Immaginate di essere nei panni di Mazzarri alla vigilia della gara contro il Monza: deve cercare assolutamente di vincere, senza tuttavia poter contare sulla principale bocca da fuoco: la squalifica di Osimhen mette dunque in ballottaggio Raspadori e Simeone per una maglia da titolare. Alla fine, il tecnico toscano sceglie l’ex Sassuolo, relegando per l’ennesima volta in panchina l’argentino. Fin qui nulla di anormale. Quello che desta un mucchio di perplessità, invece, è la lettura della gara in corso d’opera. Con lo scorrere del cronometro, infatti, diventava evidente la fragilità del Napoli là davanti.

Jack si muove tanto, cerca di associare l’attacco col resto dei compagni, connettendoli attraverso un lavoro oscuro. E si abbassa continuamente verso le mezzali, favorendo la cucitura del gioco. Ma rimane inconsistente dal punto di vista della finalizzazione. Un solo guizzo a metà ripresa: fulmineo stop and go nello stretto, seguito dalla girata di sinistro a incrociare, scivolata via con un angolo larghissimo. Poi il vuoto cosmico. Anche per questo è incomprensibile l’atteggiamento dell’allenatore, che decide di inserire El Cholito solamente all’84.

Eppure fino a quel momento la fase offensiva degli azzurri non aveva affatto entusiasmato. Limitandosi a fare le sponde, agendo esclusivamente spalle alla porta, Raspadori era un inutile orpello. Del resto, difficilmente un offensive player che svaria tanta, dopo mantiene intatta lucidità e precisione davanti al portiere avversario.  

In questo scenario non ha ingannato nessuno l’attrazione magnetica di Zielinski per gli ultimi sedici metri. Con un’energia tutt’altro che scontata se rapportata alla sua indole decisamente pigra, il polacco si buttava nello spazio, aggredendo proprio i varchi generati dal movimento a svuotare il cono di luce centrale dell’unica punta di giornata. Trasformandosi de facto nella seconda alternativa in attacco dei partenopei. Peccato che Piotr sia scomparso alla distanza, preferendo come al solito vivacchiare ai margini della partita, col tradizionale rendimento intermittente.

Leggere nelle pieghe

Insomma, gli attaccanti bisogna saperli aspettare. Talvolta gli basta un colpo di fortuna affinché ritrovino la magia perduta. Qualcosa che trascende le abilità nei fondamentali, ma afferisce capacità quasi mistiche, ovvero essere semplicemente al posto giusto al momento giusto. Ma ormai appare evidente che Raspadori, è potenzialmente un fiore meraviglioso, che però tarda a sbocciare. 

Col Monza, se stava giocando col Subbuteo, magari Mazzarri non avrebbe avuto chissà quali problemi a spendersi il classico cambio della disperazione. Ridisegnare la squadra con l’inserimento di Simeone – uno che sembra disposto pure a morire in campo pur di tirare in porta -, rendendola maggiormente performante in attacco. Creando un percorso tattico comunque accidentato, poiché il Napoli resta una squadra in grande difficoltà. Nondimeno, sempre più simile a quello influenzato dalla mancanza di un giocatore posizionale, che cerca subito la corsa in profondità. Capace quindi di “fissare” i centrali, allungando gli spazi tra difesa e centrocampo brianzoli, destrutturando coi duelli fisici la compattezza della retroguardia ospite.

Sostanzialmente, surrogare la tecnica di Raspadori con la caparbietà e la foga di Simeone. Che sa adattarsi benissimo alle dinamiche del match uscendo dalla panchina: puro istinto in “zona rossa”. Testardo ed al contempo tremendamente efficace, l’ex Fiorentina e Verona, sopperisce alla mancanza di pulizia nei flussi del gioco aggredendo con istinto e cattiveria agonistica i finali convulsi, fatti di caos, sportellate e palle sporche, buttate dentro l’area con la disperazione dell’ultima preghiera salvifica.

Nella realtà, purtroppo, le cose non hanno funzionato così… 

Sbagliato assecondare

Ovviamente non è soltanto questione di centravanti. Nella sterilità offensiva dei Campioni d’Italia gioca un ruolo fondamentale la penuria di soluzioni in fase di costruzione. Il possesso non è contestualizzato. Così non determina dominio, tantomeno crea spazi. Bensì fa ristagnare il pallone nei piedi degli azzurri.

Veicolando in tifosi e addetti ai lavori la sgradevole sensazione che Mazzarri si stia incartando inesorabilmente, a caccia della identità spallettiana perduta. Applicando uno stile di gioco così diverso e agli antipodi dal suo calcio. Errori grossolani che compie chi è uscito dal “Grande Giro”, e farebbe qualsiasi cosa per rientrarci.

Anche assecondare (implicitamente) i desideri della proprietà circa il modulo preferito oppure la valorizzazione di certi investimenti. Penalizzando una risorsa come Simeone…

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