Il 9 dicembre 2020 si è consumato l’ennesimo fallimento europeo di Antonio Conte. E da questo dato incontestabile si deve partire per analizzare quello che forse è un vulnus ormai acclarato del tecnico salentino. Concezione calcistica che mal si sposa nel contesto internazionale? Analisi forse un po’ troppo semplicistica ma che non si discosta molto dalla realtà.

Conte ha più volte dimostrato in questi anni di essere ancorato ad un solo spartito tattico, quel dogmatico 3-5-2 che poco spazio lascia all’inventiva dei singoli. Un calcio soffocante che fornisce risultati in ambito nazionale, dove la ripetitività porta spesso dei vantaggi a lungo termine, ma che risulta vecchio e superato al cospetto del dinamismo e dell’evoluzionismo europeo.

Non è un caso che un calciatore come Eriksen, talento sopraffino che illuminava le platee di tutta Europa con la maglia del Tottenham, sia stato abiurato da Conte sull’altare del suo modulo di gioco preferito. Soldatini, più che calciatori. Ed è forse questo il più grande errore dell’ex CT della nazionale italiana.

Un allenatore, ogniqualvolta si affaccia ad una nuova realtà, deve cercare di proporre sempre le sue idee. Tuttavia, nel momento in cui si accorge che il materiale a disposizione mal si adatta ad esse, deve dimostrarsi malleabile ed adattare se stesso ai calciatori a disposizione. Ed è proprio questa la caratteristica che sembra mancare ad Antonio Conte.

Un allenatore che pretende e ottiene 12 milioni d’ingaggio non può rimanere stupito dal fatto che gli avversari cambino il proprio sistema di gioco e non avere contromisure con le quali reagire. Proprio la mancata lettura delle partite è la pecca che impedisce all’ex tecnico del Chelsea di fare quel necessario salto di qualità a livello europeo.

Non inganni in questo senso il percorso dello scorso anno in una Europa League “dimezzata” dalla pandemia. Tre eliminazioni a gironi tra Juve, Chelsea e Inter fanno riflettere. E ci dicono che i conti non tornano.