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La storia del Belpaese può essere ripercorsa attraverso quella delle sue città. Ognuna di esse si è ritagliata una propria identità sociale, culturale e politica, e ciascuna ha affrontato le proprie lotte e vittorie. Ciò è stato particolarmente sentito durante il Rinascimento, quando le città-stato italiane si sono contese la supremazia.

Queste città erano governate da ricche dinastie che avevano un’enorme sete di potere, tra le quali le più influenti erano i Medici di Firenze, gli Sforza di Milano e i Borgia di Roma. Quando nel 1545 fu costituito il Ducato di Parma – dopo che Papa Paolo III lasciò in eredità la città e il territorio circostante al figlio illegittimo Pier Luigi – la casa papale dei Farnese fece sì che l’influenza di Parma crescesse con essa.

Le vestigia di questo mecenatismo familiare e di questa presa di potere sono presenti tuttora. E negli anni Novanta, il peso economico della famiglia Tanzi ha aiutato la città di Parma a prosperare come mai prima d’allora. Sotto l’egida del pater familias Calisto, la conglomerata alimentare Parmalat ha fatto della provincia un polo economico e industriale. Ma soprattutto, Calisto Tanzi ha riconosciuto che il Parma Calcio era il veicolo perfetto per espandersi e conquistare il mercato. Sostenuto dalle ricchezze di Tanzi e guidato da tecnici di grande spessore, la squadra ducale divenne una delle sette potentissime sorelle italiane e divenne nota come Il Grande Parma.

Nel giro di un decennio, tra il 1992 e il 2002, il Parma ha conquistato due Coppe UEFA, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e tre Coppe Italia. Questo successo senza precedenti fu arrestato a seguito dell’implosione finanziaria della Parmalat nel 2003. Ma la storia dell’ascesa del Parma rappresenta un capitolo indelebile degli anni del calcio italiano.

Il Parma prima della Parmalat

Il campanilismo è molto sentito tra i parmigiani. Situata in Emilia-Romagna, regione delimitata dal fiume Po e contigua alla Toscana, alla Liguria, alla Lombardia e al Veneto, le sue risorse naturali hanno storicamente reso prospera la città di Parma. I cittadini si sentono molto orgogliosi della propria terra.

Dopotutto, questa è una città che vanta un teatro (il Teatro Regio) che rivaleggia con il Teatro alla Scala di Milano, una casa automobilistica (Dallara) che rivaleggia con gli altri colossi della “Terra dei motori”, e alcuni dei prodotti più pregiati al mondo, come il prosciutto di Parma e il Parmigiano Reggiano. Anche il celebre compositore Giuseppe Verdi era parmigiano e, in passato, i calciatori del Parma Calcio sono scesi in campo allo Stadio Ennio Tardini sulla scia della Marcia Trionfale di Giuseppe Verdi. Ma in termini calcistici, fino ai primi anni Novanta, la storia della squadra era avara di soddisfazioni.

L’inizio dell’ascesa fulminea del Parma si può far risalire al 1985 e alla promozione in serie B. Un successo che deve molto all’allora allenatore Arrigo Sacchi, che ha disposto la propria squadra con un 4-4-2, perfezionando i suoi sistemi di marcatura a zona e di pressing integrato, tattiche che avrebbero funzionato con effetti devastanti al Milan. Dopo aver guidato il Parma a contendersi la promozione in Serie A nella stagione 1986-87, Sacchi decise di rispondere all’appello di Silvio Berlusconi, unendosi ai rossoneri.

Mentre Sacchi completava il suo trasferimento a Milano, il Parma era pronto a una svolta epocale. Sotto la presidenza di Ernesto Ceserini, fu stipulata una sponsorizzazione con la Parmalat. Il destino del club era deciso. Dopo aver oscillato tra la serie D e la serie B fin dalla sua nascita nel 1913, il Parma si apprestava finalmente a scrollarsi di dosso la sua etichetta di provinciale.

