finale (persa…), agli Europei Under 17 del 2019. Peccato che quasi tutti i protagonisti di quei trionfi poi facciano una fatica terribile ad affermarsi tra i “grandi”.

Ecco che i vari Casadei, Pafundi o lo stesso Camarda – solo otto mesi più giovane di Lamine Yamal -, etichettati alla stregua di fenomeni in Primavera e nelle Under azzurre, restano a galleggiare nel limbo. Fortissimi per misurarsi coi pari età. Eppure, non abbastanza pronti per essere aggregati stabilmente in prima squadra. Complicato allora immaginare nulla di diverso di un loro uso col contagocce, magari solamente in Coppa Italia. L’alternativa, il prestito in cadetteria o Lega Pro, a raccattare spazio e minuti inibiti alla “casa madre”. Mentre all’estero i ragazzini sono sempre più impattanti.

Un dettaglio che rende veramente arduo il lavoro di Spalletti in ottica qualificazione al Mondiale 2026. Insomma, l’eliminazione da Euro2024 potrebbe addirittura essere il male minore per la Nazionale. Sempreché, chi la supporta stia seguendo una strada netta nel reclutare il talento. Altrimenti, resta la sgradevole sensazione che il “Sistema” sia in balia degli eventi, al punto che Paesi meno attrezzati del nostro possano sopravanzarci con estrema facilità.

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