Sebastiano “Sebino” Nela, ex difensore della Roma e Campione d’Italia nel 1983, è intervenuto in esclusiva ai microfoni di TeleRadioStereo 92.7

Vincere a Roma non è mai semplice e chi ci riesce resta nella testa e nel cuore dei tifosi: come se lo spiega?

    “Ci sono altre città molto ben abituate a titoli e a Coppe, Roma invece è molto meno abituata. Qui, però, si vive un calcio diverso: basta girare la città e parlare con le persone. Nella mia carriera sono stato fortunato: ho giocato a Genova dove sono nato, a Roma dove ho fatto praticamente tutta la mia carriera calcistica e a Napoli dove ho terminato. Queste tre città si somigliano un po’ per cuore e passione.
    Roma è stato quello che è stato, abbiamo vinto poco però: potevamo vincere sicuramente uno Scudetto e una Coppa in più, che sarebbe stata quella più prestigiosa. Comunque non ho nulla da recriminare, abbiamo fatto quello che si poteva fare passando anni bellissimi. Oggi sono altri tempi, ma la squadra e la maglia è quella: non cambieranno mai. Non so che cosa abbia smosso quella Roma nel mondo giallorosso, nei tifosi e nelle persone, ma sento sempre racconti meravigliosi legati a quel gruppo e questa cosa m’inorgoglisce”.

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    Che cosa manca a piazze come Roma o Napoli per fare il salto di qualità?

      “Alcune piazze hanno vinto tantissimo proprio perché hanno avuto disponibilità economica oltre a bravura, conoscenze e capacità di dirigenza e allenatore. Per altre piazze non è stato così. Non credo che
      ci siano problemi di altro genere. La flessione del Napoli quest’anno è clamorosa, quando tutti criticavano allenatori e Presidente invece io me la prendevo con i giocatori, avendo fatto questo di mestiere. La fortuna degli allenatori sono i giocatori, ci sono grandissimi allenatori che però non hanno mai avuto la fortuna di allenare giocatori forti. Ho vissuto diversi tipi di calcio, passando per gli imprenditori e
      arrivando oggi ai fondi d’investimento. Siamo stati sfortunati, anche se io mi ritengo fortunatissimo: ho giocato 11 anni a Roma e ho sempre vinto. Non sono però un cretino: non posso paragonare Dino Viola con Moratti o Berlusconi. Credo che, a parte vincere, si possa pensare anche a vivere bene e prendersi delle belle soddisfazioni. Se ragioniamo solo così, allora a questo punto tutti i giocatori del mondo dovrebbero andare a giocare in Arabia, in quello che fatico a chiamare calcio”.

      Che cosa pensa chi ha sacrificato la carriera nell’epoca scorsa nel vedere e vivere il calcio moderno?

        “Oggi molti giocatori sono ostaggio dei procuratori, ci sarebbe da fare un discorso lungo e un po’ noioso. Ritengo attualissimo il fatto che molti giocatori, quando arrivano in una società, debbano conoscere la
        storia del club. Detto questo, già siamo un passo avanti. Abbiamo anche a che fare con una generazione di ventenni che oggi si ritrova in un mondo più o meno dorato, parlando ovviamente di Serie A. Non tutti i calciatori sono milionari, tanti che giocano in Serie A magari sì ma nelle altre categorie sicuramente no. Oggi un ventenne si ritrova, nel 2024, un mondo diverso dal nostro, in cui i soldi contano tanto, moltissimo. Ci sono giocatori che a 25-26 anni scelgono di andare in Arabia Saudita, la risposta è “perché no?” ma viene meno la nostra via di voler giocare a pallone 12 ore al giorno negli oratori della Chiesa
        guardando a calciatori come Riva o Rivera, in cui non si pensava ai soldi. Ho un ricordo bellissimo di mio padre, che se ne è andato qualche anno fa, che pianse quando io esordii in Serie B a 17 anni portando a
        casa il premio partita di 250 mila lira: non avevo contratto, guadagnavo solo il premio partita. Non dico che bisogna tornare a quei tempi altrimenti saremmo rovinati, però oggi lo spirito di appartenenza non
        c’è più: chi lo conosce più? Io conosco l’appartenenza che non è solo vincere, guadagnare e girare con la macchina bella, ma vallo a spiegare ai ragazzi di oggi. Noi qui a Roma ogni settimana, con i miei ex compagni e anche con altri, ci rivediamo e facciamo cene: quando raccontiamo quello che eravamo, sarebbe da raccontarlo nelle scuole e nei settori giovanili. C’è un tempo per tutte le cose, proprio la
        settimana scorsa è uscito il tema di dove io potessi giocare oggi e quale sarebbe stato il mio valore. Noi siamo contentissimi del nostro periodo, questo è poco ma sicuro”.

        Questo Bayer Leverkusen è così imbattibile?

        “Nessuna squadra è imbattibile. Nelle 38 giornate chi arriva davanti è sempre il più forte, ma nelle gare di Coppa è differente. Sicuramente loro sono una grande squadra guidata, attualmente, da uno dei migliori allenatori d’Europa. La squadra non ha punte di diamante o giocatori che guadagnano cifre assurde, ma è stata costruita molto bene. Xabi Alonso ci ha messo quella filosofia, se così possiamo chiamarla, che è un mix tra Bundesliga e Liga Spagnola: ha funzionato tutto bene, 48 partite senza perdere non sono poche anche se qualche volta sono stati fortunati nel pareggiare nei finali di gara. Diamo merito a questo allenatore e a questo gruppo, ma il calcio è un gioco meraviglioso proprio perché a volte accadono cose impensabili. Credo che la Roma abbia bisogno di fare almeno un gol, mettendo subito sotto pressione psicologica l’avversario. Andare timorosi potrebbe comportare un’altra figuraccia, ma non è scontatissimo che passi il Bayer Leverkusen”.

        Come si spiega il fatto che De Rossi abbia fatto immediatamente presa sullo spogliatoio?

        “De Rossi l’ho visto crescere e mi fa enormemente piacere per lui. Di solito le cose vengo a saperle, tutti noi abbiamo amicizie in questi ambiti e la soffiata arriva. Questa volta, però, non sono riuscito ad averla. Ho pensato: “Come ha fatto De Rossi a riuscire a cambiare in così poco tempo questo gruppo di ragazzi, che quando perdevano erano definite delle pippe?”. Mi sembrava che questo gruppo fosse molto legato
        a Mourinho, ma questa squadra è cambiata in primis nel modo di stare in campo: è una squadra più coraggiosa, che cerca verticalità ed è presente. Tutti si sacrificano e hanno voglia di fare la partita e il
        risultato fino all’ultimo. L’altro aspetto sinceramente non lo conosco, non so che rapporto aveva il gruppo con Mourinho e che cosa abbia cambiato De Rossi. Secondo me è stato messo al corrente di quello che
        funzionava e non, lui ha finito il lavoro parlando con tutti per poi iniziare a lavorare in modo generale. La testa è importantissima e l’allenatore deve essere anche credibile: il tecnico ti chiede di fare delle cose in campo, arriva il risultato e acquisisci credibilità. Per me De Rossi ha acquisito credibilità. Oltre all’Europa League ora ci sarà anche la sfida contro l’Atalanta, si preannuncia un finale di stagione molto interessante”.