Il Parma 1985-1986 con Arrigo Sacchi alla guida

Il Parma di Nevio Scala

I più giovani tendono ad associare il Grande Parma agli anni di Carlo Ancelotti e Alberto Malesani. Questi allenatori vantavano squadre pazzesche e zeppe di granti talenti, come Gianluigi Buffon, Lilian Thuram, Fabio Cannavaro, Juan Sebastián Verón, Diego Fuser, Enrico Chiesa e Hernán Crespo. Eppure è stato Nevio Scala a gettare le basi e a conquistare per primo la serie A.

Scala iniziò la sua carriera di allenatore portando la Reggina alla promozione in serie B durante la sua stagione d’esordio. Pur essendo riluttante a lasciare la Calabria, Scala riconobbe il potenziale del progetto del Parma. Arrivato in Emilia, rinunciò ai luoghi comuni del calcio “pane e salame” e si mise in testa l’idea di costruire un qualcosa di speciale. Scala era un uomo che lavorava assiduamente sul campo di allenamento e aveva poco tempo per la pontificazione.

Il tecnico patavino lasciò subito la sua impronta, accantonando il sistema dogmatico 4-4-2 di Sacchi, optando per un 5-3-2. Il cambiamento portò a un successo immediato. Dopo aver lottato per i primissimi posti in serie B per tutta la stagione 1989/90, il Parma sconfisse per 2-0 i rivali locali della Reggiana nel finale di stagione, conquistando il quarto e ultimo posto che dava diritto alla promozione. Dopo 77 anni di vita, i Gialloblu avevano finalmente raggiunto il paradiso della massima serie italiana.

Peccato che Ceserini – presidente dal 1976 – non avesse potuto godere di questo momento storico, in quanto scomparve pochi mesi prima. Ma il suo decesso non fece altro che accelerare la rivoluzione del Parma, aprendo la strada all’acquisto del 98% delle azioni del club da parte della Parmalat. Il timone fu consegnato all’amministratore delegato del colosso alimentare, Calisto Tanzi. Con l’iconico Parmalat impresso sulle maglie, la squadra iniziò la propria “crociata” anche in Serie A.

Calisto affidò le funzioni presidenziali del club al collega della Parmalat Giorgio Pedraneschi, che si impegnò a rafforzare una squadra già talentuosa. Il portiere brasiliano Taffarel e il difensore belga Georges Grün si unirono a Luigi Apolloni e Lorenzo Minotti per rinforzare la linea di difensiva, mentre la stella svedese di Italia ’90, Thomas Brolin, fu il fiore all’occhiello della campagna acquisti, per comporre l’attacco assieme all’idolo di casa Alessandro Melli (nato ad Agrigendo durante la militanza del padre nell’Akragas).

Nel frattempo, Scala continuava a infondere la sua visione tattica, che la squadra recepiva nel migliore dei modi. Il tecnico rompeva la convenzione di un libero staccato dalla linea difensiva e il suo 5-3-2 era un sistema ibrido che poteva evolversi in un 3-5-2, con i terzini che facevano tutta la fascia. I Crociati ne raccolsero i frutti, raggiungendo uno splendido quinto posto e qualificandosi per la Coppa UEFA alla loro prima stagione di Serie A.

L’investimento nella squadra andò avanti e Scala fu l’artefice degli acquisti dei terzini Antonio Benarrivo e Alberto Di Chiara. La vivacità del duo fu fondamentale ai fini del funzionamento del sistema tattico del tecnico veneto, permettendo un’alternanza senza soluzione di continuità tra il 5-3-2 e il 3-5-2.

Alla luce delle ambizioni di ascesa del club, il settimo posto nella stagione successiva fu visto come una delusione per la proprietà. Tuttavia, la vittoria contro la Juventus nella finale di Coppa Italia del 1992 funse da passepartout per l’ingresso nell’élite delle grandi del calcio italiano. Il trionfo segnò l’inizio di un decennio ricco di trofei e di una rivalità con la Juventus.

Il successo dei Ducali fu accompagnato anche da una ragguardevole vetrina per l’attività dei Tanzi. Il Parma, infatti, era uno dei più preziosi strumenti pubblicitari internazionali a disposizione di Parmalat. Il brand e il club erano intrecciati al punto tale che alcuni commentatori stranieri chiamavano addirittura la squadra Parmalat. Calisto Tanzi ne beneficiava, ma i tifosi parmensi erano infastiditi.

