Ormai è tutto l’anno che gli addetti ai lavori si pongono la stessa domanda: qual è il reale valore del Napoli? La squadra che si è approcciata in maniera pigra e indolente al Monza, disputando un primo tempo davvero imbarazzante. Oppure quella capace in meno di un quarto d’ora di asfaltare letteralmente i biancorossi di Palladino, con una seconda frazione di gioco sontuosa, simile in ogni sfaccettatura al calcio dominante espresso la stagione passata. Il Frosinone avrebbe dovuto contribuire a fare chiarezza, considerando anche la necessità dei ciociari, in piena lotta per evitare la retrocessione, di non regalare nulla a qualsiasi avversario. Punti pesanti, insomma, in palio al “Maradona”, perché gli azzurri vorrebbero comunque continuare a inseguire la zona-Coppe. Ecco com’è andata…

Meret: 5,5

Domenica da incubo che legittima la domanda che aleggia sempre nell’ambiente napoletano: qual è l’incidenza dell’Airone nelle fortune del Napoli? Interrogativo fondato sulla percezione che il portiere viene messo continuamente in discussione da una fetta consistente di opinionisti. E inevitabilmente finisce per condizionare pure il giudizio della gente. Alex non si cura dei pregiudizi e va dritto per la sua strada. Ipnotizza Soulè dal dischetto, rimanendo in piedi fino all’ultimo e forzando l’avversario a incrociare debolmente la conclusione. Si ripete nell’arco di un minuto al 35’: prima respinge una sassata di Cheddira, quindi si chiude “a cucchiaio” su una conclusione priva di grandi pretese di Barrenechea. Però la palla regalata a Cheddira per l’1-1 sa tanto di frittatone fantozziano. Ovviamente, senza Birra Peroni gelata e rutto libero. Si riscatta parzialmente con la salvifica la parata di piede su Seck nel finale.

Di Lorenzo: 6

L’istinto verticale c’è ancora. Ogni qualvolta il Napoli conquista la palla, dava l’idea di poter arrivare dall’altro lato, passando proprio dalle sgroppate del capitano. Impegnato nel duello con Valeri, che pure ha tentato strenuamente di limitarne gli affondi. Che restano il manifesto della capacità dei Campioni d’Italia di guadagnare spazio in avanti. Prima ripulendo i palloni all’interno della propria trequarti. Dopo, utilizzando il binario per sovraccaricare il lato attraverso il gioco in coppia con l’esterno di parte. La catena di destra rimane il punto di forza di questa squadra. Lì non solo Di Lorenzo e Politano si intendono a meraviglia. Ma proprio il terzino compensa le scelte del compagno, muovendosi senza palla. Che si tratti di occupare staticamente l’ampiezza, stringere o sovrapporsi. Dopo il pareggio gli capita una palla d’oro a pochi metri da Turati, ma fiato corto e gambe pesanti gli suggeriscono di crossare, invece di sganciare una sassata verso il portiere.

Rrahmani: 5

Cheddira cerca di proteggere e ripulire i palloni sporchi, ma il kosovaro, reattivo e gladiatorio, non buca un anticipo. Usa il corpo con destrezza, senza lasciarselo sfuggire in situazione di marcatura a uomo. Là Amir palesa attenzione e disciplina, piantandosi sulle gambe per vincere i contrasti, esaltandosi nel contatto fisico. Centimetri e cattiveria agonistica pare facciano la differenza nel calamitare le seconde palle, che sono di suo appannaggio. Unica amnesia del primo tempo, quella che permette all’attaccante marocchino di maltrattarlo con uno scatto in profondità: fallo da tergo, ammonizione e rigore. Poi cassato dalla reattività del portiere. Quindi, all’alba della ripresa, si addormenta letteralmente. Da lì in poi, basta gettare palloni in area azzurra per creare il terror panico. Allestisce la frittata con Meret per l’1-1 e si perde Cheddira in occasione del 2-2. Completamente in bambola, lascia passare pure Seck, su cui mette una pezza Meret.

