Complicato giudicare il Napoli visto all’Olimpico. Una squadra che pensa esclusivamente a difendersi non può che suscitare tenerezza, specialmente se il pensiero corre a quant’erano dominanti gli azzurri qualche mese fa. Ovviamente impietoso il paragone con un passato più o meno recente.

Immalinconisce dunque la pochezza di principi offensivi palesata al cospetto degli uomini di Sarri, che genera in tifosi e addetti ai lavori la sgradevole sensazione di continua sofferenza. Un misto di rabbia e smarrimento nel constatare quante misere illusioni sia in grado di produrre la stagione attuale, se il punticino stappato con unghie e denti contro i biancocelesti viene esaltato alla stregua di un risultato da celebrare. Perché è innegabile che la coperta a disposizione di Mazzarri sia paurosamente corta. Non solo in termini meramente numerici.   

Eppure, come nella migliore tradizione western, l’approccio tattico dei Campioni d’Italia, volutamente orientato a rievocare per novanta minuti l’assedio di Fort Apache, denota comunque una filosofia improntata a grande compattezza, capace di concedere (quasi…) nulla a Inter e Lazio. Del resto, se Gollini non ha fatto una parata domenica pomeriggio, tantomeno in finale di Supercoppa, nonostante i nerazzurri avevano le idee chiarissime su cosa fare e come farlo, qualcosa vorrà pur dire.

Magari il Napoli poteva provare ad impensierire maggiormente la Lazio nell’ultimo spicchio di gara. Per farlo, tuttavia, avrebbe dovuto invertire radicalmente il suo atteggiamento, funzionale a fare densità nella trequarti difensiva, portando invece molti uomini nella metà campo capitolina. Senza trascurare un piccolo particolare: oggi l’attacco è talmente spuntato, che se avesse preso gol, poi diventava impossibile pareggiarla.

Zero fase offensiva

In ogni caso va riconosciuto agli azzurri il merito di essersi sacrificati per condurre il match nell’unico modo possibile, mancando una risorsa imprescindibile per alleggerire la pressione, tipo Simeone. Effettivamente, appoggiandosi sul centravanti posizionale con un lancio lungo, il Napoli avrebbe potuto scavalcare le linee, approfittando pure dall’abilità de El Cholito nel giocare spalle alla porta. A quel punto, però, i compagni dovevano accorciare in avanti, occupando le corsie laterali e gli half spaces. Difficile, se hai poca gamba e serbatoio paurosamente vicino allo zero.     

In questo scenario, è innegabile che a togliere ogni velleità negli ultimi sedici metri alla squadra partenopea su azione manovrata abbia contribuito anche lo scarso stato di forma che sta attraversando Raspadori. La mancanza di mobilità dell’ex Sassuolo ha propiziato una minore necessità di impegnare la retroguardia laziale nelle marcature preventive. Gila e Romagnoli, infatti, sono riusciti ad alternarsi agevolmente nelle uscite e nella contemporanea copertura su Jack.

Soprassedendo sul comportamento indecifrabile tenuto da Zielinski ormai da parecchie settimane. Svincolato da qualsiasi compito difensivo, le sue qualità, associate ai movimenti senza palla, dovevano compensare una certa mancanza di creatività in mezzo al campo. Riprovevole la mancanza di stimoli emotivi dimostrata dal polacco. Una sorta di fantasma, che da troppo tempo si aggira pigro e svogliato, in attesa del fischio finale.   

Adesso è cominciato il girone di ritorno, ed il Napoli non deve perdere la calma, guardando la classifica assolutamente deficitaria, consapevole che sarà sempre più arduo rincorrere il quarto posto, ma bisogna continuare a credere nel gioco proposto da Mazzarri: al momento, non c’è alternativa plausibile.

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