Molti tifosi associano la figura di René Higuita alla celebre parata dello scorpione in quel di Wembley. Eppure la carriera da portiere del colombiano è stata molto più di una fiammante parata e di un audace colpo dello scorpione. La maggior parte dei colombiani lo considerano uno dei portieri tecnicamente più dotati – alcuni affermano addirittura giocatori in generale – che il Paese abbia mai prodotto.

Nonostante abbia giocato una sola stagione al di fuori delle Americhe (al Valladolid nel 1992/1993), il suo nome è conosciuto in tutto il mondo e Higuita è uno dei modelli dei portieri attuali, così attenti al gioco con i piedi. Lui ha scelto la via della follia per imboccare la strada dell’immortalità calcistica.

I capelli lunghi e crespi e i baffi cespugliosi di Higuita hanno caratterizzato il suo stile di gioco non convenzionale e stravagante. Anche se giocava in porta, in molte partite era il calciatore più talentuoso in campo – e non aveva alcuna remora a mostrarlo. In campo esibiva spensieratezza e incoscienza, riscrivendo il ruolo del portiere. Grazie alla sua follia, Higuita sarà sempre ricordato per i suoi incredibili dribbling, i suoi triangoli con i compagni di squadra e anche i suoi gol.

Nel corso della sua poco ortodossa carriera, Higuita ha segnato oltre 40 gol, di cui tre per la nazionale colombiana. A metà del XX secolo, quella Colombia in preda alla barbarie e all’odio, si è guadagnata un’identità violenta. In campo, Higuita stava offrendo quella vitalità e quel divertimento di cui il Paese, dilaniato dalle guerre del narcotraffico, aveva bisogno.

Gli inizi

Un portiere alto poco più di un metro e settanta, che gioca sempre fuori area, sfidando la sorte e non avendo paura di puntare in dribbling gli avversari più agguerriti, facendosi passare la palla sopra la foltissima chioma, non poteva non essere eretto a icona nazionale in Colombia.

I Millonarios, squadra di Bogotà, hanno dato a Higuita la sua prima possibilità di mostrare al mondo del calcio quello che avrebbe saputo fare. Non sorprende che abbia iniziato la sua carriera da attaccante prima di essere costretto a giocare una partita in porta, ma tra i pali ha portato tutto quel bagaglio appreso quando toccava invece a lui battere i portieri avversari. Le sue grandi prestazioni spinsero l’Atlético Nacional, il più grande club della sua città natale, Medellín, a ingaggiarlo. E fu lì che Higuita si fece un nome.

Higuita dopo la vittoria della Copa Libertadores

Nel 1989, il suo talento aiutò El Verde a trionfare in Copa Libertadores, contribuendo alla vittoria ai calci di rigore nella finale contro l’Olimpia Asunciòn. L’arquero colombiano riuscì a parare ben quattro rigori, segnandone anche uno. Fu il capolavoro di Higuita e Maturana, che aiutarono un club cafetero ad aggiudicarsi la massima competizione sudamericana per club per la prima volta nella storia. Fu Leonel Álvarez a segnare il rigore decisivo, ma l’eroe fu senza dubbio l’estroso portiere colombiano.

Il trauma del San Paolo

Dopo aver conquistato il Sud America con il Nacional, Higuita si avventurò sul palcoscenico mondiale con la Colombia. Secondo i pronostici, i cafeteros avevano un ruolo da protagonista ai Mondiali di Italia ’90. Tuttavia, i rischi che si era assunto sul campo gli stavano per ritorcersi contro, poiché il suo errore contro il Camerun costò carissimo a lui e alla sua nazione.

Il portiere aveva ritrovato Maturana in nazionale. Oltre che su di lui, l’esperto allenatore colombiano aveva costruito la squadra su calciatori già avuti nel club, come Andrès Escobar, Luis Carlos Perea, Albeiro Usuriaga e Norberto Molina. Il suo 4-2-2-2 “futuristico” prevedeva una squadra cortissima, in stile Sacchi (tecnico stimatissimo da Maturana), difesa a zona e possesso palla compulsivo. La cucitura di gioco era affidata ovviamente a Carlos Valderrama, “gemello” di Higuita.

La Colombia raggiunse gli ottavi di finale per la prima volta nella sua storia. Il portiere del Nacional mise in mostra tutto il suo repertorio, sconcertando tifosi e telespettatori con il suo stile avventuroso e volto allo spettacolo. A un Mondiale non si era mai visto un portiere giocare con tanta libertà. Eppure i tifosi colombiani videro il peggio e il meglio di Higuita. Il peggio fu l’effetto collaterale di quella stravaganza così poco ortodossa.

In quel match degli ottavi di finale tra Colombia e Camerun, Napoli si crogiolava non solo nel sole, ma nella natura espressiva di due calciatori con stili così pioneristici come Roger Milla e René Higuita. Ai supplementari fu il Camerun ad avere la meglio, con il 38enne Milla che segnò due gol. L’estro e l’originalità di Higuita avevano fatto posto a un momento di follia non più benedetta e di stupidità.

