Nel luglio 1987 il Guerin Sportivo intitolava: “Scifo all’Inter. Il Rivera nerazzurro”. Il belga arrivò con un pedigree di tutto rispetto, in quanto aveva partecipato, da grande protagonista, al Mondiale 1986 con la propria nazionale e vantava quasi 150 presenze con l’Anderlecht, nonostante avesse solo 21 anni.

Dotato di una visione di gioco suprema e di ottime capacità realizzative – ha segnato ben 121 gol in 478 presenze in campionato nel corso della sua carriera – Scifo ha rappresentato il marchio di fabbrica del numero 10 negli anni Ottanta e Novanta. Come la maggior parte dei suoi contemporanei nel ruolo, quello che gli mancava in velocità lo ha più che compensato con la tecnica e la capacità di scegliere il tipo di passaggio giusto e abilità decisionali.

Gli inizi intrisi di pregiudizi

Ma anche i talenti più puri possono ritrovarsi a lottare per superare gli ostacoli fuori dal campo e, nel caso di Scifo, tali barriere derivavano dalle sue origini. Nato a La Louvière – una città della cintura mineraria belga a circa 60 km da Bruxelles che, tra l’altro, è anche il luogo di nascita dei fratelli Hazard – da genitori italiani, Scifo, come molti figli di immigrati (definiti “rital” con tono dispregiativo”), ha avuto non poche difficoltà per essere accettato nel suo Paese natale. Si diceva che Scifo sia stato “troppo italiano per essere considerato belga e troppo belga per essere considerato italiano”. Come Salvatore Adamo, Vincenzino Scifo è stato un altro italo-belga ad essere diventato grande.

Negli anni Settanta, tanti belgi hanno mantenuto un senso di diffidenza verso i nati in Belgio da genitori stranieri, e nonostante il giovane Vincenzo rinunciò alla cittadinanza italiana nel 1984, l’accettazione fu tutt’altro che immediata. “Era una zona difficile“, disse una volta Scifo del suo Paese natale. “Non importa quanti anni si hanno quando si inizia, l’importante è essere pronti. Già allora volevo giocare ad alti livelli ed ero maturo per la mia età. Questo mi ha aiutato a lasciare il segno. Ho avuto la fortuna di aver fatto la trafila delle giovanili in una grande squadra, anche se bisogna essere mentalmente forti, cosa che non sempre avviene quando si è così giovani. Allora non mi restava che dimostrare che meritavo un’opportunità“. Nella sua regione di nascita, i minatori venivano definiti con disprezzo gueules noires ,”facce nere”: in quegli anni essere un immigrato italiano era uno svantaggio.

Protagonista da teenager

In campo, Scifo ha lasciato parlare i piedi, grazie ala sua classe. Ingaggiato dalla squadra locale, la Louvieroise, all’età di sette anni, in quattro stagioni ha segnato 432 gol a livello giovanile, che gli sono valsi il soprannome di “Piccolo Pelé”. I club più importanti del Belgio furono rapidamente avvisati delle gesta del giovane centrocampista e Scifo si trasferì all’Anderlecht nel 1982, prima di fare il suo debutto da professionista la stagione successiva a soli 17 anni. Il passaggio al club belga di maggior successo lo mandò in visibilio, ma non si fece prendere dall’emozione ed arrivò ben presto a conquistarsi un posto da titolare. «Somiglia in modo impressionante ad Antognoni», giuravano in patria.

La figurina di un giovanissimo Scifo con la maglia biancomalva

La prima stagione di Scifo con i Paars-wit si concluse con una cocente delusione: l’Anderlecht perse la finale di Coppa UEFA ai rigori contro il Tottenham. I belgi, che la stagione precedente avevano vinto il trofeo battendo il Benfica, avevano perso una sola volta fino alla semifinale, dove furono chiamati alla sfida contro Nottingham Forest. Al City Ground, due gol di Steve Hodge sembravano aver consegnato la finale agli uomini di Brian Clough, ma Scifo diede inizio alla rimonta, coronata dal gol decisivo di Erwin Vanderbergh a due minuti dalla fine.

In finale, l’Anderlecht si scontrò con un’altra squadra inglese, il Tottenham. I campioni in carica riuscirono a pareggiare tra le mura amiche grazie a un gol allo scadere e al White Hart Lane i tempi regolamentari finirono con il medesimo punteggio di 1-1. Senza gol nei 30 minuti supplementari, ai rigori prevalsero gli inglesi. Scifo realizzò il suo, ma Morten Olsen e Arnor Gudjohnsen – il cui figlio, Eidur, andrà a giocare per il Chelsea – sbagliarono dal dischetto a vincere il trofeo furono gli inglesi.

L’Anderlecht superò rapidamente la delusione, poiché nelle due stagioni successive i biancomalva conquistarono due campionati nazionali. A quel punto Scifo era diventato un calciatore di livello internazionale e non poteva non attirare l’attenzione dei più gandi club d’Europa. Ma l’anno prima, il ragazzo di origini siciliane aveva partecipato alla rassegna iridata in Messico.