Østigård: 5,5

Quando parliamo del norvegese, ci vengono in mente il senso profondo del fare a sportellate, ed il mistero per cui la proprietà ha deciso di non puntare su di lui per sostituire adeguatamente Kim, una volta accortasi che Natan era impresentabile a questi livelli. Nondimeno, quando viene chiamato in causa, l’ex Genoa continua a mettere in campo qualità poco visibili. Ed al contempo importantissime: in primis la dedizione, fisica e mentale. La giusta ricompensa per una gara all’insegna dell’applicazione viene inficiata dal secondo tempo difensivo da scapoli & ammogliati. Perché distrarsi è un attimo. E per Cheddira, attaccante spigoloso, rappresenta l’opportunità giusta pe lasciarci scoprire dai suoi potenziali futuri tifosi con una storica doppietta.

Mario Rui: 5

Giocatore ruvido, grintoso, dall’indole decisamente generosa. Disponibile ad avanzare e arretrare a seconda delle esigenze. Ma bisogna riconoscerne l’importanza nei flussi di gioco della squadra. Nella sua zona gravita Soulè, che lo costringe a un lavoro supplementare in fase di copertura. L’argentino ha un piede educatissimo e voglia di accumulare un dribbling dopo l’altro. Il mancino partenopeo, dunque, deve adattarsi e dimostrare spirito di sacrificio. Insomma, gli tocca recuperare e ripartire costantemente, perché il numero 18 gli parte alle spalle appena scorge un buco e tocca assorbirne gli inserimenti. Oppure accorciare in avanti, quando fa il movimento opposto. Cala vistosamente alla distanza e si immola prendendo il rosso piuttosto che favorire il potenziale 2-3 degli ospiti.

Anguissa: 6

Mazzitelli appare semplicemente troppo indietro per sostenere il confronto col camerunese, che porta a spasso il suo corpo flessuoso in giro per il campo senza fare veramente nulla di speciale. Tuttavia, è nell’ordinario che sta la sua efficacia. L’abilità nell’interpretare il ruolo di “terzo uomo”, sganciandosi dietro i centrocampisti di Di Francesco, gli ha permesso di sfruttare le combinazioni tra Di Lorenzo e Politano, ricevendo libero. E dopo strappando in conduzione. Stimola con un paio di verticalizzazioni la connessione con Osimhen, smorzata a stento da Turati e dai difensori ospiti.

(dal 86’ Simeone: s.v.)

Arriva tardi nel chiudere la diagonale sottoporta su un cross che meritava ben altro risultato.

Lobotka: 5,5

Sembra conoscere i segreti della geometria, con passaggi sul breve simili a colpi di biliardo, che lo sottraggono alla marcatura dedicata di Brescianini. La vera costante nella costruzione dal basso degli azzurri è il suo incedere ipnotico, con la palla e senza. L’intelligenza con cui rallenta (solo in apparenza…) il ritmo del possesso è funzionale ad attirare la pressione, creando tempo e spazio per le imbucate con cui fa progredire l’azione. Bastano un paio di uscite in pressing fatte con i tempi sbagliati dal numero 4 frusinate per prendere imbucate sanguinose dal pivote slovacco. Nella ripresa soccombe alla pigrizia generale che avvolge tutta la squadra. 

Zielinski: 6

Esemplare per concentrazione e intensità, perché l’enorme talento nessuno l’ha mai messo in discussione. Nelle sue peggiori versioni, da quando ha maturato l’idea che non avrebbe rinnovato, irritava per disarmante indolenza. Desolante infatti vederlo caracollare come un corpo estraneo alla squadra, quasi disinteressato rispetto a ciò che gli succedeva intorno. In ogni caso, da qualche settimana è in netta ripresa. Oggi si è rivista la versione tuttocampista dei tempi dello scudetto, che ha fatto impazzire Barrenechea. Piotr svolge egregiamente il compito di occupare la trequarti del Frosinone in fase di possesso, scivolando a dar manforte in mediana quando gli ospiti attaccavano. Peccato che ogni attimo di lucentezza porti con sé un briciolo di malinconia. La consapevolezza che la permanenza del polacco all’ombra del Vesuvio abbia ormai una data di scadenza sempre più vicina. 

(dal 77’ Cajuste: s.v.)

Entra con l’impressione di aver capito l’importanza della posta in palio, con l’atteggiamento di chi vuole dimostrare di poter mantenere questo livello prestativo. Veicola in ogni caso l’impressione di un sopravvalutato, con una fisicità sprecata per il resto delle sue caratteristiche.

