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Chi è Sardar Azmoun, attaccante dello Zenit

Azmoun ha 26 anni: è nato il 1 gennaio 1995 in una piccola cittadina, che confina con il Turkmenistan. Pur essendo una icona nel suo Paese, non ha mai esordito nella massima serie iraniana.

Dopo essersi messo in mostra in un torneo giovanile a San Pietroburgo (toh… il destino), infatti, a 18 anni è stato acquistato dal Rubin Kazan. Con cui ha totalizzato 27 presenze e 5 gol, nel biennio 2013-15, prima di trasferirsi al Rostov.

Sulle rive del fiume Don ha la fortuna di incontrare il suo mentore, l’allenatore Kurban Berdyev. Quello che lui stesso definisce come una sorta secondo padre. L’allenatore è turkmeno di etnia, proprio come Azmoun. Ed è proprio in quella lingua che comunicano i due. La cosa facilita oltremodo l’inserimento dell’iraniano in un contesto sociale così diverso rispetto alla Persia. Nei due anni a Rostov, la possibilità di interagire con una persona che lo comprenda, fuori e dentro il campo, consente ad Azmoun di imporsi come uno dei migliori attaccanti del campionato russo.

Nel giugno 2017 torna al Rubin, che a febbraio 2019 lo cede dallo Zenit San Pietroburgo, al quale si vincola contrattualmente fino al 30 giugno 2022, in cambio della modica cifra di 12 milioni di euro.

Azmoun, calciatore moderno e associativo

Le caratteristiche di Azmoun gli consentono si essere un attaccante moderno. Completo in entrambe le fasi in cui si sviluppa il gioco, con e senza palla. Veloce, in campo aperto. Abile tecnicamente, quando mantiene l’attrezzo tra i piedi. Elegante nelle movenze. Con uno sviluppato senso delle rete ed un discreto tempismo negli ultimi sedici metri. Nonostante sia dotato di una certa fisicità (è alto 1.86 per 79 kg), che gli consente di occupare centralmente lo spazio profondo, giocare spalle alla porta e favorire le sponde con i compagni, non disdegna di andarsi a cercare gli spazi, allargandosi in fascia.

Tatticamente non è affatto un egoista. Alla luce della propensione a muoversi senza palla, rientra naturalmente nell’alveo generazionale dei cd. “calciatori associativi”. Ovvero, molto tecnici, che si esaltando proprio grazie a una maggiore libertà di movimento. Peculiarità che consente loro di reagire in base agli input forniti dai compagni, nonché alla posizione della palla. In quest’ottica, quindi, il “Messi iraniano” (come l’hanno soprannominato in patria) è un giocatore dalle mansioni ben definite – fare l’attaccante – ma dalle qualità composite. Che gli consentono di approcciarsi al gioco e interpretarne i momenti in maniera sfumata. Meno rigida rispetto all’impostazione classica e tradizionale del ruolo.

Tantomeno si potrebbe etichettare l’iraniano come un indolente. Anzi, si sacrifica tanto nel lavoro sporco, quello che non evidenziano le cronache dorate. Azmoun, dunque, è quel tipo di attaccante che collabora con i compagni nella fase di non possesso e riaggressione. Dove aiuta concretamente la squadra, abbassandosi sotto la linea della palla, per portare pressione e sporcare le linee di passaggio agli avversari.

Ovviamente, alla luce delle proprietà tecnico-tattiche evidenziate, appare evidente quanto poco ortodosso sia l’accostamento con la Pulce argentina!

Il volley nel DNA

Un tratto distintivo, che definisce il modo di stare in campo dell’attaccante dello Zenit, è l’elevazione: gli consente di sovrastare i difensori, pure più alti di lui, dando l’impressione di rimanere sospeso sopra le loro teste. Indubbiamente, questa qualità che ne contraddistingue il gioco fa parte del suo bagaglio genetico.

D’altronde, non potrebbe essere altrimenti. Visto e considerato che il papà, Khalil, è stato nazionale iraniano di pallavolo. Ed il volley, ad un certo punto di questa storia, sembrava potesse essere davvero il destino tracciato per Azmoun. All’età di 12 anni, infatti, smette di giocare a calcio e decide di seguire le orme paterne. In seguito, proprio il padre Khalil, lo convince a tornare sui suoi passi e riprendere con il calcio.

Da lì in poi, è storia. Nelle giovanili dell’Etka Gorgan, Azmoun fece tutta la trafila, fino a quel fatidico torneo Under 17 di San Pietroburgo, che gli spalanca le porte del calcio professionistico, con il Rubin.

Amatemi per quello che sono: questo è Azmoun

Un’ultima curiosità: sull’avambraccio sinistro, Azmoun ha voluto imprimere sulla pelle, in inglese, una frase sintomatica dei princìpi che ne ispirano la vita e la professione. “Amatemi per quello che sono”. Ecco, sembra proprio il manifesto di chi, per cercare di raggiungere i suoi obiettivi, si rifiuti di comportarsi come desiderano gli altri. Percorrendo il filo logico del suo cuore e delle sue capacità.

Chissà che la Roma non possa essere il volano di una piccola rivoluzione culturale, accaparrandosi sul mercato un talento proveniente da una realtà geografica considerata poco appetibile dal punto di vista calcistico. Ma che comunque s’è già consacrato sul palcoscenico europeo, seppur in un campionato “minore” rispetto alle cd. Big Five: le cinque principali Leghe del calcio europeo.