Con il Belgio ai Mondiali di Messico ’86

Grazie anche ai sapienti piedi di Scifo, che divenne presto leader del centrocampo della nazionale, il Belgio si classificò quarto ai Mondiali del 1986, mentre l’Argentina, ispirata da Diego Maradona, eliminò i Rode Duivels, a un passo da quella che sarebbe stata la loro prima finale di Coppa del Mondo.

Scifo affronta Maradona ai Mondiali di Messico ’86 (Foto These Football times)

Maradona, che aveva messo a ferro e fuoco l’Inghilterra nella partita precedente, segnò entrambi i gol in una vittoria per 2-0. Su Maradona, Scifo ha dichiarato. «Nutro un affetto speciale per Maradona. Non ho mai cercato di misurarmi con nessuno. Sentivo solo ammirazione per un giocatore come lui, anche se era il mio avversario. Nella mia carriera ho incontrato alcuni grandi giocatori, ma Maradona è tra quelli che mi hanno colpito di più, e non solo per il suo stile di gioco. Aveva le sue giocate uniche, ma anche la capacità di essere sempre cinico e di cambiare le partite da solo. Mi sono chiesto come ci sia riuscito. Per questo tutti lo ammiravano. Aveva un’intelligenza di gioco che gli permetteva di essere decisivo in ogni momento».

Scifo non aspettò troppo a lungo prima di affrontare ancora una volta il fuoriclasse argentino: dopo aver fatto incetta di titoli con l’Anderlecht, il richiamo della Serie A si rivelò troppo forte per resistere. Michel Platini, intervistato dalla “Gazzetta dello Sport”, affermò: «È lui l’unico calciatore europeo che può definirsi il mio erede». Platini aveva affrontato Scifo a Euro ’84, con la squadra di Hidalgo che aveva regolato le Furie Rosse per 5-0. Le Roi Michel non lo aveva degnato neanche di uno sguardo, ma poi rivelò che aveva avvertito i compagni di non lasciargli spazio.

L’approdo all’Inter e il ritorno in Italia

Il nonno disse: «Voglio vederlo giocare in Italia, poi posso anche morire». E Italia fu. Scifo si trasferì all’Inter di Trapattoni, che lo aveva opzionato due stagioni prima. Per il ragazzo belga, l’approccio con il campionato che aveva sempre sognato, che era l’ombelico del mondo calcistico, non fu positivo. Nonostante fosse uno dei migliori giovani nel panorama mondiale, si rivelò troppo acerbo per quello che era considerato il campionato più difficile, bello e competitivo al mondo. In nerazzurro, Scifo mise a segno quattro gol e le sue qualità tecniche non passarono inosservate anche ai più acerrimi detrattori.

Il suo problema in Italia era che si sentiva una star al pari di Maradona o Platini e pretendeva che la squadra giocasse per lui. “Non fa nessuno sforzo difensivo”, ed era vero. Scifo amava divertire e divertirsi, ma lo spirito di sacrificio era un concetto a lui poco conosciuto. «Non ce l’ho con l’Inter. Il fallimento a Milano è stata colpa mia, non mi sono piaciuto. Ce l’ho di più con me stesso», ha poi ammesso.

Scifo al Torino insieme a Mondonico, Aguilera, Martin Vazquez e Casagrande

Dopo l’Inter ci fu un intermezzo francese e lo stesso Scifo dichiarò in tempi non sospetti: «Sono stato tre anni in Francia con l’obiettivo di tornare in Italia». Al Torino arrivò un calciatore più maturo, ma che aveva sofferto per qualche acciaccio di troppo. Nella splendida campagna europea del 1992, fu fondamentale ai fini del raggiungimento della finale. Quella famosa doppia finale in cui il Toro non perse in nessuna delle due gare, ma non vinse la coppa in quanto l’Ajax segnò due gol in trasferta. La partita della sedia di Mondonico, per intenderci… Proprio Mondonico lo sostituì con Sordo in quella partita e, qualche anno dopo, dichiarò: «Non è mai stato decisivo. Rende quando la squadra gioca bene, gioca malissimo quando accade il contrario. Tipico di uno con scarsa personalità».

Il commiato

Dopo l’avventura al Toro, Scifo ha disputato stagioni molto positive al Monaco (con qualche infortunio di troppo), prima di tornare all’Anderlecht e chiudere poi la carriera allo Charleroi. Dopo aver giocato quattro mondiali ed essere entrato nella storia della sua nazionale, Scifo fu costretto ad arrendersi ai problemi fisici che lo tormentavano: «Vi annuncio il mio ritiro dal calcio giocato. Soffro di artrosi all’anca sinistra, riesco a giocare soltanto grazie alle infiltrazioni ma i medici mi hanno consigliato di smettere. Rischio troppo, non ne vale la pena» .

«Peccato, senza questi acciacchi ce l’avrei fatta a disputare il mio quinto mondiale in Giappone. Sarebbe stato un risultato strabiliante, la degna conclusione di una carriera meravigliosa. Dite che sono sempre stato a un passo dai traguardi e non li ho mai raggiunti? Un calciatore incompleto? Trovatemi altri che possono vantare i miei stessi record. Ci sono, certo, ma mica sono tanti. Io sono contento così».