La storia del calcio ha visto fin dai primi tempi una litania di grandi allenatori provenienti dal Belpaese. Questi pensatori strategici e innovatori del calcio hanno portato il loro gioco in tutto il mondo e lo hanno influenzato in molti luoghi. Tra gli allenatori più vincenti e influenti nel nostro campionato degli ultimi sessanta anni figurano stranieri come Helenio Herrera o Nils Liedholm e tecnici nostrani come Marcello Lippi, Giovanni Trapattoni, Arrigo Sacchi e Carlo Ancelotti. Andando più indietro nel tempo, si fa riferimento a Vittorio Pozzo, mentre il maestro del Catenaccio, Nereo Rocco, viene ingiustamente trascurato.

La città di Trieste ha vissuto una lunga storia di cambiamenti; gli imperi hanno varcato le sue porte e rivendicato la città come propria. Ancora oggi la città è divisa tra una zona italiana e una slovena. Nel 1912 la città faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico, durante il quale è nato un uomo speciale, Nereo Rocco. Il Paron – Il Maestro – amava Trieste e amava tornare nella sua città natale in molte occasioni nel corso della sua vita, anche se la sua carriera lo portò ad allenare tante squadre in tutta la penisola.

Essere triestino all’inizio del calcio italiano era come essere di un altro Paese. I calciatori erano trattati con meno rispetto dei loro omologhi dei grandi club di Torino e Milano. La città stessa, considerata a torto una città di identità non italiana, era resa ancora più straniera da quei puristi che si facevano beffe di qualsiasi triestino.

Rocco giocava a Trieste durante la grande depressione, quando gli stipendi erano bassi e, in alcuni casi, i calciatori neanche lo percepivano uno stipendio. Molti erano costretti a trovare dei lavoretti per pagare le bollette, anche coloro che giocavano in serie A. Ciò corrispondeva al vero soprattutto nei piccoli club come la Triestina, dove i tifosi non pagavano per assistere alle partite e le sponsorizzazioni erano di piccola entità e portavano pochi fondi al club.

Dopo aver trascorso la sua gioventù con la maglia della Triestina, Rocco ha giocato nel Napoli. Non era un grandissimo calciatore ed era noto per la sua non esultanza dopo un gol. Nereo Rocco era solito tornare sul cerchio di centrocampo a testa in giù dopo un gol.

Nereo Rocco ai tempi della Triestina

Rocco ha giocato un’unica partita in nazionale, nel 4-0 contro la Grecia. La sua carriera da calciatore è stata dignitosa, ma non ha certo raggiunto le vette che avrebbe raggiunto da calciatore. Sul sito della FIFA è spiegato che quella presenza in nazionale era fondamentale a quei tempi affinché fosse possibile intraprendere la carriera di allenatore.

Il dibattito si è scatenato per decenni su chi ha veramente inventato il Catenaccio, che, tra l’altro, prevedeva anche l’introduzione del Libero. Non si discute tuttavia su chi abbia fatto l’uso più efficace di questo assetto tattico. Nereo Rocco padroneggiava il Catenaccio, diventando il primo allenatore italiano a portare la Coppa dei Campioni in Italia nel 1963 dopo aver sconfitto il Benfica di Eusébio. Gianni Brera, il padre della scrittura calcistica italiana, scrisse di Nereo Rocco: “Allena con sbalorditivo genio pragmatico. Gli italianuzzi si abbandonano a becera imitazione degli inglesi e lui vuole il metodo mantenendo due terzini centrali. Un giorno ritornerà in Italia, questo suo modulo prudenziale, e si chiamerà catenaccio. Pensa che giri: vi è quasi da piangere, tanto siamo fessi. Ma Nereo non ha ancora voce, è ancora lontano dalla ribalta, ma capisce che il “WM” è un lusso proibito, anzi masochistico per noi, e arretra il centravanti sul centravanti avversario. Diviene dunque libero lo stopper in seconda battuta: libero – dico io – da incombenze di marcatura. Tutto il mondo adotta e chiama libero il secondo terzino d’area: in Italia, terra di grandi ingegni, è proibito. Sulla nostra stessa barca sono un po’ tutti gli ex calciatori passati alla tecnica. Dal castello di poppa, tonitruante, Nereo. Il suo pragmatismo sincero diventa taumaturgico. Rigenera vecchie rozze mal capite, lancia ragazzini veloci e coraggiosi, adatti al contropiede. Nasce allora, invocato, il calcio all’italiana e garantito che il suo più limpido interprete è Nereo. Senza falsa modestia, sono io il teorico. Lottiamo insieme a colpi di risultati e, nella metafora, di sessola e di remi. Le molte brutte figure della nazionale verrebbero subito evitate se i consoli osassero vestire il Padova di azzurro. Ma per ora il catenaccio è il diavolo e nessuno capisce o vuol capire”.

