Talvolta il calcio è ingiusto. Magari pure ingeneroso. Probabilmente stanno pensando questa cosa a Napoli, nella penultima partita con lo scudetto cucito sulla maglia. Frustrante quindi confrontarsi con la Fiorentina, consapevole che i padroni di casa sono padroni del destino azzurro in ottica Conference League. Quand’è così diventa poi complicato stabilire dove iniziano i meriti di una squadra e finiscono quelli dell’altra. Ma il vantaggio in termini di punti la Viola intende metterlo a frutto nel confronto diretto, che rappresenta davvero l’ultima chiamata per provare ad andare in Europa della squadra partenopea. Destinata evidentemente alla rivoluzione dopo le delusioni di quest’anno. Ecco com’è andata…  

Meret: 6.5

Difficile chiedere qualcosa di diverso al portiere del Napoli attuale. Le amnesie difensive spesso ne hanno incrinato il rendimento. Non a caso, in nemmeno un paio di minuti becca due gol imprendibili. Serve dunque rimanere concentrati per 90’, perché ogni piccolo errore può costare caro. E magari occorre metterci una pezza. Come al 24’, quando inchioda a terra il tiro di Beltran. Oppure quando vola e allunga la traiettoria di un insidioso tiro dalla distanza di Nico Gonzalez, a inizio ripresa. Reattivo pure sulla punizione a giro dell’argentino. E nel ripulire l’area piccola con un’uscita temeraria sul primo palo.

Mazzocchi: 5,5

Si dimostra incapace nel convertire l’arte difensiva in atteggiamento propositivo, del tutto inadatto, con quei piedi, a plasmare la forza per recuperare la sfera in anticipo e dopo uscire in conduzione. Pur dimostrando una feroce volontà di ribaltare il fronte. Quanto sia determinato lo si vede quindi non nel modo con cui potrebbe approfittare dello spazio aperto davanti a lui dalla salita di Kouame. Bensì, da come prova a chiudergli lo spazio sottopalla. Non spicca per doti tangibili, ma per quelle intangibili. Tipico esempio di come una squadra equilibrata abbia necessità di sapienti pesi e contrappesi.

Rrahmani: 6

Amir talvolta troppo indulgente nei confronti di Nzola (come in occasione del 2-1), uno che strizza l’occhio a comportamenti da centravanti posizionale. Il kosovaro, arcigno, tenta di disinnescarlo con grande applicazione. Magari nella testa di tifosi e addetti ai lavori resta maggiormente impressa la sua costante capacità di sintetizzare un rendimento ambiguo quest’anno. Leggendarie amnesie, alternate a durezza nei contrasti e carisma nel comandare il reparto arretrato, usando il fisico e l’istinto. Ma solo a tratti. Ormai ha abituato a questa dimensione altalenante. Va su che è una bellezza sul gol del vantaggio, mangiando letteralmente in testa a Martinez Quarta. A momenti si ripeteva a quindici dalla fine.

Ostigard: 6

Difendere non è solo una questione di superiorità tattica. Ma anche una questione di interpretazione. Perciò con coraggio spezza la linea per seguire Beltran, uscendo forte ed aggressivo. Scala sull’argentino, che agendo da trequartista, spesso rimane libero. E proprio nel momento in cui l’azione potrebbe trasformarsi in un potenziale pericolo, accorcia, respingendo di testa o di piede. Nessuna passività, quindi. Bensì una partita fatta di riflessi e letture immediate.

Olivera: 5

In generale lo sviluppo sulla fascia sinistra rimane abbastanza lineare, senza interscambi: Mathías basso e Kvara alto. Se l’uruguagio non spinge, preferendo un atteggiamento più conservativo, difensivamente dimostra notevoli insicurezze, dando fondo al proverbiale repertorio di spostamenti indisciplinati nella cura di Nico Gonzalez. Lavoro fisico da working class piuttosto che estetica trascendentale. Ma quanta difficoltà nel mantenere l’esterno argentino, che gli sfugge continuamente.

Lobotka: 6

Si impossessa della cabina di regia, senza l’impressione di voler accentrare su di sé le luci della ribalta. Lo slovacco varia le soluzioni, controllando il ritmo. Sfruttando tocco e sensibilità. Inoltre, garantisce spirito di abnegazione, e concentrazione. Che palesa attraverso il lavoro in copertura, facendosi trovare ovunque ce ne sia bisogno. Insomma, per ogni sbavatura da parte dei compagni, compare la rete di sostegno del suo sacrificio.

Anguissa: 5,5

Finito nell’occhio del ciclone della critica per la sua pigrizia, considerato quindi dai tifosi uno dei principali responsabili degli ultimi deludentissimi risultati, il camerunese ormai non ha più un grande margine di errore. Ergo, deve spremere ogni goccia di energia in copertura preventiva, correndo all’indietro per assorbire gli inserimenti dei trequartisti di Italiano, affinché la sua stagione riconquisti un barlume di credibilità. Cosa che gli riesce solamente a sprazzi.

