Ci sono partite che restano dei ricordi dei tifosi, e poi ci sono battaglie leggendarie che rimarranno indelebili nella storia del calcio. Parliamo naturalmente di Barcellona-Inter, la battaglia del Camp Nou, che ha avuto luogo esattamente 11 anni fa.

«Loro parlavano di vender cara la pelle, i miei hanno lasciato il sangue»

Quell’Inter, incarnazione all’ennesima potenza della mentalità di José Mourinho, si rivelò l’unica compagine in grado di strappare a Pep Guardiola la Champions League nelle sue prime tre stagioni al Barça, eliminando la sua favolosa squadra in un’infuocata semifinale.

La prima fase della rivalità tra Mourinho e Guardiola si è rivelata duratura nel corso degli anni, e, come sempre, abbiamo assistito a uno scontro tra stili di gioco. Il Barça di Guardiola ha fatto un’incetta di trofei senza precedenti nel 2009, con il vincitore del Pallone d’Oro e del FIFA World Player, Lionel Messi, grandissimo protagonista, e con un’espressione di gioco raramente vista nell’arte pedatoria.

L’Inter sotto la guida di Mourinho, nel frattempo, si era guadagnata la reputazione di essere una squadra meno bella e spettacolare. Il portoghese aveva realizzato l’accoppiata Scudetto-Coppa Italia nella sua prima stagione in carica ma, nonostante la vittoria del campionato, il suo stile di gioco, reputato troppo conservatore, non era stato esente da critiche.

La doppia sfida del 2010 contro il Barça ha rappresentato un banco di prova per Mourinho: il suo predecessore Roberto Mancini era stato sollevato dall’incarico a causa delle performance in Europa. Il portoghese fu quindi ingaggiato da Massimo Moratti far rinverdire i fasti del passato dell’Inter Mondiale di papà Angelo.

La stagione precedente aveva visto il Manchester United avere la meglio sui nerazzurri, con Mourinho che chiese scusa ai tifosi per l’atteggiamento troppo difensivo mostrato nel match di andata a San Siro.

Tra Barcellona e Mourinho, intanto, si era sviluppata un’innegabile inimicizia personale. Per molti tifosi della squadra catalana, Mourinho era ancora “il traduttore”, un riferimento deplorevole al suo periodo come assistente di Bobby Robson. Una serie di scontri a duello tra il Barça e il Chelsea di Mourinho aveva aumentato l’attrito negli ultimi anni.

Il “traduttore” e il regista ai tempi del Barcellona

Per mettere ancora pepe alla vicenda, Mourinho fu contattato per ricoprire il ruolo di allenatore della prima squadra per sostituire Frank Rijkaard, ma il club optò per la soluzione interna Pep Guardiola.

La freddezza di Mourinho nei confronti del Barça era stata evidente l’estate precedente alla doppia sfida di Champions, quando gli era stata chiesta la sua opinione sull’imminente trasferimento di Zlatan Ibrahimović dall’Italia alla Spagna: “Gli ho detto che se vincerà la Champions League con il Barcellona, non farà niente di straordinario“, commentò sornione il portoghese, “visto che i catalani l’hanno vinta due volte in tre anni. Mi piace fare qualcosa di straordinario, non quello che è normale“.

La narrazione pre-partita può essersi concentrata su un contrasto percepito nell’approccio tra l’esuberanza del Barcellona e il pragmatismo dell’Inter, ma nel match di andata furono i nerazzurri a produrre un calcio offensivo e brioso, battendo i Blaugrana per 3-1 a San Siro in maniera assolutamente meritata. Dopo aver subito i gol di Pedro, la squadra di Mourinho non si scompose e attaccò senza soluzioni di continuità.

Una situazione bizzarra costrinse gli uomini di Guardiola a fare un’ardua trasferta di 14 ore a Milano in pullman a causa della nube di cenere vulcanica dell’Eyjafjallajökull. Il 3-1 casalingo non lasciava certo tranquilli gli uomini di Mourinho. Al Camp Nou l’Inter avrebbe dovuto bloccare una squadra abituata ad assediare e stritolare gli avversari. Ai quarti un ottimo Arsenal era stato spazzato via con un netto 4-1, nonostante i Gunners passarono in vantaggio. “A Barcellona attaccheremo“, commentò Guardiola con la tipica spavalderia “Bagneremo il campo, così la palla si muoverà più velocemente, cosa che a San Siro non hanno fatto“.

