Gennaro Gattuso sembrava a un passo dall’esonero. Il Napoli era reduce da un periodo altamente negativo, dovuto in primis alle tante assenze, e culminato con le eliminazioni dalle coppe.

Probabilmente, nelle more di un campionato anomalo, sin troppo condizionato da assenze varie. In cui nessuno ha potuto svolge un’adeguata preparazione. Con un calendario fitto e inflazionato da impegni ravvicinatissimi, l’aver recuperato alla causa azzurra i lungodegenti ha dato i suoi frutti.

La settimana tipo continua ad essere un’aberrazione ideologica, per una società ambiziosa. Tuttavia, limitatamente a questo momento contingente dell’anno, forse alternare i carichi di lavoro ad adeguate sedute di scarico, ha fisiologicamente aiutato la squadra partenopea a ritrovarsi.

L’aver espugnato l’Olimpico, dunque, ha un valore simbolico. E trascende i tre punti aggiunti alla classifica. Che comunque consentono agli azzurri di acquisire nuovamente lo status di legittimo contender per un posto in Champions League.

Evitare facili entusiasmi e salite postume su carri vittoriosi

Facciamo subito chiarezza, onde evitare di sfociare nel più bieco opportunismo. Il Napoli continua ad avere tare strutturali congenite. Frutto di scelte programmatiche magari discutibili.

I problemini che hanno angustiato finora Gattuso, quindi, c’erano prima del filotto conquistato nelle ultime due trasferte. E forse si ripresenteranno nelle prossime uscite.

Bisogna non commettere l’errore di lasciarsi andare a facili entusiasmi. Nonché, evitare di salire sul carro postumo del vincitore. Una consuetudine valida a tutte le latitudini, non soltanto all’ombra del Vesuvio.

Probabilmente, però, e questa rappresenta la notizia veramente significativa dell’aver espugnato la Capitale, la squadra in albiceleste ha palesato per larghi tratti una precisa identità.

Quella che Ringhio avrebbe voluto darle. Ovvero, plasmare un gruppo di buoni giocatori, con punte di eccellenza qualitativa a livello individuale, facendolo diventare sostanzialmente una squadra competitiva per l’alta classifica.

Una trasformazione che, in ogni caso, non può prescindere dal talento dei singoli. Strumento da affiancare necessariamente alle idee tecnico-tattiche postulate dall’allenatore.

Ieri sera, del resto, ad ispirare talune giocate, sontuose per esecuzione ed efficacia, hanno provveduto proprio le individualità.

Le idee chiare rilanciano le ambizioni del Napoli

Insomma, pare che le idee dell’allenatore possano incanalare in una direzione precisa il potenziale della squadra.

Un po’ è dovuto indubbiamente ad una ritrovata brillantezza fisica. Un miglioramento generalizzato della condizione atletica, capace di giovare alla manovra d’attacco. Ma pure alla fase di ripiegamento, con la capacità di compattarsi, stringendo gli spazi in ampiezza e profondità, tale da disinnescare ripartenze e transizioni.   

Ma la scelta che davvero ha rivoluzionato il gioco proposto dagli azzurri è sul piano meramente proattivo.

Infatti, è innegabile che il Napoli produca calcio senza timore di portare tanti uomini nella metà campo altrui. Ovviamente, non stiamo parlando di partire lancia in resta, in maniera scriteriata e garibaldina.

Nondimeno, Gattuso ha convinto i suoi della bontà di saturare la trequarti avversaria senza, al contempo, intasare le linee di passaggio.

Un compendio di movimenti diretti ad attaccare gli spazi, associati a spostamenti tesi ad ingannare le marcature. Così, Mertens si sfila, svuotando il cono di luce centrale. Subito rimpiazzato da Zielinski, abile a riempire il vuoto e fare da sponda ai tagli di Insigne e Politano, ieri sera vanamente inseguiti dai braccetti giallorossi…

Il salto di qualità passa dalle vittorie in partite dal coefficiente di difficoltà superiore. Non quelle in cui l’avversario si chiama Milan o Roma, bensì quelle in cui il rivale è messo atleticamente meglio rispetto a te.

Francesco Infranca