Bruce Grobbelaar ha combattuto nella guerra della Rhodesia da adolescente e ha deciso di lasciare il Sudafrica quando gli è stato chiesto di combattere ancora, quella volta in Angola. Ha coltivato il suo sogno di giocare per il Liverpool e l’ha fatto diventare realtà dopo le esperienze in Canada e nelle serie inferiori inglesi. È stato il protagonista di uno dei momenti più memorabili della Coppa dei Campioni.

Roma, 30 maggio 1984. Il Liverpool affrontava la Roma nella finale della Coppa dei Campioni d’Europa, alla ricerca del quarto titolo della sua sua storia. Dopo un pareggio (1-1) dopo i tempi supplementari, la partita è stata decisa ai rigori. Fu la prima finale della storia che avrebbe avuto bisogno dell’appendice degli undici metri.

I rigori contro la Roma

Bruce Grobbelaar stava per regalare un momento memorabile. Di fronte ai calci di rigore di Bruno Conti e Francesco Graziani, il portiere nato in Sudafrica, ma originario della Rhodesia (ora Zimbabwe), decise di essere innovativo. Sul primo tiro ballava al ritmo di una danza ’60, sul secondo muoveva le gambe a mo’ di spaghetti.

A raccontare quella maledetta (per la Roma) notte dell’Olimpico, ci pensò “il cattivo” della serata. A Bruce Grobbelaar il ruolo del classico cattivo dei film calzava a pennello.

«I calci di rigore sono partiti male, Stevie Nicol ha fallito il suo primo tiro. E’ andato per primo sul dischetto soltanto perché Phil Neal si stava allacciando le scarpette. Phil doveva essere il primo e Stevie il secondo, ma voleva togliersi subito il pensiero e ha mandato il tiro oltre la traversa. Poi loro hanno segnato e Joe Fagan mi ha abbracciato e mi ha detto. “Ascolta, nessuno se la prenderà con te e se sbagliano sarai un eroe, cerca di fare qualcosa per fargli perdere la concentrazione”. Quella cosa mi è rimasta in mente. Neal ha segnato, poi Bruno Conti si è presentato sul dischetto, ho messo le mani sulle ginocchia e ho iniziato a muovermi su e giù e lui ha sbagliato. In quel momento mi sono detto che forse il balletto funzionava».

«Souness ha messo giù il pallone e siamo andati sul 2-1. Sapevo dove avrebbe indirizzato il tiro il loro prossimo giocatore, ma mi ha ridicolizzato lo stesso. Rush poi ha siglato il 3-2 e quando è arrivato Graziani che doveva assolutamente segnare per pareggiare sono entrato nella porta e ho iniziato a tirare la rete con i denti. Pensavo: “Sono a Roma, il piatto nazionale sono gli spaghetti e farò le gambe da spaghetti”, mi sono buttato a destra ed il suo pallone ha colpito il palo».

«Toccava a me tirare il quinto calcio di rigore, ma mi ci è voluto del tempo per tornare a centrocampo e Alan Kennedy si era già portato sul dischetto. Ho guardato Joe e mi ha detto: “Se ci metti così tanto tempo per tornare a centrocampo puoi restare qui a soffrire con tutti noi”. Il resto è storia – Alan ha segnato infilando il pallone nel sette e abbiamo trionfato. Kennedy saltava su e giù, ma eravamo tutti in estasi – una delle sensazioni più magiche della mia vita. Siamo usciti a cena con le nostre mogli in una bella villa con vista sulla città. Una serata assolutamente magica».

Dalla guerra al calcio

L’infanzia di Bruce Grobbelaar è stata radicalmente diversa da quella degli altri giocatori. Con un talento per il cricket e il baseball, fu addirittura escluso da una squadra di calcio in Sudafrica perché era… bianco. Cresciuto in Rhodesia (ora Zimbabwe), nonostante sia nato in Sudafrica a Durban, avamposto cittadino nella costa meridionale del KwaZulu-Natal, ha prestato servizio nell’esercito nazionale tra i 17 e i 19 anni durante la guerra.

Grobbelaar fu arruolato nell’esercito rhodesiano come scout, incaricato seguire le tracce dei guerriglieri antigovernativi di Robert Mugabe e fu pertanto obbligato a ucciderne parecchi per salvare se stesso. Era una vera e propria “kill or to be killed arena” e molti dei suoi colleghi si suicidarono, incapaci di sopportare quell’orrore. Grobbelaar venne spedito al confine con il Mozambico.