Rocco è indelebilmente legato al suo rivale Helenio Herrera, il mitico allenatore della Grande Inter, che ha portato al successo anche il sistema del Catenaccio. Questi due colossi della panchina hanno dominato il mondo del calcio per oltre un decennio negli anni Sessanta e fino agli anni Settanta.

A differenza di Herrera, che nella sua vita personale era severo come sul campo di allenamento, Rocco si trovava spesso dopo l’orario di lavoro nei ristoranti e nei bar con Gianni Brera, allora direttore della Gazzetta dello Sport, a bere e a discutere i temi del giorno con ex-calciatori e scrittori. Ovunque Rocco riusciva a trovare un luogo adatto per tenere queste sedute notturne, che diventavano il rito della sua carriera, un modo per convalidare i suoi metodi e per ottenere influenza sulla stampa locale.

Rocco iniziò la sua carriera da allenatore alla Triestina nella stagione 1947-48, l’epoca del Grande Torino. Nonostante ciò, questo piccolo club finì secondo classificato, 16 punti dietro gli invincibili, proprio davanti alla squadra dove Rocco avrebbe scritto la storia, il Milan. Il secondo posto è il miglior risultato di sempre della Triestina.

La Serie A si stava ancora riprendendo dal disastro aereo di Superga, l’incidente aereo che spazzò via il Torino di Valentino Mazzola ed Egri Erbstein, quando Nereo Rocco assunse la guida del Treviso. Rocco stava imparando il mestiere dell’allenatore e decise di fare esperienza lontano da casa, scegliendo la B vista la pressione decisamente inferiore.

Rocco ai primi tempi da allenatore

L’Italia si stava ancora riprendendo dal suo ruolo nella guerra e il calcio era una distrazione per molti in un periodo triste e tetro.

Dopo due stagioni di Serie B, Rocco era pronto a tornare a casa. Il suo ritorno a Trieste fu carico di disaccordi e di rabbia nei confronti della dirigenza del club. Rocco stava chiaramente diventando troppo grande per questo piccolo angolo d’Italia; voleva costruire qualcosa di importante e aveva bisogno di un posto dove farlo.

È qui che il Paron spiccò il volo. Il padovano Bruno Polazzi lo contattò dopo il suo addio alla Triestina. Una serie di cattivi risultati avevano visto cadere la scure su Rocco e pensò di tornare alla macelleria di casa. In quella macelleria, un giovanissimo Nereo imparò il significato della parola Lavoro e, tra un calcio al pallone e l’altro, vi si recava per aiutare il padre a servire polpette, stinchi e bistecche.

Rocco disse a Polazzi: “Se mi date la casa, più tanto al mese e mi lasciate tornare a Trieste ogni settimana senza creare problemi, posso venire a salvare la barca. Ma non prometto nulla; per il futuro vedremo“. Avrebbe fatto di tutto per tornare, anche per poche ore, nella sua città natia e respirare nuovamente l’aria di casa e quella della bottega di famiglia.

