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Nell’immaginario collettivo degli appassionati di calcio ritorna in mente lo scambio Anastasi-Boninsegna tra Juventus e Inter. Il compianto Pietruzzo si trasferì in nerazzurro e Bonimba alla Vecchia Signora.

Quello scambio fece scalpore, in quanto un interista fu ceduto alla Juve e uno juventino all’Inter. Nel lontano 1976, la volontà del calciatore non era dirimente come oggi. Boninsegna accettò quindi a malincuore il passaggio in bianconero. Eppure, una volta sceso in campo, nonostante avesse già 33 anni, diede continuità alle stagioni di cui si era reso protagonista in nerazzurro.

«Boninsegna arrivò alla Juve a fine carriera, ma restava sempre un fior di centravanti. Era capace di insultarti per un passaggio sbagliato, ma se cinque minuti dopo andavi a terra per un fallo era il primo a venirti vicino e a chiedere: “Chi è stato?”. Guardava gli avversari a muso duro, per far capire che se ci avessero riprovato li avrebbe sistemati lui».

Parole e musica di Roberto Bettega, vero cuore bianconero. Negli anni ’70, un calciatore di 33 anni era oramai considerato sul viale del tramonto. Capitava spesso che, poco dopo i 30 anni, un campione si ritirava o andava a giocare nelle serie inferiori. Dopo le gioie con Cagliari (celebre il rapporto con Manlio Scopigno) e Inter, il centravanti nativo di Mantova giocò gli ultimi scampoli di carriera in bianconero.

Quella Juve non era il cimitero degli elefanti e Boninsegna era ancora un fior d’attaccante. A cavallo tra gli anni ’60 e ’70 era reputato da Gianni Brera il miglior centravanti al mondo assieme a Riva. Pelé era chiaramente un’altra storia. E Bonimba non arrivò certo alla Juve solo per spillare soldi alla Vecchia Signora. Nonostante l’età, affrontò le partite con la massima grinta e con propositi bellicosi.

A testimonianza dell’importanza di Boninsegna in bianconero, ricordiamo l’episodio della colica renale. Vista l’assenza del bomber mantovano, la Juve pareggiò. L’Avvocato Agnelli gli telefono, dicendogli: “guarisca presto, la Juventus ha bisogno di lei. Domenica voglio vederla in campo”. Quella Juve era la miglior squadra d’Italia e tra le migliori in Europa. Bonimba aveva un senso tattico innato, le sue doti di finalizzazione non si erano minimamente intaccate, non aveva perso il tiro e correva ancora.

Un suo gol in Coppa UEFA contro il Manchester United.

Le statistiche in bianconero recitano 93 partite e 35 goal. Boninsegna diede inoltre un contributo tangibile alla conquista del 17° e del 18° scudetto bianconero, così come a quella della Coppa UEFA. In quella finale (stagione 1976-1977), il Trap lo fece giocare titolare nonostante i grossi problemi fisici. Boninsegna strinse i denti, non si reggeva in piedi ma, prima di arrendersi per essere sostituito da Gori, ingaggiò un duello con i centrali dell’Athletic Bilbao a suon di spinte, spallate e… schiaffi. Nonostante fosse alto 1 metro e 74, il bomber mantovano era molto ben strutturato.

Il soprannome gli fu dato da Gianni Brera, ma non lo gradì particolarmente: «A San Siro gli ho chiesto il perché di quel soprannome. – ha raccontato l’ex attaccante in un’intervista con Gianni Mura su ‘La Repubblica’ (2013) – ‘Perché hai il culo basso e quando corri mi ricordi Bagonghi, nano da circo’. Ho incassato guardandolo come per fargli capire che con i miei 174 centimetri ero più alto di lui. Poi Brera scrisse sul Giorno, più o meno: ‘È inutile che Bonimba mi guardi dall’alto in basso, nano l’ho battezzato e nano resta. Un nano gigante, però’».

Proprio il fisico potente e atletico gli ha spianato la strada per arrivare a certi livelli. D’altronde a 13 anni correva i 100 metri in 13 secondi, mentre in bicicletta era una scheggia. Il fisico ben strutturato, le qualità atletiche e la professionalità gli hanno consentito di disputare una quindicina di stagioni ad altissimi livelli. Un calciatore così longevo era più unico che raro per l’epoca.

«Quando sono arrivato a Torino, non avrei mai pensato di vincere due scudetti, una Coppa Uefa e una Coppa Italia; ero però conscio del mio ottimo stato fisico e del fatto che, dovendo sostituire un beniamino della tifoseria come Anastasi, avevo il dovere di dare sempre il massimo. Le cose, soprattutto nelle due prime stagioni, andarono davvero bene, tant’è che Boniperti mi offrì la possibilità di un quarto anno di contratto, a quasi 37 anni. Ma, a quella veneranda età, preferì la sicurezza di un posto al Verona, in Serie B, alla certezza di un impiego part-time con i bianconeri».