Cajuste: 5,5

Prova a giocarsela alla pari, alzandosi a turno su Arthur o Bonaventura, senza subire per partito preso, quando la qualità del centrocampo di casa tracimava ovunque, e sembrava volersi prendere ampie porzioni di campo, manco gli spettassero di diritto. La manovra del Napoli sarà pure meno fluida quando passa per i piedi dello svedese. Però porta in giro per il campo la sua fisicità con la padronanza di un veterano. Magari avrebbe potuto sfruttare meglio due “seconde palle” sottoporta, sporche, rimbalzanti. Comunque difficili da amministrare.

Politano: 6

Il vantaggio di Nzola nasce da una sua follia gratuita. Con l’assillo di doversi scrollare l’uomo di dosso. Da una giocata del genere, il Napoli confeziona il “frittatone fantozziano” con cui i viola ribaltano il match nell’arco di un amen. Basterebbe questo a giustificarne la sonora bocciatura. Poi ti accorgi che si è rivelato l’azzurro che nella metà campo dei gigliati sceglie meglio dove attaccare e i tempi dell’inserimento. Come in occasione del palo centrato in pieno. Non trova spesso il supporto in sovrapposizione di Mazzocchi, almeno nel primo tempo. Meglio quando Anguissa gli si avvicina e scambiano tra loro costruendo le triangolazioni. Il rinnovato sostegno del terzino ex Salernitana nella ripresa lo facilita nelle ricezioni frontali.

(dal 75’ Ngonge: s.v.)

Un giocatore in missione, agile e elegante allo stesso tempo. Spavaldo quando entra e tenta accelerazioni imprendibili. Dimostra con impegno di voler scalare un passettino alla volta le gerarchie interne.

Simeone: 5

Con l’infortunio di Osimhen, i tifosi si saranno chiesti a che santo votarsi, di grazia, per avere un centravanti come Dio comanda? El Cholito accoglie la supplica e fa a sportellate con Milenkovic, provando a trasformarsi nel giocatore chiave nell’attacco del Napoli. Fondamentale in termini di isolamento. Perchè poi, nel duello individuale, il pallone lo difende al meglio delle sue possibilità, nella classica situazione che ne esalta le caratteristiche: garra e razza operaia. Non abbastanza, in ogni caso, per mettere i compagni in condizione di creare occasioni potenzialmente pericolose.

(dal 75’ Raspadori: s.v.)

La sua eleganza nelle sponde ricorda quanto gli piaccia muoversi e cucire il gioco, piuttosto che andare in verticale. Non riesce a sfatare la maledizione della posizione in cui viene utilizzato. In pieno recupero, formidabile nello stretto: in un fazzoletto, si gira e calcia.

Kvaratskhelia: 7

Il magnetismo caratterizza le incursioni quando scatta in conduzione e manda al manicomio Dodo. Intuizioni basate perlopiù sull’assenza (apparente…) di logica, controllo e razionalità tattica. Ma è l’aura del dribblatore di razza a renderlo immarcabile. In quelle giocate non c’è ostentazione, vista la qualità nel saper leggere gli spazi in cui muoversi anche quando viene costantemente raddoppiato, se non addirittura triplicato. Spettacolare la punizione del pareggio. Da vero Top Player, mette la palla nel ferro.

(dal 86’ Lindstrøm: s.v.)

Finora non è affatto riuscito a inclinato il piano della stagione a suo favore. E chissà, anche della sua permanenza all’ombra del Vesuvio. Cosa rimane vedendolo giocare, se non un sentimento molto simile alla pietà per un giocatore abbandonato a un destino di infelicità. Che si è materializzato sotto forma di prestazioni sempre men che mediocri.

Calzona: 5

Ha ereditato un gruppo completamente in sfiducia. Ego, va bene stasera la squadra stretta e corta, che non vuole concedere spazi. Nondimeno, gli va imputato di aver fatto scomparire le poche certezze che aveva la squadra: tipo le due mezzali che salgono a turno nella trequarti altrui. Completamente latitante pure l’entrata dentro al campo del “falso terzino”. Aumentano così i rimpianti per la scelta della proprietà di affidarsi a un perfetto sconosciuto, almeno a livello di titolarità in Serie A. Perché una cosa è allenare quotidianamente, tutt’altra fare il selezionatore di una nazionale. Forse oggi l’immagine migliore per rendere la differenza tra le contendenti rimane l’assoluta mancanza di aggressività senza palla, rispetto a Italiano. La Viola ha dato una bella lezione di gioco al commissario tecnico della Slovacchia, azzannando il match con passaggi corti e ricerca dell’ampiezza. Prima di andare a imbucare verso la punta. Tutte situazioni che gli azzurri hanno sofferto terribilmente.

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