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Nessuno rifletteva sul fatto che quel campo di calcio sorgeva sotto un tratto dell’Acquedotto romano. Le auto che lì davanti sfilavano, avevano a bordo individui d’animo non lesionato e dunque votati esclusivamente al ragionamento spicciolo e che recava frutti immediati, pratici, e piccole vittorie condominiali.

Chi, invece, in quel punto rallentava e poi accostava sul margine della strada, rimaneva incantato dinanzi allo spettacolo del reperto ancora in asse e all’esibizione d’un Metodo, d’un Sistema. Chi si fermava, subito era investito da un tepore interno che risultava benefico e senz’altro migliore d’ogni elisir di lunga vita.

L’archeologia a vista e il Metodo più o meno rivisitato erano, in quel punto di Roma, veri accoppiamenti giudiziosi; e se sotto le arcate dell’Acquedotto s’avvistavano dei sottoarchi di puntello, costruiti in acciaio, tale chimica esterna non macchiava la remota costruzione, anzi, c’era da benedire quegli interventi per come sapevano mantenere “in vita” l’Acquedotto. Tutto si sarebbe accettato pur di continuare ben distesi nel sogno.

In campo il Metodo trionfava nella grossolanità di impiegati e artigiani e si poteva parlare di tale sistema di gioco perché, con il libero staccato, si osservava più protetta la difesa; un po’ era come se s’avvistassero i due terzini fissi sulla lunetta: Monzeglio-Allemandi; oppure Foni-Rava con i mediani, invece, che si dedicavano con molto affetto alla vita delle due ali avversarie.

Dunque poteva anche esistere un individuo del genere, vale a dire un tipo che, sfilando là davanti, fermasse la sua auto e componesse nella mente tutte queste immagini. La via Appia Nuova si snodava ad un centinaio di metri da quel campo e al semaforo, svoltando a destra, si procedeva verso l’Urbe, mentre a sinistra la direzione era per i Castelli romani.

Dall’Appia Nuova, sullo sfondo, oltre il verde dell’Acqua Santa e del Quarto Miglio, s’ammirava l’Appia Antica, la regina viarum, con il basolato e poi resti di tombe e scheggiature e muschio e quindi le ville d’innominabili individui. Con tale location tutto si dilatava come sentimento ed il gioco del calcio prendeva ad avere ancor più significati.

Giocare là sotto, oppure là davanti non era la stessa cosa che esibirsi da funamboli all’Eur oppure a Montesacro. Vicino a Villa (dei) Gordiani – nella mitica Borgata Gordiani di “Accattone” – v’erano due campi di calcio, rispettivamente il “Ramoni” ed il “Savio” e anche lì si sarebbe avvertito l’odore dei secoli e l’accadimento in diretta del divenire/divenuto. Ma chi avrebbe pensato tanto?

Al Parco della Caffarella il campo di calcio era stato intitolato a Giovanni Battista de Rossi il più famoso archeologo, epigrafista e studioso dell’archeologia cristiana del XIX secolo. Tale campo era stato allestito tra le ondulazioni della classicità, ovvero tra l’arcaica via Latina e l’Appia Antica. Esso sorgeva su una collinetta e in basso v’era un immenso appezzamento di gioiellerie se la terra conteneva monete romane, corniole, anelli, lucerne, lagrimatoi, ampolle.

A lato della via Latina, quel terreno era già ricco di suo ma tale “magazzino dell’antichità” s’era ingrandito quando lì avevano gettato la terra proveniente da altri quartieri di Roma, da altre catacombe al tempo dello scavo della metropolitana. Altre viscere di Roma erano state lì ammassate e così il terreno ribolliva di tesori. Dopo la pioggia la terra soleva “sputare” simili gioielli e farli così riemergere alla luce.

E v’era luccichio tra le oasi di trifoglio, tra i camping di viole, e così una moneta effigiata con Nerva o con Marco Aurelio tornava sotto il sole in attesa d’una mano amica che gli desse ospitalità e affetto.

Dunque, il campo di calcio con più antichità tutt’intorno risultava essere quest’ultimo, il “Giovanni Battista de Rossi”, bene allestito verso la fine degli anni ’60. In lontananza la Tomba di Cecilia Metella e l’Appia Antica. Un centravanti fanciullo, in procinto di finire al ginnasio, avrebbe tenuto a mente tutto questo e durante i suoi campionati giovanili, da esordiente, giovanissimo, allievo e juniores, avrebbe dovuto studiare bene il suo campo di calcio e poi quelli dove avrebbe giocato tutte le volte in campo esterno.

In questo modo avrebbe composto una mappa della classicità e degli anfiteatri dell’Urbe e di fuori le Mura. A sentir dire che una domenica avrebbe giocato accanto all’ipogeo degli Ottavi, sulla via Trionfale, o allo Statuario, di fronte alla Villa dei Quintili, o ancora nei pressi del lago di Nemi, ovvero accanto alla Nave Tempio e alla Nave Palazzo di Caligola, be’, si sarebbe sentito più fortemente addentro ad una II Legio Augusta, naturalmente del campionato “Allievi”.

Fernando Acitelli, Eupallog