Mentre il fatturato aumentava, l’entusiasmo e l’implacabile etica del lavoro di Scala erano contagiosi. La sua squadra esprimeva un calcio entusiasmante, utilizzando rapidi contrattacchi e dinamici cambi di gioco per allungare gli avversari, contando su una difesa compatta e su una buona dose di cinismo sotto porta.

Anche sul fronte calciomercato le cose andavano nel migliore dei modi. L’arrivo di Faustino Asprilla dell’Atlético Nacional nel 1992 e quello di Gianfranco Zola del Napoli nel 1993 aggiunsero fantasia e velocità. Alle loro qualità si aggiungevano la diligenza e il coraggio di Néstor Sensini e Massimo Crippa, arrivati rispettivamente dall’Udinese e dal Napoli.

Tra la sua passione per la dolce vita e le sue abilità calcistiche ipnotizzanti, Asprilla entrò nel cuore dei tifosi del Parma. Il suo status si consolidò durante le semifinali della Coppa delle Coppe, quando la sua doppietta condusse il Parma alla vittoria contro l’Atletico Madrid al Vicente Calderón. Seguì un’altra notte magica, quando il Parma sconfisse i belgi dell’Anversa a Wembley, alzando il suo primo trofeo europeo.

Il Parma che scese in campo a Wembley era una squadra che stava vivendo un periodo di transizione tra squadra operaia e compagine ricca di stelle. Asprilla non giocò la finale, ma in quel Parma figuravano elementi del calibro di Benarrivo, Brolin, Grun o Di Chiara, mentre la vecchia guardia era composta da Osio, Cuoghi, Zoratto e Melli, tra gli altri.

In campionato, il Parma concluse la stagione 1992/93 in terza posizione, ponendo fine all’imbattibilità di 58 partite del Milan di Fabio Capello. Scala si dimostrò la bestia nera di Capello anche la stagione successiva, battendo i rossoneri nella Supercoppa Europea.

Ma l’apice dell’era Scala fu raggiunto nella stagione 1994/95, che vide i parmensi battagliare per il titoo con i nuovi rivali della Juventus. Le due compagini lottarono su tre fronti. La Juve di Marcello Lippi, irresistibile com’era in quel periodo, si impose a livello nazionale, battendo il Parma nella finale di Coppa Italia e finendo 10 punti davanti in Serie A. Ma quando si incontrarono nella finale di Coppa UEFA del 1995, furono gli uomini della Scala a prevalere, grazie anche all’ex bianconero Dino Baggio.

Il tenace centrocampista centrale, prelevato dal Parma in estate, realizzò l’unico gol nella vittoria per 1-0 di andata del Crociati al Tardini, per poi segnare nel pareggio per 1-1 al ritorno. Scala ebbe la meglio su Lippi, bloccando il temuto trio d’attacco della Juve composto da Gianluca Vialli, Fabrizio Ravinelli e Roberto Baggio.

Schietto e realistico come sempre, Scala riconobbe che il campionato la Juve aveva fatto meglio: “Non abbiamo avuto né la resistenza mentale né fiscia per vincere lo scudetto, ma in una gara secca, posso dire che possiamo battere chiunque“.

Forse la più grande conquista di Scala risiedeva nella semplicità del suo mantra generale: la coerenza. Ha sempre resistito alla tentazione di mandare via calciatori, favorendo un gruppo affiatato che si adattava perfettamente al suo 5-3-2. Tuttavia, proprietari come Calisto Tanzi hanno sempre avuto una sete machiavellica di ottenere qualcosa di più e fu l’ingerenza del patron che portò all’addio di Scala nel 1996-1997. Il magnate del settore alimentare desiderava un nome da copertina, un tecnico che potesse esprimere un calcio più offensivo. Lo scudetto era un obiettivo dichiarato.

