Che bella Italia: domina per larghi tratti l’Albania ma un paio di disattenzioni provocano ansia

Scosso da vulcaniche passioni l’esordio dell’Italia agli Europei: i lontani bagliori di Wembley, dove conquistammo il titolo, faticavano da tempo a rischiarare l’orizzonte. Anche se proprio dal passato distante tre anni si riaffaccia una squadra in grado di stimolare raffronti avventurosi, perfettamente in linea con l’epica dei campioni in carica, che adesso dobbiamo difendere. Uno status che non è solo nella nostra testa. Perché la fiducia rimane qualcosa di ben più forte di qualsivoglia scaramanzia. E quando sembra non bastare, ci pensa il destino a scacciare la paura.

Pronti, via e siamo già sotto di un gol: cominciamo bene. Questo deve avere pensato Luciano Spalletti nell’immaginare la probabile reazione dei suoi. D’altronde, dal momento che gli fu chiesto di rialzare la testa, occupandosi delle macerie emotive post dimissioni di Roberto Mancini, il c.t. voleva rendere la Nazionale un laboratorio avanguardista. Con un gruppo così ricettivo, dunque, non deve essere stato complicato arricchire il gioco degli Azzurri con princìpi innovativi.

Ergo, l’abilità nel lavorare sulle caratteristiche dei singoli suggerisce di sperimentare qualcosa di diverso nella formazione da opporre all’Albania. Distillando un 4-2-3-1, privo di eccessivi integralismi. Ma rendendolo comunque seduttivo, con gocce di modernità. Tipo l’ideale imperfezione coltivata schierando due mancini a guidare la difesa: Calafiori e Bastoni. A completare la retroguardia, Di Lorenzo e Dimarco sui lati. In realtà, costruiamo a tre, perché l’interista si alza subito tantissimo, mentre il capitano del Napoli stringe la posizione. Il doppio pivote, Jorginho e Barella, connette con la giusta intelligenza le due fasi, sottolineando il carattere fortemente orientato alla gestione del possesso dell’Italia all’atto di costruire.  

In ampiezza con Chiesa e Dimarco

Un’attitudine ambiziosa, a tratti visionaria, quella dell’Uomo di Certaldo, capace di ripensare il suo modello di squadra, sintetizzando le tendenze più progressiste, attraverso un calcio fluido in cui i ruoli tradizionali sembrano definitivamente accantonati. Per valorizzare invece la superiorità numerica che possono garantirgli il dinamismo di Chiesa, Frattesi e Pellegrini tra le linee. A supporto di Scamacca, nient’affatto frustrato nel giostrare da unica punta.

Insomma, una Nazionale flessibile e pragmatica, in grado di modulare l’altezza della pressione, senza perdere il controllo delle distanze tra i reparti. Che esprime una manovra organizzata all’interno di un sistema riconoscibile, entro cui si cala il talento individuale. Ecco allora la tendenza all’uso offensivo dei centrali, che coincide con l’intuizione di scegliere Calafiori e non un destro naturale da affiancare a Bastoni. Soluzione funzionale a relazionare il difensore del Bologna con i centrocampisti, costretti quindi meno ad abbassarsi per favorire la risalita dal basso, considerando il solido dominio del pallone da parte dell’ex Roma e Basilea.

Il compito di calamitare l’ampiezza sugli esterni era affidato a Dimarco e Chiesa, larghissimi a saturare le fasce, al punto fa favorire un sovraccarico, seguito immediatamente dopo dal cambio fronte. Uno scenario che rappresenta la classica zattera di salvataggio buona per i momenti di tempesta. Visto che l’Albania preferisce tenere il baricentro bloccato nella propria metà campo, emerge chiaramente la necessità di cercare spazi lì dove ormai non ce ne sono più.

Il peso di Pellegrini sull’Italia

La fase di non possesso vedeva l’Italia determinarsi attraverso il 4-4-2, con Frattesi e Pellegrini che scivolavano all’indietro. E Barella che si allineava a Scamacca, favorendo il primo pressing.

Spalletti ha chiesto a Pellegrini un certo sacrificio. Cioè, allargarsi per ricevere aperto, piuttosto che aggredire continuamente il corridoio intermedio. Il commissario tecnico l’ha stimolato a uscire dalla comfort zone, spalancandogli nuove opportunità. Non soltanto mezzala, bensì adattarsi a oscillare tra i mezzi spazi e il centro. Non trascurando l’ipotesi di operare smarcamenti pure in zone più laterali. In effetti, stasera il romanista si è rivelato un discreto giocatore associativo.

Detto di Barella e Frattesi, la cui caparbietà nello scambiare il pallone nello stretto, senza perderlo mai, oppure strappare in conduzione, andando in profondità, li ha resi un enigma irrisolvibile per l’Albania, l’unico davvero sotto tono è stato Scamacca. Perché s’è limitato a fare le sponde, scaricando al sostegno e dopo piazzandosi là davanti forse in modo troppo statico.   

In definitiva, pur eccedendo talvolta in tranquillità, e rischiando di prendere clamorosamente il gol del pareggio al 90’, sventato da una uscita salvifica di Donnarumma, gli Azzurri conquistano i tre punti, dimostrando di poter competere a questi livelli. In attesa della controprova rappresentata dagli impegni con Spagna e Croazia.

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