Il Napoli attuale sta vivendo un periodo di transizione. Probabilmente, è nel bel mezzo di un radicale processo di ricostruzione. Una situazione che lascia un mucchio di interrogativi circa le reali prospettive del club in ottica futura. Forte la sensazione che oggi gli azzurri non abbiano più nulla da chiedere (né dare…) al campionato. Sostanzialmente degli intrusi nella lotta ai posti utili per accedere alle competizioni europee. Al contrario della Roma, che da quando ha messo De Rossi al comando sta vivendo un momento d’oro. Ecco com’è andata…

Meret: 6

Chi lo ritiene inadatto a difendere la porta del Napoli probabilmente ignora che il friulano utilizza i pregiudizi della critica per rafforzare l’autostima, alla stregua degli aminoacidi ramificati per un palestrato. Alla faccia della considerazione marginale degli oltranzisti, che psicologicamente non l’ha mai smontato, ingaggia una sottile guerra di nervi, innanzitutto con sé stesso. E poi con il resto del mondo. Con questa perenne spada di Damocle sulla testa l’Airone sceglie come combattere la sua personalissima battaglia. Senza necessariamente prendersi il centro del palcoscenico, bensì attraverso la normalità. Che potrà apparire banale. Ma è piena di significati importanti. Intuisce il rigore di Dybala, quindi vola sul tracciante di Pellegrini.

Di Lorenzo: 6,5

Quando c’è stato da difendere nei sedici metri al cospetto di El Shaarawy ha spazzato ogni pericolo con i suoi anticipi o portando pressione, togliendosi lo sfizio di qualche intercetto e ripartenza. In questo contesto, pur avendo smarrito qualche decimo di velocità, un lampo impercettibile di reattività, dimostra di non volersi arrendere, pur continuando a soffrire. E percorre la fascia decine di volte, su e giù. Certo, Spinazzola che lavora in coppia col “Faraone” gli procura una nuova instabilità. Nondimeno, il capitano supera la stanchezza che gli appesantisce testa e gambe da un bel po’, facendolo talvolta sembrare la replica di sé stesso, con una strana aria da reduce. E ribalta il campo come ai bei tempi.

Rrahmani: 6

Il Napoli ha avuto per tutta la stagione una fase difensiva allucinante. Nondimeno, leggerezze e amnesie vengono spazzate via dalla necessità di assorbire Azmoun, che non è un paracarro del calibro di Lukaku. Ma denota un buon dinamismo. L’importanza del momento riaccende l’energia del kosovaro. E lui si esalta nella lotta, non subendo inerme come in altre partite, con la rassegnazione tipica del condannato a morte, bensì rispondendo a tono. Non si disunisce quando entra Abraham. Ogni contrasto con l’inglese equivale a una sportellata sulle povere membra del centrale azzurro. Per contenere un muscolare come il centravanti giallorosso bisogna rompere la linea, andare a prendere botte e rimbalzi.

Juan Jesus: 5,5

In cerca di riscatto, dopo un campionato dal rendimento insufficiente, lo trova direttamente nel passarsi la marcatura di Azmoun col compagno di reparto. Una seconda possibilità, onde evitare di finire nel baratro. Altrimenti ti ritrovi invischiato in un interminabile conflitto. Ad attraversarlo soltanto un pensiero: erigere un muro e rimanere concentrato, perché si fa una fatica del diavolo a non avere esitazioni. Specialmente quando stai attraversando un momento non al massimo della condizione emotiva. Procura il rigore agganciando l’attaccante iraniano. Ma la frittata sembra compierla Olivera, che manca clamorosamente l’anticipo di testa su Kristensen, facendosi anticipare impunemente.

Olivera: 6,5

Testimone di una profonda disciplina tattica, una lettura alla volta. Sdoppiandosi, e interpretando il ruolo in maniera diversa, a forza di scatti su e giù. Perché Dybala va aggredito forte, con attenzione e intensità, per impedirgli di esprimere la proverbiale genialità. L’unico modo dunque per imprigionare i suoi straordinari fondamentali in velocità è non dargli tempo per ragionare e spazio per associarsi ai compagni. Il segreto sta nella tempestività: essere troppo frettoloso esporrebbe a uscite goffe. Aspettare, un lusso che l’uruguagio non vuole concedere: equivarrebbe a far ricevere la palla in zone pericolose. Nella ripresa, l’argentino si accentra, lasciando il compito di spingere a Kristensen, e cominciano i guai. Beffato dal danese in occasione dell’azione del rigore, si riscatta prontamente: scippa un pallone a metà campo, va in cost to cost e calcia con la forza della disperazione.     

Lobotka: 6

A chi lo guarda la prima volta non sembra un granché. Di bassa statura, senza quella fisicità tipica di taluni centrocampisti moderni. Poi gli arriva il pallone tra i piedi e inizia a muoverlo manco avesse il radar negli scarpini, con piedi dolci e cervello fino, sontuoso interprete del passing game. Lo slovacco pare aver capito che i suoi compagni sono ormai giunti (quasi…) alla frutta, quindi preferibile dialogare sul breve, che provare a farli correre. E poi sottopalla diventa imprescindibile: chiude gli spazi, raddoppia e rincorre chiunque si inserisca alle spalle delle mezzali azzurre.