Sul risultato di 1-0 per gli africani, un pallone spazzato dalla difesa camerunese arrivo all’arquero della Colombia. Con il suo consueto stile, giocò il pallone lontanissimo dalla porta, triangolò con un compagno e, nonostante il pressing di Milla, decise di non affrettarsi a rigiocarlo. Dopo aver gigioneggiato inspiegabilmente, il portiere si fece rubare palla da Milla, che avanzò qualche metro fino a tirare al limite dell’area, con la porta ovviamente spalancata.

Dopo aver mostrato al mondo chi era, René Higuita si guadagnò un trasferimento in Europa, al Real Valladolid in particolare, ma durò meno di un anno in Spagna prima di tornare al Nacional per vincere due titoli di campionato prima che gli eventi extra-campo cominciassero a pesare non solo su Higuita, ma sul Paese stesso.

Higuita fuori dal campo

Se in Sud America vieni definito Loco, un motivo c’è sempre. Non furono molti altri i calciatori che entrarono in affari con uno dei più ricercati signori del crimine del mondo. La Colombia degli anni ’90 era in fermento non solo dal punto di vista calcistico, ma si ritrovava a fronteggiare la piaga del narcotraffico. Il signore assoluto era Pablo Escobàr, Re del cartello Medellin.

Higuita ha conosciuto bene Escobar durante la sua carriera. Nel 1993 Higuita venne coinvolto in un caso di sequestro, legato al signore della droga. La persona rapita era la figlia di un amico dello stesso portiere, il quale svolse il ruolo di intermediario nella trattativa. Escobar chiese un riscatto di 300.000 dollari, e Higuita guadagno 64.000 per la sua “opera di intermediazione”. Tuttavia, poiché trarre profitto da un rapimento è illegale in Colombia (e non solo), il Loco fu costretto a passare diverso tempo in gattabuia.

Una volta perquisita l’abitazione di Escobar, la polizia trovò documenti che mostrarono il legame tra i due. I sette mesi in gattabuia e l’onta a cui fu esposto fecero sì che il CT Maturana escludesse il portiere dai Mondiali di USA ’94. Quella competizione in cui l’ondata di violenza fu ancora protagonista, con l’uccisione del calciatore Andres Escobar.

Tra l’altro René Higuita fu tra i protagonisti della famosa partita che ebbe luogo presso la Catedràl, il carcere personale del re del narcotraffico. A tal riguardo Higuita ricorda: «Le autorità in Colombia mi hanno detto di consegnare Pablo Escobar in modo da non arrestarmi. Sapevano che ero innocente, ma in tutte le persecuzioni che avevano iniziato contro di lui, iniziarono a mettere i suoi conoscenti in prigione. La gente mi considerava suo amico dopo che l’ho visitato nel carcere di La Catedral. Risposi che non sapevo nulla e che anche se avessi saputo non avrei detto nulla. Era compito delle autorità. Io ero grato a Pablo Escobar per aver illuminato i campi da calcio quando nessun altro lo aveva fatto».

L’amicizia con Pablo Escobar era inequivocabile

Lo scorpione e il folklore calcistico

Un anno dopo, Higuita tornò a dare gioia al Paese attraverso il gioco del calcio. Il suo acrobatico colpo dello scorpione a Wembley, con il quale parò un tiro di Jamie Redknapp, consolidò il portiere colombiano nel folklore calcistico. Un qualsiasi altro portiere avrebbe fatto un passo indietro per bloccare quel pallone. Ma René Higuita non era un portiere come gli altri.

Fece un passettino mentre la palla gli venne incontro e, proprio quando arrivò, Higuita saltò con entrambi i piedi in aria dietro di lui, calciando il pallone con una mossa diventata iconica. I tifosi di Wembley furono presi da puro delirio e stupore per ciò a cui avevano appena assistito. La stessa reazione ebbe luogo tra i commentatori, i quali fecero a gara nel descrivere quel gesto con i superlativi più bizzarri.

Lo “scorpione” in un match di esibizione

A un quarto di secolo di distanza, si parla ancora della magica mossa di Higuita e la Colombia la considera uno dei suoi momenti sportivi più belli. Da quell’amichevole del 1995, El Loco non è più uscito dai riflettori, soprattutto in America Latina. Higuita ha lasciato il Nacional nel 1997 e ha giocato per un totale di nove squadre tra Colombia, Messico, Ecuador e Venezuela, prima di appendere gli scarpini al chiodo nel 2010 all’età di 43 anni.

Il fatto che la sua carriera calcistica sia durata tre decenni dimostra quanto abbia dato al calcio e come oggi abbia spianato la strada ai portieri sudamericani. Da quando si è ritirato, Higuita ha provato a entrare in politica. Oggi è di nuovo allenatore dei portieri del Nacional, tramandando il suo eccentrico stile di gioco alle generazioni future.

Al di là dell’attività di allenatore, la sua eredità continua a vivere e prosperare in Colombia e nel mondo. Ha ridefinito una posizione che molti non hanno ritenuto necessario ridefinire: per questo il calcio gli sarà sempre grato. Uno come lui non può essere definito un precursore per la nuova generazione di estremi difensori sudamericani. Basta non prenderlo alla lettera e scegliere solo il meglio di questa “filosofia alternativa di calcio”.

Vincenzo Di Maso