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Sugli effetti della pandemia mondiale sul mondo dello sport si è analizzato tutto: dalle gravi perdite economiche cui cercano di far fronte in ogni modo club, leghe e federazioni, ai protocolli sanitari che devono seguire atleti e squadre per poter prendere parte alle varie competizioni; dal rinvio e, a volte, cancellazione dei più grandi ed importanti eventi sportivi del globo, alle varie regolamentazioni che spesso cambiano da paese a paese creando in certi casi confusione e squilibri nelle prestazioni sportive.

Nella prima fase, per poter ripartire, l’imperativo è stato uno solo: PORTE CHIUSE. Non poteva essere altrimenti, il Mondo si trovava davanti a qualcosa di completamente nuovo ed ignoto. Si deve ripartire ma cercando di correre meno rischi possibili, sia agli atleti che alla popolazione.

Con il passare dei mesi, grazie alla ricerca scientifica, alle campagne vaccinali, agli studi sull’evoluzione del contagio, le varie Nazioni hanno compreso che con il Covid-19 si può convivere senza correre eccessivi rischi per la salute della popolazione e in tutti i settori man mano ci sono state riaperture con più o meno restrizioni a seconda dei casi.

Il mondo del calcio, soprattutto in Europa, ha fatto da apripista: dalle porte chiuse si è passati a un numero limitato di ospiti, per poi ragionare in percentuale rispetto alla capienza dell’impianto sportivo: 10%, 15% per poi arrivare con Euro2020 al 25% e gradualmente fino alla capacità totale in base alle normative sanitarie locali, come successo durante gli Europei in Ungheria, Danimarca e Regno Unito in occasione delle fasi finali a Wembley.

FIGC e Lega dopo un lungo braccio di ferro con le istituzioni sono riuscite a creare un protocollo sanitario per consentire ai tifosi di poter ritornare sugli spalti, anche se i nostri stadi non potranno ospitare più del 50% della loro capienza. Finalmente i tifosi possono tornare ad incitare la propria squadra ed i propri beniamini dal loro “posto di lavoro”: le tribune e non più davanti ad un freddo schermo a cristalli liquidi. L’effetto si è notato subito: giocatori ed allenatori ammettono candidamente che nelle ultime due stagioni quello che si è giocato non era calcio ma un altro sport, si rivedono tante famiglie, donne e bambini sugli spalti per una giornata di festa, gli ultras cercano di adattare il loro stile di tifo alle norme sanitarie.

Seppure il numero di posti sia limitato, l’entusiasmo è grande. Nonostante gli ultimi week-end d’estate i biglietti sono andati per gran parte esauriti, stessa cosa sta succedendo per le prossime giornate di campionato e per l’imminente inizio delle coppe europee. Questo però riaccende un’annosa questione che riguarda il calcio italiano: l’arretratezza dei nostri stadi. La vendita di biglietti attuale non si discosta molto da quella media, fatta eccezione per qualche piazza come Milano, del periodo pre-Covid19: stadi vecchi, scomodi, spesso sovradimensionati, che non rispettano in alcuni casi gli standard della Serie A, FIFA e UEFA spesso hanno favorito l’allontanamento dei tifosi, soprattutto in certe fasce d’età, anziché attarli.

Alcune società come la Juventus, in questi giorni si festeggia il decimo anniversario dello Stadium, hanno compreso questo problema e sono intervenute costruendo o ristrutturando stadi con capienze più sostenibili, con tutti i confort in modo da poter passare una giornata al suo interno e nelle sue immediate vicinanze, facendoli diventare una fonte di reddito e non solo un costo.

I progetti presentati sono tanti, quelli realizzati pochissimi. Il motivo? La solita burocrazia italiana e l’immobilismo di certe amministrazioni locali che invece di pensare ai tifosi, li considera solo fonte di potenziali voti suggestionandoli spesso con false promesse. Il futuro deve andare verso strutture sportive ecosostenibili, più contenute e facili da gestire, a misura di utilizzatore e fruibili 365 giorni l’anno, che creino ricchezza e posti di lavoro. Speriamo che questa maledetta pandemia possa, invece, portare a qualcosa di buono per il futuro del nostro sport