Anguissa: 6,5

Dà l’idea di approcciarsi a Pellegrini consapevole che per avere la meglio bisogna associare i muscoli con l’intelligenza. Si spende fuori dall’ordinario per aiutare la squadra. Piccoli dettagli eseguiti con generosità, utili a far respirare i compagni: una corsa o una spallata in più, messi insieme per spezzare il ritmo alla Roma. Sono proprio questi esempi di pura volontà, a colmare la distanza tecnica e fisica che c’è attualmente tra Napoli e Roma. Riconquista e dopo riparte. Dai suoi tempi di inserimento si creano un paio di opportunità che magari avrebbe potuto finalizzare meglio.

Cajuste: 5,5

C’è chi lo percepisce come un irrealizzato. Una sorta di cliché del talento sprecato. In una certa misura è vero, perché lo svedese veicola la sensazione che non sia diventato ciò che prometteva di essere, tra mancati strappi e sgasate trascinandosi i piedi. Comunque, oggi il suo approccio è asciutto, pragmatico. L’andatura a tratti pigra e caracollante fa da corollario a un match ordinario, a tratti scolastico. Senza infamia, né lode.

(dal 69’ Traorè: s.v.)

Nessuna sfumatura può etichettarne l’inadeguatezza a questi livelli. Imbarazzante, come possono esserlo soltanto gli acquisti sbagliati.

(dal 88’ Ostigard: s.v.)

Garbage time e poco alto.

Politano: 6

Non si finisce mai di apprezzarlo completamente per abnegazione e spirito di sacrificio. Spinazzola tenta di riportarlo coi piedi per terra, facendogli perdere quella innegabile tracotanza quando ti punta, spostando la palla con tocchi e movimenti che si fa fatica a riconoscere. La sua rimane una gara di dedizione, perché continua a mettere qualità, associandosi con Di Lorenzo. Forse oggigiorno nel Napoli non c’è un giocatore che meglio personifichi l’idea di personalità e dinamismo, quando corre negli spazi vuoti, duella con gli avversari, moltiplica le possibilità offensiva, in ampiezza oppure accentrandosi nei mezzi spazi.

(dal 69’ Ngonge: 6,5)

Istintivo e ipercinetico, entra bene, con freddezza e dribbling risucchia porzioni di campo, sfrecciando alle spalle di Angeliño. Insomma, la sua partita prevede contemporaneamente snervante spavalderia, senza privarsi di una certa eleganza. De facto, il marchio degli offensive player assai tecnici.

Osimhen: 7

Vista la valutazione monstre, è chiamato a fare un doveroso passo in avanti, quello che generalmente si richiede ai Top Player. Sulla centralità del nigeriano nella fase offensiva del Napoli si discute praticamente da quando è sbarcato all’ombra del Vesuvio. Non è solo una questione di gol da highlights. Bensì nella maniera di stare in campo. Il suo stile appare ancora troppo simile ai giocatori di strada: scaltro ed al contempo primordiale. Ma per essere una stella bisogna saper fare pure il gregario di lusso, calarsi nell’identità di una squadra diventata nel frattempo anch’essa gregaria in Serie A. Sembra aver asciugato il suo gioco, rendendolo più essenziale: copre la palla, favorisce la risalita. Quindi, aggredisce la profondità, intossicando la domenica a N’Dicka. Un paio di volte Svilar ne strozza in gola l’urlo per la rete mancata. Impeccabile la trasformazione dal dischetto.

Kvaratskhelia: 7

Il miglior modo per un attaccante di aiutare la squadra non sempre è generare potenziali azioni da gol. Se dribblare chiunque tenti di frapporsi tra lui e la porta è la misura oggettiva del suo valore, funzionale a creare superiorità numerica, non si può pensare di ridurne l’apporto dimenticando il lavoro oscuro. In quest’ottica, ha codificato una specifica giocata nel repertorio: movimento incontro, stop orientato e apertura del gioco verso il lato opposto. Interessante il rapporto tra i palloni lavorasti in fascia e la continua superiorità numerica prodotta contro Kristensen. L’estremo difensore della Roma vola sul suo classico tiro di interno collo, proverbiale arma realizzativa del georgiano quando si crea da solo lo spazio sulla sua “mattonella”. 

(dal 85’ Raspadori: sv.)

Non ha il tempo di incidere.

Allenatore Calzona: 5,5

Veramente difficile determinarne la bontà del suo lavoro. L’impressione è che la sua mano si riduca al gioco con la palla. Perché senza, la sensazione che veicola la squadra rimane quella di poca organizzazione, specialmente nel reparto arretrato. Magari con un po’ di coraggio in più l’inerzia del match sarebbe cambiato. Cajuste interpreta il ruolo di mezzala con indole conservativa, mentre al Napoli serve comunque un centrocampista che si butti dentro. Nel complesso, il gruppo pare faccia fatica a digerirne le idee. Come se il passaggio da allenare una nazionale ad una squadra di club di alto livello, ma piena zeppa di problemi, gli si addica poco o nulla.

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