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C’è un calcio quasi mitologico che si perde nella notte dei tempi dove tutto ebbe inizio. Un calcio in cui i giocatori non erano i superprofessionisti odierni, ma uomini normali che spesso svolgevano altri lavori mischiati alla gente comune e la domenica vestivano una casacca dando vita a battaglie che hanno fatto la storia.

Nel 1928 il campionato era diviso in gironi e la Roma, appena nata, aveva già un seguito senza precedenti nella Capitale. Le aspettative erano altissime grazie ad una squadra che era fusione di tutte le maggiori squadre capitoline ad eccezione della Lazio che divenne ben presto acerrima rivale.

La prima giornata di quel campionato fu Roma-Legnano, partita che terminò con un agevole 4-1 per i giallorossi e che ha assunto una connotazione oltremodo storica con il passare del tempo, con l’affermarsi dei protagonisti che ne furono coinvolti. Raramente infatti, soprattutto nel calcio moderno, nella stessa partita hanno esordito e segnato due giocatori che sarebbero diventati Hall of Famer e bandiere della propria squadra. Cosa che avvenne il 30 settembre del 1928.

Per paragonare la portata dei giocatori coinvolti all’epoca, è come se nella stessa partita avessero esordito Totti e De Rossi andando ambedue in gol.

Il primo a entrare in scena fu Fulvio “Fuffo” Bernardini che era la stella della squadra, primo giocatore del Sud Italia chiamato da Pozzo in Nazionale e strappato agli squadroni del Nord dalla Roma in fasce. Bernardini, da molti paragonato a Meazza per la regalità e la capacità di giocare a testa alta, aveva una visione di gioco sopraffina, un senso della posizione naturale e una spiccata propensione al gol nonostante non giocasse centravanti.

Sfortunato in Nazionale dove Pozzo, nonostante ammettesse la sua superiorità tecnica, preferiva la fisicità di Monti, Bernardini divenne la prima bandiera e il primo vanto della Roma, nonostante gli involontari trascorsi biancocelesti. Si narra che il “Dottore”, come era soprannominato dai suoi tifosi per la sapienza delle sue giocate, al giorno del provino trovò il cancello della Fortitudo Roma chiuso e si presentò alla Lazio dove fu preso immediatamente.

Arrivato dall’Inter dopo aver lasciato i biancocelesti con attriti e polemiche per una promessa al padre in punto di morte che fu disattesa (un altro calcio…), tornò a Roma dopo due anni e divenne ben presto l’invidiato capitano giallorosso la cui superiorità tecnica era a tratti imbarazzante rispetto alla media dell’epoca. Il suo gol al 15’ fece da prologo all’entrata in scena del secondo Hall of Famer della gara che esordì facendo quel sapeva fare meglio, cioè gol.

Il suo nome era Rodolfo Volk, italianizzato in un buffo Folchi dal Regime. Dinoccolato e non particolarmente elegante, Volk aveva la caratteristica, anomala per l’epoca, di giocare spalle alla porta e sorprendere il difensore con repentini cambi di velocità che lo portavano facilmente al tiro. Anche lui non ebbe fortuna nella grande Italia di Pozzo, chiuso da fenomeni come Schiavio e Meazza, ma nella Roma fu un’autentica macchina da gol. Ne realizzo ben 103 con la maglia giallorossa, superato soltanto cinquant’anni dopo da Pruzzo e poi da ovviamente da Totti.

I protagonisti di quella squadra furono gli “eroi di campo Testaccio” a cui fu dedicata una canzone, simboli di una Roma giovane ed entusiasta e capaci di ispirare un film su una roboante vittoria per 5-0 contro la Juventus.

Due di loro, i più rappresentativi, segnarono il loro primo gol, dando il via alla loro mitologia in giallorosso, il 30 settembre di 93 anni fa.