Il primo Napoli di Calzona ha veicolato nei tifosi la piacevole sensazione, smarrita da un po’, di voler fare in ogni caso la partita contro il Barcellona. Il che non equivale a creare necessariamente un mucchio di occasioni da rete. Ma più semplicemente l’intenzione di sviluppare un calcio propositivo e coinvolgente. Ideale per attrarre una piazza esigente come quella partenopea, ormai restia ad accettare il gioco di Mazzarri, genuinamente reattivo e poco altro.

Insomma, nonostante il tempo limitato a disposizione, il nuovo allenatore ha provato a modificare qualcosa. Tanto per cominciare, mettendo in atto una piccola rivoluzione copernicana, funzionale a riscoprire la costruzione bassa. Una manovra orientata verso una maggiore dose di palleggio, con la quale i Campioni d’Italia cercavano di risalire il campo, coinvolgendo tantissimo anche Meret. L’uso del portiere come valore aggiunto – seppure rischiosissimo, perché l’Airone ha buoni fondamentali, ma il piede non è proprio educatissimo -, ha favorito comunque l’uscita da dietro.

Un contesto, quello degli azzurri, che non s’è fatto condizionare dall’atteggiamento tattico seguito dal Barça, assai aggressivo sul possessore nella trequarti altrui. Evidente la volontà di Xavi: pressare in avanti, con l’idea di conquistare il pallone in zone avanzate di campo.

Ovviamente, la scelta di mantenere un modello di calcio maggiormente proattivo, al cospetto del pressing sempre alto degli avversari, ha obbligato il Napoli non solo a sopportare lunghe fasi di sofferenza. Tipo la mezz’ora iniziale, a tratti davvero avvilente, in cui la squadra partenopea il pallone non l’ha visto praticamente mai. In balia dei blaugrana, che forse staranno attraversando pure un momento poco felice, ma continuano a esprimere dosi massicce di arrogante tiki-taka.

Qualcosa vorrà pur dire se per 75’ i padroni di casa non hanno tirato in porta. E’ chiaro che non bisogna dare una lettura decisamente negativa a questo dato statistico. Probabilmente una certa fragilità offensiva significa che Calzona deve fornire ai giocatori gli strumenti adatti a rendere sostenibile i suoi principi calcistici. Magari insistendo sui concetti di riconquista e riaggressione. Va bene rimanere stretti e corti, come pretendevano Garcia e Mazzarri. Nondimeno, abbassare troppo il baricentro, assumendo così un approccio difensivamente comodo, ha inciso abbastanza in negativo sull’andamento di questa stagione. Rendendo il gruppo emotivamente e strategicamente più fragile rispetto al recente passato.

In definitiva, se la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori considerava già il Napoli un malato terminale, sostanzialmente incurabile, adesso pare che Calzona possa tentare di rianimarlo. Del resto, il pareggio di Osimhen rappresenta la risposta migliore agli strali della critica. Perché dimostra la capacità di reagire agli stimoli della squadra. Che domenica deve fare i conti con uno scenario meno prestigioso della Champions. Ma la classifica non ammette passi falsi: la sfida col Cagliari va interpretata alla stregua di uno scontro a eliminazione diretta.