Quando Rocco prese in mano i Biancoscudati, questi ultimi erano impantanati nei bassifondi della B. Rocco riuscì immediatamente a imprimere il suo gioco fondato sul catenaccio e la presenza del Libero. Nelle restanti 11 partite, la squadra ottenne 12 punti e si salvò. La squadra migliorò decisamente, fino a raggiungere il terzo posto in Serie A nel 1957-1958. A causa di problemi economici, fu costretta a cedere i migliori e quel risultato fu l’apogeo di quel Padova.

Nel 1961 il famoso dirigente del Milan, Giuseppe Gipo Viani fu vittima di infarto. Anche se il Milan aveva vinto lo scudetto, Viani sapeva di doversi fare da parte e consegnare la società ad un altro dirigente. Quell’uomo era Rocco, il quale assunse anche le vesti di allenatore. Rocco si mise subito al lavoro, vincendo il titolo nella sua prima stagione al Milan. Nonostante sia conosciuto come il vero maestro del catenaccio, i rossoneri segnarono ben 83 gol in 34 partite nel 1961-1962. Rocco era avanti rispetto ai tempi e la preparazione fisica era all’avanguardia.

Un calciatore che non si sposò con lo stile manageriale di Nereo Rocco fu la leggenda del calcio inglese Jimmy Greaves, arrivato a Milano con un ricco contratto e partito dopo appena 10 partite. Greaves amava la vita da pub – spesso incontrando il connazionale Gerry Hitchens, che all’epoca era all’Inter – e questo non andava giù a Rocco. Greaves, agli occhi di Rocco considerato indisciplinato, fu rispedito in Inghilterra per diventare il primo giocatore da 100.000 sterline.

Con la partenza di Greaves, Rocco aveva bisogno di un’altra stella e pescò in Argentina. La scelta ricadde su Dino Sani, forte centrocampista brasiliano ex San Paolo. Sani stesso sarebbe poi diventato un allenatore venerato in Brasile, accreditando gran parte del suo successo a ciò che apprese sotto Rocco.

Con la nomina di Rocco come nuovo tecnico del Milan, nacque una naturale rivalità tra lui e il tecnico dell’Inter Helenio Herrera. Entrambi i tecnici erano cultori del catenaccio, ma Rocco era considerato l’esponente più tradizionale. Il Milan di Rocco era considerata una squadra che portava avanti un catenaccio ortodosso, con terzini bloccati e poche varianti.

Il capitano e stella azzurra Cesare Maldini, anch’egli triestino, era sulla buona strada per diventare una leggenda a Milano quando Rocco assunse la guida dei rossoneri. Sono stati Maldini e il ragazzo d’oro del calcio italiano, Gianni Rivera, a guidare i rossoneri in campo. Rocco era il leader indiscusso in tutte le altre faccende. Spesso visto infuriato a bordo campo, Rocco rimproverava gli arbitri, umiliava i giocatori più giovani e rendeva la vita miserabile a chiunque si mettesse sulla sua strada per provare vincere la partita.

Dopo l’immediato successo in ambito nazionale, la squadra di Rocco raggiunse la finale della Coppa dei Campioni del 1963. L’avversario era il fortissimo Benfica, con l’elegante e potente Eusébio, considerato da molti il secondo miglior giocatore del mondo dopo Pelé. A Wembley ebbe luogo una battaglia tra Titani. Nessuna squadra italiana aveva mai sollevato la Coppa dei Campioni e, dopo la perdita del Grande Torino, il Milan di Rocco si accingeva ad assumerne l’eredità.