Si pensava che Hristo Stoichkov, ex vincitore del Pallone d’oro ai tempi del Barcellona, potesse essere l’uomo scudetto. Tuttavia, il Parma sborsò 12 miliardi di lire per un giocatore che, nonostante avesse ancora 29 anni, era in fase calante. Naturalmente il suo acquisto era finalizzato all’espansione del brand (in USA e, naturalmente, nell’este Europa). Tanzi era un uomo d’affari e, come i parmensi avrebbero sentito sulla propria pelle, la sua smania di denaro non conosceva limiti.

L’acquisto di Stoichkov fu accompagnato anche dalla richiesta a Scala di cambiare sistema di gioco. Ma il tecnico veneto non era il tipo di persona da scendere a compromessi e non accettò di buon grado l’acquisto di Stoickhov, ritenendo che il bulgaro si pestasse i piedi con Zola e pregiudicasse l’efficacia della squadra. Le esclusioni di Stoichkov non andarono a genio alla società e a fine stagione si consumò il divorzio con il tecnico. Curioso il fatto che andò via anche il calciatore.

Il “plutocrate” di Collecchio rimosse Pedraneschi dall’incarico, passando il timone della presidenza al figlio Stefano. La scelta del tecnico ricadde sul reggiano Carlo Ancelotti. Scala rimase innamorato del club e “decano” dei tifosi parmensi, ma la società decise di provare a vincere il titolo con un nuovo tecnico. Per la prima volta era emesa in maniera cristallina la mano perniciosa e immorale di Calisto Tanzi. 

Le parole di Scala sul suo addio sono eloquenti: “Stoichkov aveva appena vinto il pallone d’oro e veniva dal Barcellona ma, pur rispettando le sue qualità eccezionali, non lo volevo nella maniera più assoluta. Non si è inserito nel nostro scacchiere, e abbiamo avuto grandi problemi. Il suo arrivo ha rovinato i nostri piani“, aggiungendo “Io non mi sentivo assolutamente alla fine del mio percorso al Parma, stavo benissimo e le cose andavano bene. Quando però a gennaio del ’96 il mio presidente ha telefonato a Capello per chiedegli se era disponibile a venire a Parma, ho capito che dovevo farmi da parte“.

Ancelotti e Malesani: delusione e successo

Rispetto al presidente Pedraneschi, Stefano Tanzi adottò un approccio più pratico e certamente meno sottile. “I sogni non sono altro che desideri“, affermò al momento di prendere in mano la situazione e si mise immediatamente in moto per massimizzare le possibilità di successo di Ancelotti in campionato. Thuram, Chiesa, Crespo e Mario Stanić furono i ricchi acquisti che integrarono un gruppo già valido, che comprendeva Cannavaro e Gigi Buffon. Tatticamente, Ancelotti passò al 4-4-2 e, in alcune occasioni, ma in alcune occasioni rimase fedele alla collaudata formazione 5-3-2 della Scala.

L’era Ancelotti fu contraddistinta da tante delusioni. I Ducali non riuscirono a spezzare la supremazia della Vecchia Signora. A quattro partite dalla fine, il pareggio per 1-1 con il Milan costò caro al Parma e la Juventus vinse il titolo 1996/97 con due punti di margine.

La mancata vittoria dello scudetto di Ancelotti fu aggravata dalla sua opposizione al desiderio di Stefano Tanzi di ingaggiare Roberto Baggio dal Milan. Il presidente voleva essere assecondato e desiderava divertirsi. “A Parma non possiamo fingere che basti vincere lo scudetto. Dobbiamo anche giocare un bel calcio“. Ma la bellezza sta negli occhi di chi guarda e, come Scala prima di lui, Ancelotti credeva che acquistare un calciatore di nome non fosse la chiave per le vittorie.

Dopo un’altra stagione senza trofei, Ancelotti fu scaricato e la scelta del sostituto ricadde su un altro veneto, Alberto Malesani. I Tanzi desideravano un tecnico che esprimesse bel calcio. L’ex allenatore della Fiorentina era esuberante, chiacchierone e rinomato per la sua spensieratezza calcistica. Il suo carattere era incarnato al meglio dalle sue eccentriche scene in panchina e, in particolare, dalle sue simpatiche e bizzarre esultanze.