Anche Mourinho si rese conto che la doppia sfida non era affatto decisa. Il portoghese si rese protagonista di alcune delle sue dichiarazioni pre-partita più celebri, dando vita a una a serie di giochi psicologici, evidenziando quindi l’ossessione della sua ex compagine di vincere il titolo di Champions League al Bernabéu, dove si sarebbe giocata la finale.

«Non è un sogno per il Barça: è un’ossessione. L’ossessione è arrivare in finale a Madrid. Una cosa è seguire un sogno, un’altra è avere un’ossessione»

Mourinho continuò: “Ho avuto un saggio di come funziona qui. Ho vinto delle coppe – contro il Betis nel 1997 – al Bernabéu, dove tutti erano avvolti dalle bandiere catalane. So di cosa si tratta – è anti-madridismo. È un’ossessione”.

Un Guardiola imperturbabile, tuttavia, si affrettò a respingere i commenti su una rivalità personale tra lui e il tecnico portoghese. “Ho un ottimo rapporto con Mourinho. Non ci siamo scambiati i numeri di telefono, ma lo considero il migliore, e cercheremo di batterlo“.

La simulazione di Busquets:

L’attesa era spasmodica e l’atmosfera era incandescente, con il ruggito di 98.000 tifosi estasiati all’interno del Camp Nou per la gara di ritorno, con Mourinho, come al solito, felice di interpretare il ruolo del cattivo. Il portoghese applausì con sarcasmo i tifosi del Barça che deridevano il tecnico dopo che Thiago Motta fu espulso con un secondo cartellino giallo molto discutibile. Al centrocampista italo-brasiliano fu sventolato il cartellino rosso dopo la simulazione di Busquests. La strategia di Mourinho è esemplificata da queste parole: “Volevamo dare la palla al Barça, perché il Barça è pericoloso solo se ti ruba la palla nella tua trequarti“.

Tuttavia, l’Inter di Mourinho, ben oliata, non si snaturò né si perse d’animo neanche di fronte all’assedio del Barça. Il gol di Piqué all’84° minuto (il netto fuorigioco, ben più evidente di quello di Milito all’andata sul terzo gol) fu il preludio di un finale thriller. Un finale con il brivido per il gol annullato a Bojan Krkic per il tocco di braccio di Yayà Touré. A fine partita, niente poteva frenare l’euforia di Mourinho che si riversò sul terreno di gioco del Camp Nou, facendo infuriare sia i tifosi del Barça che Victor Valdés con i suoi esuberanti festeggiamenti. Il pubblico del Camp Nou, che di certo non brilla per sportività, lo ricoprì di insulti e Mourinho fu anche innaffiato con gli idranti.

«È la sconfitta più bella della mia carriera. Questa squadra meritava di pareggiare 0-0. È stata una gara straordinaria. Loro hanno lasciato la pelle, noi il sangue. Ho già vinto la Champions ma oggi è stato più bello di quando ho vinto io. Purtroppo non potevo giocare, sennò entravo e lasciavo anche io il sangue».

Mourinho al settmo cielo dopo l’eroica impresa al Camp Nou

Una vittoria piena di significato per un allenatore che dava già segnali di addio. Era già circolata l’ipotesi che quella stagione sarebbe stata la sua ultima in Italia e queste voci si fecero più insistenti dopo le sue parole post-partita. “Amo l’Inter, ma non il calcio italiano” – e aveva inviato un chiaro messaggio alla sua futura società, il Real Madrid, facendo in modo che il Barça non vincesse la Champions League al Bernabéu.

I festeggiamenti provocatori di Mourinho dopo la partita avevano anche abbattuto uno degli ultimi ostacoli che si frapponevano tra lui e il Madrid: il suo personale legame con il Barcellona. “Rispetto il Barça e non dimenticherò mai quello che la società mi ha dato nei quattro anni in cui sono stato qui, ma nei miei confronti si è creata una brutta atmosfera. È chiaro che concluderò la mia carriera senza aver allenato il Barça“.

Guardiola, da parte sua, la prese con grande stile e filosofia. “Abbiamo perso contro una grande squadra e un grande allenatore. Torneremo“.

Mourinho aveva vinto questa battaglia. Ma con il portoghese che avrebbe allenato gli arcirivali del Barcellona, era palese che i due sarebbero stati attesi da miriadi di altre sfide…