E’ innegabile che l’arrivo di Daniele De Rossi sulla panchina della Roma abbia rivoluzionato il campionato dei giallorossi. Un vero e proprio shock emotivo per il gruppo, capace di generare un prima e un dopo la gestione Mourinho. Al punto tale da mutare radicalmente la squadra, passata di colpo dal gioco reattivo ad una proposta decisamente antitetica, dall’indole più manovrata e propositiva. Un calcio diverso, orientato a portare tanti giocatori in fase offensiva. Sostanzialmente brillante e “moderno”. Che simbolicamente ha spezzato l’ipnosi tra l’ambiente ed il vecchio allenatore, portando tuttavia un rinnovato entusiasmo all’ombra del Cupolone.

Infatti, in nemmeno tre mesi l’ex Capitan Futuro ha ridato un senso all’annata della Roma, fino al momento dell’esonero impaludata in un’anonima posizione di metà classifica. Con l’unica ambizione di inseguire un posto in Conference League. Oggi, invece, dalle parti di Trigoria l’ambizione del ritorno in Champions appare tutt’altro che campata in aria.

Dimenticare Mourinho

Lecito chiedersi cosa sia cambiato in un lasso di tempo così breve tra le due gestioni. Lo Special One lavorava fondamentalmente sulla solidità nella fase di non possesso, abbassando notevolmente il baricentro, ed allungando al contempo il campo. Una filosofia tattica tesa a sfruttare magistralmente una certa propensione al contropiede. Evidente l’intenzione di superare la prima linea di pressione avversaria senza assumersi troppi rischi nella costruzione dal basso.

Allora, i capitolini puntavano esclusivamente su lanci lunghi, esplorando la profondità direttamente dalla difesa, connettendo la fisicità di Lukaku, con la ricerca delle “seconde palle”, quando i compagni riuscivano ad accompagnarlo adeguatamente. Cavalcando in particolare la propensione agli inserimenti da dietro di Pellegrini, centrocampista con un naturale istinto alla verticalità. De facto, una manovra elementare, se Dybala non provvedeva a supportarla con le sue idee a tratti geniali.

L’accantonamento della difesa a tre, sicuramente in grado di garantire una migliore copertura centrale, nonché sfruttare la propensione di Mancini e Llorente nell’uscire in modo aggressivo a caccia dell’anticipo, il primo principale cambiamento apportato dal nuovo tecnico. Che però ha preso una decisione maggiormente impattante sulle prestazioni convincenti della squadra. Ovvero, far accomodare in panchina Rui Patrício, concedendo spazio e fiducia illimitata a Svilar.

Esaltare la qualità

Tatticamente parlando, il 4-3-3 non è l’unico cambiamento che ha permesso ai giallorossi di svoltare. De Rossi ha messo ogni giocatore nel suo ruolo preferito, ridisegnando la mediana, con ciascuno dei centrocampisti nelle condizioni di esprimersi a seconda delle proprie caratteristiche. Detto di Pellegrini, riportato nella tradizionale posizione di mezz’ala con licenza di aggredire la profondità, Paredes si occupa di impostare il gioco, gestendo il possesso, alla stregua del classico play, davanti alla difesa. Mentre Cristante lotta e governa, facendo legna e supportando l’argentino nella costruzione.

Ovviamente, la rivoluzione ha riguardato pure l’attacco. El Sharaawy occupa stabilmente lo slot di esterno, piuttosto di lavorare a tutta fascia come “quinto”. Situazione che gli permette di conservare energie fisiche e nervose in situazione di uno contro uno, producendo efficaci giocate individuali nella rifinitura o finalizzando a rete. 

Calato in questo scenario, Dybala è libero di inventare. Occupando i “mezzi spazi”, abbassandosi fino a centrocampo per cucire il gioco e immediatamente dopo inserirsi senza palla tra le linee, smarcandosi e ricevendo fronte alla porta. In subordine, defilandosi lateralmente. A quel punto, ha la possibilità di puntare l’uomo, valutando poi se calciare o imbucare per i compagni.     

Napoli diverso dalla Roma

In definitiva, paragonando le situazioni, saltano immediatamente all’occhio quante differenze ci siano con gli avvicendamenti sulla panchina del Napoli. Agli azzurri non sono bastati ben tre allenatori per dare un po’ di colore ad una stagione nata e vissuta sui toni del grigiore assoluto.

Calzona è stato incapace di riportare calma e serenità nello spogliatoio, mettendo al centro del progetto la squadra. Che ha continuato a pagare le inevitabili pressioni, anche mediatiche, di un ambiente troppo preso dalla ingombrante presenza scenica di un presidente accentratore, catalizzante nel bene e nel male, in quanto accusato di aver allestito in estate una rosa non all’altezza delle aspettative di chi doveva difendere lo scudetto.

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