L’esperimento Ancelotti non era andato a buon fine, ma con Malesani il Parma tornò ad essere una squadra coesa e unita. Con Buffon in porta e Thuram, Sensini e Cannavaro in difesa, i Crociati ingaggiarono Diego Fuser e Paolo Vanoli per raffrozare le fasce. La difesa era protetta dalla coppia formata da Alain Boghossian e Dino Baggio, mentre davanti a loro la Brujita Veron fungeva da fantasista dietro al duo formato da Crespo e Chiesa, una delle coppie d’attacco più micidiali d’Europa.

Non sorprende che la stagione 1998/99 sia stata la più vincente della storia del club, con i Ducali che conquistarono sia la Coppa Italia che la Coppa UEFA. La vittoria per 3-0 sul Marsiglia in finale rasentò la perfezione. Dopo turni di qualificazione passati soffrendo, come quelli contro Fenerbahce e Wisla Cracovia, il Parma ebbe la meglio in scioltezza sui Rangers (anche se all’andata l’argentino Gabriel Amato mise a fuoco e fiamme la difesa parmense), sul Bordeaux e sull’Atletico Madrid (altra vittoria al Calderón). La finale fu senza storia. Crespo, Vanoli e Chiesa regolarono un Marsiglia che aveva eliminato il Bologna allo scadere nel match di ritorno.

Anche se i Ducali vinsero un altro trofeo – la Coppa Italia nel 2002 sotto la guida di Pietro “Gedeone” Carmignani – il tanto decantato scudetto non è mai arrivato. Inoltre, nell’impero di Tanzi cominciarono a manifestarsi crepe finanziarie e la società fu costretta a cedere i migliori: Verón e Crespo furono acquistati dalla Lazio, mentre la Juve prelevò Thuram e Buffon. Ma questo non bastò. L’intera portata della degenerazione finanziaria della famiglia Tanzi fu rivelata solo nel 2003, anno dell’insorgenza del crac Parmalat, uno dei più grandi scandali di bancarotta fraudolenta e aggiotaggio in Europa.

L’azienda – che era arrivata ad essere l’ottava in Italia – aveva accumulato debiti per decine di miliardi del vecchio conio. Calisto Tanzi fu condannato per bancarotta fraudolenta, tra gli altri capi di imputazione. Con le fortune di Parma legate sia letteralmente che figurativamente alla Parmalat, il club fu messo in amministrazione controllata e gestito da un curatore fallimentare nominato dal tribunale fino al 2007. A poco più di 10 anni dall’inizio dell’apogeo targato Tanzi, l’ascesa di Parma fu stroncata senza troppe cerimonie.

Il lascito del Parma

In verità, l’ascesa e la caduta del Parma hanno alcuni punti in comune con quella del Napoli. Entrambe le società furono vittima delle “dubbie” pratiche commerciali dei loro proprietari ed entrambe sono il simbolo di un’epoca gloriosa, ma pericolosamente straordinaria, del calcio italiano.

Il successo del Parma in questi anni è indissolubilmente legato al mecenatismo, alla corruzione e all’inganno della famiglia Tanzi. Ma i tifosi conserveranno sempre il ricordo di un’epoca in cui i Gialloblu sono diventati protagonisti in Italia ed Europa. Il loro Campanilismo si è manifestato attraverso i successi del Parma e, nonostante il caos e la sofferenza che ne è seguita, la maggior parte dei parmensi sono ancora orgogliosi di quella squadra.

Nonostante abbiano subito un destino simile anni dopo sotto l’ennesimo imprenditore senza scrupoli (Tommaso Ghirardi), il Parma si sta rialzando e c’è la sensazione che i fasti del passato vengano un giorno rinverditi.

Per ora, tuttavia, i tofis parmensi possono ricordare con nostalgia i trionfi di Scala e Malesani. In quel momento, la loro ascesa sembrava inarrestabile. Ma come recita un proverbio locale: “Quando sali su un albero, ricorda che più sali in alto, più i rami diventano sottili e ti allontani dal terreno”.