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Ci fu un periodo in cui le romane sembravano essersi prese lo scettro e aver spostato il centro del mondo calcistico nella Città Eterna. Nel 2001, la Roma era fresca campione d’Italia, grazie a Totti certo, ma anche a campioni del calibro di Cafu, Batistuta, Emerson e Samuel. La Lazio veniva da un ciclo spaventoso; un biennio in cui nella sponda celeste della Capitale era arrivato uno Scudetto, due coppe Italia, una Supercoppa Italiana, una Coppa delle Coppe. Il culmine dell’epopea laziale fu la vittoria contro il Manchester United in Supercoppa Europea, grazie a una rete del “Matador” Salas.

Cragnotti, padrone dell’impero Cirio, aveva costruito una delle squadre più forti del mondo le cui punte di diamante erano state in ordine sparso Peruzzi, Nesta, Stam, Salas, Almeyda, Nedved, Veron, in parte Vieri, Crespo, Boksic e Mancini, con comprimari di prim’ordine. Delle Sette Sorelle, quelle vere, la signora in biancoceleste era una delle più belle e ambite; invitata al ballo delle più forti del mondo e con una dimensione europea mai avuta in precedenza.

Nell’estate 2001 il patron laziale dette un’altra prova di forza: ceduti Nedved alla Juventus e Veron al Manchester United, acquistò Gaizka Zabala Mendieta per 90 miliardi. Il basco era stato, nei due anni precedenti, vicecampione d’europa con il suo Valencia, una squadra fortissima di cui lui era la punta di diamante. Centrocampista di qualità e quantità, Mendieta era stato votato due volte miglior giocatore della competizione ed era sul taccuino di tutte le big d’Europa, pronte a ricoprirlo d’oro per avere i suoi servizi.

L’AMBIENTAMENTO INESISTENTE E IL CRACK FINANZIARIO

Al suo arrivo Cragnotti dichiarò senza mezzi termini: “Ho costruito la Lazio più forte di sempre”. Fino a quel momento del resto, il suo sistema di compravendite aveva sempre compensato partenze illustri con arrivi eccellenti. Vieri ad esempio era valso 100 miliardi? Era arrivato Hernan Crespo che al primo anno in biancoceleste era stato capocannoniere del campionato.

A sua insaputa, Mendieta fu l’ultimo squillo della grande epopea laziale a cavallo del millennio; la Lazio partì male e Zoff fu subito esonerato. Zaccheroni, subentrato in corsa, non capì bene cosa fare del… “centrocampista più forte del mondo”. Il basco cominciò a vagare per il campo senza compiti e senza particolari squilli, perdendo credibilità in pochissimo tempo, inghiottito dall’intensità del calcio italiano; fuori dal guscio di sicurezza del suo Valencia.

Il crack finanziario della società, sommersa dai debiti maturati nel tempo, complicarono ancor più la situazione: Mendieta cadde nel dimenticatoio, il Valencia capì ben presto di esser stato pagato con carta straccia sotto forma di assegni post-datati.

Lo spagnolo si dette alla musica, assecondando la sua passione da DJ nella capitale, prima di essere girato in prestito al Barça dopo appena una stagione. L’etichetta di “più grande bidone della storia del calcio italiano” lo accompagnò fino in patria e poi al Boro nel 2007. In Premier chiuse mestamente la carriera senza mai riscattarsi. A distanza di 20 anni oggi, quando si pensa ad un possibile grande bidone in ambito di mercato, di qualsiasi squadra esso sia, la mente di chi ha vissuto quel periodo va inevitabilmente a disegnare il viso di Mendieta, arrivato da Re in una Lazio stellare e destituito dopo appena un anno, con il massimo del disonore, da una società sull’orlo del fallimento.

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