Politano: 6,5

Si alterna con Di Lorenzo nelle classiche rotazioni della catena di destra, uno dentro e l’altro fuori, per prendere in mezzo Valeri. Magari in qualche occasione sbaglia la lettura, aprendosi in ampiezza invece di tagliare. Tutto sommato, però, ha mantenuto un’invidiabile lucidità, sfruttando la fluidità offensiva sul lato destro azzurro con grande pericolosità. Inclina il gioco, aggredendo la profondità o stringendosi per ricevere palla tra le linee. Col gol manifestata nel modo più crudele possibile la puntualità nel leggere la giocata, superare l’avversario diretto nel duello individuale. E mettere la palla nel ferro.

(dal 77’ Raspadori: s.v.)

Il linguaggio del corpo appena entra lascia intendere cosa voglia spaccare la partita. Ma continua a veicolare la sgradevole sensazione di essere fuori contesto in questa squadra. Sostanzialmente, una sorta di soprammobile.  

Osimhen: 6

Fondamentale nel lavoro di raccordo, porto sicuro sui lanci lunghi. Compendio di cosa fa in concreto un centravanti che aiuta anche la manovra. Evita di finire stritolato dall’aggressività di Okoli e Romagnoli, attraverso la proverbiale capacità di ricevere spalle alla porta, volgendo a proprio favore la rigida cura che gli riservano i difensori ciociari. A caccia di maggiore spazio, porta fuori posizione i centrali avversari defilandosi lateralmente in profondità, innescato dalle verticalizzazioni dei compagni, se non addirittura dalla palla lunga direttamente dal portiere. Gli basta pochissimo per accendere il suo senso del gol fuori scala. Supera subito la paura di contendere la palla a Turati su una imbucata di Politano. Il duello si ripete poco dopo: l’uno-due con Kvara lo mette davanti al portiere, che respinge la conclusione ravvicinata. Pur senza segnare, mette in apprensione l’intera retroguardia di Di Francesco. Ma troppo isolato negli ultimi sedici metri, non può mica cantare e pure portare la croce. 

Kvaratskhelia: 6,5

Quando si accende, si conferma una icona di culto, l’archetipo dell’offensive player generazionale, in grado di offrire giocate e momenti indimenticabili in cui il concetto di normalità risultata sospeso. Il tipo di magia che è bellezza allo stato puro. Eppure Zortea è stato maniacale nel disinnescarlo, a seconda delle intenzioni del georgiano di accentrarsi nel “mezzo spazio” o isolarsi in situazione di uno contro uno. Tentando di non concedendogli il piede forte. Del resto, quando Kvara riceveva col corpo orientato verso la propria metà campo, ergo impossibilitato a girarsi e puntare, non arrivava sempre puntuale il sostegno di Mario Rui. E il Napoli faticava ad andare sul fondo. Nel duello con Turati, vince il portiere ospite a suon di parate e respinte.

Allenatore Calzona: 5

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e poco importa sottolineare le macerie trovate quando ha preso in corsa la squadra. Che alterna giocate sontuose, praticando a tratti un calcio appagante per il comune senso estetico, a errori grossolani. Segno che la testa, prim’ancora che la tattica, hanno già abbondantemente lasciato Castelvolturno. Lui ci mette del suo, non accorgendosi per esempio, della pericolosità crescente sul lato mancino. Dell’energia giunta al limite di soglia per Politano. Della solitudine di Osimhen, dimenticato nella ripresa là davanti, a combattere da solo tra Okoli e Romagnoli. Logico quindi chiedersi il motivo per cui il suo nome non venga più incluso nel discorso relativo alla panchina del prossimo anno. Soprattutto adesso che l’ennesimo pareggino assottiglia le velleità di rimonta, portando il Napoli, forte e allo stesso tempo fragilissimo, lontano dalle Coppe europea. Chiudendo così un capitolo assai contraddittorio della storia recente della squadra partenopea, presumibilmente giunta al capolinea del suo ciclo. D’accordo, quest’anno s’è vissuto un momento di crisi tecnica e gestionale. Ma il gruppo era di gran lunga migliore della classifica attuale.

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