«Eravamo abituati a scambiare sigarette e cioccolato con i nostri colleghi. Poi, nel giorno di Natale del 1975, iniziarono a sparare. Durante la guerra impari a prenderti cura di te stesso. Entri nell’esercito pensando di stare al fronte per un anno, poi diventano diciotto mesi, poi due anni. Ho visto morire alcuni miei compagni, altri sono usciti mutilati dal conflitto. È lì che realizzi quanto sia preziosa la vita, sopravvivere diventa un dono. Per questo motivo, quando sono riuscito a diventare un calciatore, scendevo in campo con il sorriso: venivo pagato per giocare. Ripenso spesso al mio periodo nell’esercito, a tutte quelle vite strappate da una guerra di una stupidità assoluta, che poteva essere evitata con un semplice tavolo di negoziazione».

Grobbelaar affermò che, se fosse uscito vivo da quella guerra avrebbe voluto giocare nel Liverpool. Quel sogno di un diciannovenne, ancora così lontano,  sembrava irraggiungibile, anche se scampò illeso alla guerra. La verità è che la guerra era finita. Bruce giocò in Sudafrica e si ritrovò nuovamente a un bivio quando gli fu chiesto di combattere in Angola. Il portiere rifutò, scegliendo di andare a vivere nel Regno Unito, finendo poi per giocare Canada, al servizio dei Vancouver Whitecaps, nell’ex NASL (North American Soccer League).

Dal Canada al Liverpool il passo sarebbe stato breve, appena due anni. Andò a Vancouver nel 1979, al suo debutto subì un gol da Cruyff e concluse la stagione in prestito al Crewe Alexandra in quarta serie. Le sue prestazioni impressionarono gli osservatori del Liverpool, che lo fecero ingaggiare dai Reds nel 1981 con l’idea di farne l’erede di Ray Clemence.

«La tifoseria mi chiamava Jungleman, uomo della giungla. Dicevano che non ero bianco, che ero un nero con la pelle bianca. Il calcio mi ha davvero salvato dalla depressione e ha allontanato i pensieri oscuri della guerra».

Clemence passò al Tottenham e Bruce Grobbelaar si guadagnò la fiducia di Bob Paisley, anche se all’inizio la sue prestazioni tra i pali erano piuttosto incostanti. Le 250.000 sterline sborsate dai Reds per ingaggiarlo alla fine si rivelarono un affare, in quanto rimase ai Reds fino al 1994, vincendo sei titoli di First Division, tre FA Cup, due Coppe di Lega, cinque Supercoppe e, naturalmente, la famosa Coppa dei Campioni d’Europa del 1984. In totale, ha giocato 624 partite con la maglia del Liverpool.

Una propensione per le tragedie

Bruce Grobbelaar ha vissuto molti momenti drammatici da vicino. Ha partecipato alla guerra in Rhodesia e ai disastri di Heysel e Hillsborough. «Ero all’Heysel ed ero anche a Sheffield quattro anni più tardi, nel giorno della tragedia di Hillsborough, con 96 tifosi morti. Ogni uomo dovrebbe tornare nei luoghi dei suoi orrori, fare i conti con i demoni, liberarsene. Sono tornato nei posti in cui ho fatto la guerra, in Mozambico, in Zimbabwe, in Sudafrica, e sono tornato anche all’Heysel. C’è una targa, una data, i nomi delle vittime. Non mi pare abbastanza, il Belgio potrebbe fare qualcosa in più per le famiglie degli italiani».

Grobbelaar il giorno della tragedia dell’Heysel

Grobbelaar finì sotto inchiesta per un presunto coinvolgimento in uno scandalo di manipolazione dei risultati, avviato da una denuncia del quotidiano The Sun nel novembre 1994. Il portiere si dichiarò sempre innocente in tribunale – assicurando che stava semplicemente raccogliendo informazioni per trasmetterle alla polizia – e la giuria non riuscì a raggiungere un verdetto consensuale. Quando il peggio passò, Grobbelaar accusò The Sun di diffamazione e, dopo un appello, fu condannato a pagare le spese legali del giornale.

Il tutto fu aggravato dal fatto che non aveva più soldi. «Sono stato riconosciuto innocente, ma il Sun alla fine ha ottenuto quello che voleva. Loro avevano le risorse per distruggermi, il mio stipendio più alto è stato di 2.800 sterline a settimana al Southampton. La bancarotta era l’unica opzione. La giuria mi ha ritenuto non colpevole, non ho fatto nulla di sbagliato, il mio caso è unico nella storia britannica. E dubito possa accadere nuovamente. Sono arrivato qui con dieci sterline in tasca, me ne vado con una. Ma che vita ho avuto con quelle nove!»,

Come se non bastasse, il Liverpool lo sostituì con David James e anche l’esperienza al Southampton nel 1994/95 non fu proficua. Il resto della sua carriera non è stato altro che un’ombra del passato, passata in clui di serie inferiori. Bruce Grobbelaar sarà anche caduto in disgrazia, ma la storia ricorderà sempre la notte della spaghetti dance e del suo contributo decisivo per la conquista della Coppa Campioni da parte del Liverpool.