Nereo Rocco con Cesare Maldini dopo la vittoria della Coppa dei Campioni

La partita vide contrapposte due filosofie diverse. Il Catenaccio affrontava l’attacco a tutto campo del Benfica. La prima frazione di gioco fu dominata dall’impeto del Benfica, che passò in vantaggio con il solito Eusébio. Il Milan era riuscito a ristabilirsi dopo il crollo iniziale, prima che il grande Altafini segnasse due gol nel secondo tempo per portare la Coppa Campioni in terra italiana per la prima volta nella storia.

Il nome di Rocco era ormai consolidato nella storia del calcio italiano. Maldini, Rivera e Altafini divennero tutti protagonisti internazionali ed eroi nazionali, trascendendo a volte anche la rivalità tra le squadre. Altafini aveva segnato ben 14 gol nella competizione. Maldini, il capitano, era ormai un mito del Milan, affiancato da Gianni Rivera, “l’abatino” del calcio italiano. Il Catenaccio era uno stile di vita e Rocco ne era il suo guru.

Dopo il successo in Coppa dei Campioni, Rocco decise di passare alla squadra distrutta nel 1949 dal disastro aereo di Superga, lo sfortunato Torino, una società che non si era mai ripresa da quell’orribile disastro. La società, un tempo potente, era ormai ridotta alla mediocrità di metà classifica con poca ambizione e pochissime fortune.

Rocco era l’uomo giusto per cambiare le cose. Motivatore eccellente, passava molto tempo con i suoi giocatori, sia in campo che al ristorante o al bar. Era un insegnante, incantava e, se necessario, arrivava ad umiliare i propri calciatori: faceva qualsiasi cosa servisse per ottenere il massimo rendimento da ognuno di loro. Era il miglior allenatore nell’uno contro uno.

Rocco studiava i punti di forza e di debolezza di ogni avversario nei minimi dettagli, spiegando ai propri calciatori come sfruttare questi punti deboli. Finalmente era arrivato al Torino un allenatore dotato di energia e forza di persuasione sufficiente per costruire una squadra vincente dalle ceneri di Superga. Sembrava che nessuno avesse osato sconvolgere i fantasmi di quella grande squadra cercando di vincere nuovamente, e l’intera città era ancora in lutto. Questo fino a quando il Paron non sovvertì lo status quo risvegliando il gigante addormentato.

Fu Orfeo Pianelli, neopresidente del Torino, a convincere Rocco a prendere il comando. Pianelli aveva portato anche il grande Gigi Meroni. Insieme, Meroni e Rocco vinsero la Coppa Italia nel 1967 e raggiunsero il terzo posto in campionato, il miglior risultato dai tempi di Valentino Mazzola. Purtroppo Meroni fu investito e uccieso mentre attraversava la strada dopo una partita contro la Sampdoria nell’autunno del 1967 e il Torino non riuscì a riprendersi.

Dopo il suo clamoroso successo al Torino, Rocco tornò sulla panchina Milan. Il secondo periodo di Rocco come allenatore rossonero fu ancora più ricco di successi rispetto al primo. La squadra era tornata ai vertici in Italia e la rivalità con Helenio Herrera era sempre in fermento. Quel periodo fu particolarmente proficuo per gli uomini di Rocco, che sollevarono la Coppa delle Coppe, una Coppa Italia e, successivamente, raggiunsero l’apogeo.

Alla fine della stagione 1968-69 non si parlò solo dello sbarco sulla luna e della guerra del Vietnam che infuriava nel sud-est asiatico. C’era partita di calcio di proporzioni titaniche che stava per avere luogo al Santiago Bernabéu di Madrid. La finale della Coppa dei Campioni. Il Milan era chiamato a sfidare il temibile Ajax, guidato dal leggendario Johan Cruyff.

Dopo aver battuto Malmö e Celtic, l’avversario successivo era il Manchester United, campione in carica, guidato dal leggendario Matt Busby, che aveva annunciato il ritiro dopo la fine della stagione. I favori del pronostico erano tutti per gli inglesi. Davanti a 80.000 spettatori, il Milan vinse 2-0 a San Siro, grazie alle reti di Angelo Sormani e Kurt Hamrin. Bastarono questi due gol per poi aspettare l’avversario e controllare.

