Sono due anni che aspetto questo momento: finalmente sotto lo stadio, insieme a tanti come me, con la bandiera in mano, con la maglietta addosso, con la voglia di tornare a tifare. Datemi una birra… rigorosamente nel bicchiere di plastica ci mancherebbe. Guardo l’orologio; manca un’oretta all’inizio e dentro c’è già gente che canta. Come ai vecchi tempi si canta già fuori e si canta forte, in fila alla prima cancellata.

Ho tutto: green pass, biglietto e documento, prevedo che sarà lunga entrare oggi. Vedo che la fila scorre veloce e lo credo bene: il controllo del green pass viene effettuato dall’app senza guardare il documento. Potrei essere chiunque insomma, cominciamo bene. Prima cancellata ok, l’applicazione dice che posso passare e il cordone di polizia mi guarda, ma la solita perquisizione non arriva.

Chissà, penso, forse anche la polizia questa storia del Covid non se la vive bene: ne perquisiscono pochi e anche male, niente a che vedere con le mani ovunque e gli accendini da mettere dentro le scarpe a cui eravamo abituati. Arrivo al tornello d’ingresso: non c’è ressa e buona parte della gente ha le mascherine, almeno davanti alla bocca.

Si viaggia veloce anche qui, la scansione del biglietto dallo smartphone è veloce e il controllo del documento personale avviene soltanto per vedere se il ticket d’ingresso è correttamente intestato. In un momento del genere mi controlli il documento per il biglietto e non lo controlli per il green pass? Lo penso, ma non lo dico. E meno male che siamo alla prima giornata, pensa quando allenteranno le maglie.

L’ingresso allo stadio, quelle scale che portano a vedere il prato restano sempre un’emozione troppo grande per essere descritta. Non c’è televisore 8K che tenga rispetto alla partita dal vivo, con i tuoi occhi come telecamere, la possibilità di vedere e godere di un contorno che sembra tornato quello di “quando si poteva tutto”.

Pure troppo forse, mi rendo conto presto che lo stadio resta zona franca, me ne accorgo subito dopo decenni di stadio: la curva alla mia sinistra è totalmente ammassata nella parte bassa, in buona percentuale senza mascherine. L’entusiasmo è da big-match, da partita di cartello, e ci mancherebbe dopo due anni di astinenza. La scacchiera con cui si è decisa la riapertura al 50% è un’utopia e i controlli, seppur volenterosi degli steward, sono totalmente ignorati. Che poi 50%? È pieno: ho occhio per il “mio” stadio e ci saranno almeno il 60-65% di posti occupati.

Forse in questo contesto servirebbe la polizia penso, ma le forze dell’ordine e le frange di ultras messe a contatto possono essere una miccia esplosiva. Lasciamo perdere. Li guardo da lontano e nel mio piccolo faccio il mio, provando a mantenere un certo spazio “vitale”. La mascherina è oggettivamente insopportabile, fa troppo caldo e non si riesce a cantare, ma almeno i miei due metri di distanza cerco di mantenerli. E poi questo vaccino servirà a qualcosa no?

La partita fa dimenticare tutto come sempre: distanziamenti, due anni di merda, problemi personali e chi più ne ha più ne metta. Noto un ragazzo accanto a me, sta zitto e guarda la partita senza dire una parola e senza muovere un muscolo: o è un imbucato che tifa per l’altra squadra o è terrorizzato dalla situazione. Ci può stare.

La fila ai bagni a fine primo tempo e quella per prendere la birra non cambia una virgola rispetto a quello che succedeva prima. Tutti ammassati, tutti a sbrigarsi perché inizia il secondo tempo. Io conosco lo stadio abbastanza bene da sapere che il chioschetto delle birre all’ingresso è sempre più civile: vado lì e infatti la situazione non è più extraterritoriale: la gente rispetta la fila e aspetta di prendere la sua birra senza fretta.

Ritorno dentro, la partita è trascinante e la curva è carica: segniamo noi e di certo non si battono le mani come a Wimbledon, partono abbracci e isteria di massa come è sempre stato. Al fischio finale via con gli inni e i bandieroni. E’ stato bello dimenticare tutto per novanta minuti più recupero, è stato bellissimo rivedere dal vivo la mia squadra e quei colori che amo da quando sono nato. Mentre esco, come al solito tra gli ultimi perché mi piace così, sento uno che grida tra il serio e il faceto: “Se continua così tra un paio di settimane ci richiudono”.

Sotto sotto lo penso anche io, poi rifletto che prima o poi questa brutta storia finirà e magari non sarà così. Se c’è una cosa che questa pandemia mi ha lasciato dentro è che oggi è oggi, domani sarà domani, un altro giorno: inutile pensare a cosa succederà, ormai non c’è più certezza di nulla. Mi viene in mente il titolo di una vecchia canzone che recitava “God only knows”.

Già, God only knows. Forse neanche lui.

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