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L’inchiesta che vede la Juve sotto la lente d’ingrandimento dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, che l’aspetto etico è sconosciuto ai più nel campo del giornalismo. Impossibile sgombrare il campo da stucchevoli complottisti e dal risvolto della medaglia, i lacchè di corte.

Le dimissioni del CDA bianconero hanno scosso l’ambiente del calcio italiano. La FIGC ha messo nel mirino la manovra di pagamento degli stipendi risalenti al periodo del Covid. Come abbiamo spiegato proprio ieri, la Juventus aveva dichiarato la rinuncia a quattro mensilità da parte di alcuni rispettivi giocatori. Le parti avevano invece concordato la rinuncia a una sola mensilità e con un effetto finanziario positivo non di 90 milioni (cifra redatta a bilancio) ma di 22.354.647,70 euro.

L’atteggiamento dei vari media è stato imbarazzante. I giornalisti anti-Juve gridavano al superscandalo e invocavano retrocessioni e radiazioni, configurando quello della Serie B già come uno scenario probabile. I giornalisti pro-Juve raccontavano delle dimissioni del CDA spacciandole per un normale avvicendamento. Come se non fosse successo nulla.

Qual è, insomma, il giusto atteggiamento etico? Da un lato non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia e raccontare i fatti, ponendo l’accento su eventuali irregolarità ravvisate. Dall’altro lato, evitare qualsiasi conclusione prima che la giustizia faccia il proprio corso. Vi sono delle inchieste in corso, stanno emergendo nuovi dati e l’atteggiamento dei “l’avevo detto io” rappresenta un vulnus al mondo del giornalismo.

Aborriamo qualsiasi previsione, non trattandosi di pronostici su chi vincerà il campionato, la Champions o i mondiali. Ragion per cui evitiamo di parlare per partito preso. Chiunque si definisca un giornalista di tal nome è tenuto a svestire gli abiti del moralizzatore o del garantista a priori. Non si tratta di non volersi esporre, ma un professionista ha il dovere etico di esprimersi solo ed esclusivamente sulla base di fatti appurati.

Ad oggi vi sono dei dati oggettivi su cui esprimersi (irregolarità contestate e inchieste in corso), ma ergersi aprioristicamente ad avvocati difensori o a moralizzatori è un atteggiamento da evitare. Un atteggiamento all’insegna del dispregio delle più basilari norme di deontologia professionale. Che si appartenga all’una o all’altra fazione. Una deontologia professionale purtroppo sconosciuta a molti strilloni in possesso di un tesserino.