La partita di Old Trafford rappresentò l’ultima di Busby in Coppa dei Campioni come allenatore del Manchester United. Il Milan si difese alla grande e il gol di Bobby Charlton arrivò troppo tardi.

Molto è stato scritto sulla finale iconica tra Milan e Ajax e sullo scontro di stili tra catenaccio e totaalvoetbal. Ancora una volta, i favoriti erano gli avversari. Johan Cruyff e Rinus Michels sembravano troppo avanti rispetto a un sistema reputato vetusto. Eppure questo sistema, tanto criticato alla vigilia non fu modificato di una virgola nell’affrontare Cruyff e compagni. Rocco era il volto di questo stile e doveva farlo funzionare a tutti i costi.

Rocco consigliò ai propri calciatori di calciare tutto ciò che si muoveva: palla o gambe. Disse inoltre a uno dei suoi difensori di marcare il centrocampista avversario dallo spogliatoio al gabinetto. Il Milan non avrebbe dato spazio all’Ajax per costruire il proprio gioco: la Coppa Campioni doveva finire a Milano.

Quando la partita sarebbe dovuta iniziare al Bernabéu, c’erano così tanti giornalisti sul campo che il calcio d’inizio fu ritardato di 15 minuti per farli sgombrare tutti. Quella doveva essere la prima partita trasmessa a colori in televisione.

La partita fu a senso unico, ma per il Milan, che asfissiò l’Ajax. All’ottavo minuto, Pierino Prati segnò il primo gol. L’Ajax sembrava essere sotto shock. Prati raddoppiò prima dell’intervallo e nel secondo tempo il canovaccio non cambiò. La solidità del Milan spazzò via ogni attacco orchestrato dalla squadra di Michels e Cruyff fece una sorta di comparsata. Sormani mise a segno il gol del 3-0, mentre Prati completò la sua tripletta. Il Milan e Rocco erano di nuovo campioni d’Europa e, ancora una volta, il catenaccio si rivelò la formula vincente. Il Paron aveva raggiunto l’apice della sua carriera.

Roccò allenò il Milan 1973, conquistando una vittoria in Coppa Intercontinentale nel 1969, una Coppa Italia e un’altra Coppa delle Coppe. La vittoria sull’Ajax, però, fu il fiore all’occhiello della lunga carriera del Paron. Quando Rocco lasciò il Milan dopo la stagione 1972-73, accettò la corte della Fiorentina, ma i suoi metodi non funzionarono a Firenze e la sua fame di calcio andò scemando.

Rocco tornò a Milano come Direttore Tecnico nel 1977, con il suo nome cementato negli annali dei grandi del calcio. Rocco ha infatti il merito di essere il tecnico più longevo della storia del Milan, avendo guidato in 323 occasioni.

Rocco morì nella sua città natale, Trieste, nel 1979, all’età di 66 anni. La cirrosi epatica fu un fattore che contribuì alla sua morte, con le sue lunghe notti passate a bere e a sezionare il calcio che alla fine è stato il suo apice e il suo nadir.

Rocco aveva però vissuto una vita piena – proprio come gli piaceva – dalla piccola città di Trieste fino a Napoli (città dove nacque il figlio), Torino e Padova, per poi consacrarsi a Milano. I suoi trionfi e i suoi fallimenti sono stati di pari misura, e di pari importanza nella sua vita, e hanno contribuito ai suoi più grandi successi come allenatore. Con uno stadio intitolato a lui nella sua città natale, l’eredità di Rocco continua ad entusiasmare e coinvolgere gli appassionati di calcio di tutto il mondo.

Da re del catenaccio, e l’uomo che ha portato il calcio italiano alla gloria europea, sarà sempre ricordato come un vero maestro di questo sport.

Vincenzo Di Maso