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Quando viene in mente una grande vittoria, un’impresa, una partita indimenticabile, il cervello richiama subito al grande campione che l’ha decisa o magari al grande allenatore che ha trascinato il gruppo.

Componenti fondamentali delle vittorie sono però i cosiddetti gregari, i regolaristi, giocatori di affidamento sicuro che mettono in campo ordine ma soprattutto grinta e cuore.

Prendendo come riferimento la Juventus, ci sono giocatori che nonostante non fossero dotati di grande tecnica sono ricordati con grande orgoglio dai tifosi e considerati parte importante della storia bianconera.

Basti pensare a Michele Padovano che decise la qualificazione ai quarti di finale del 1996 contro il Real Madrid nella cavalcata che portò alla vittoria della Champions League.

O a Marcelo Zalayeta, sicuramente il meno dotato di un attacco che vantava nomi come Del Piero, Ibrahimovic e Trezeguet, il quale siglò il gol qualificazione sempre contro il Real Madrid nel 2005.

Birindelli contro Figo

 

«Noi avevamo veramente un grande gruppo, gli altri avevano forse rispetto a noi in quel periodo qualche cosa di più sull’aspetto degli individui, ma, dove loro si fermavano, noi riuscivamo a sopperire alle mancanze con uno spirito di gruppo, fatto di grande carattere e agonismo»

Alessandro Birindelli è uno dei personaggi della storia juventina che sono rimasti nel cuore dei tifosi per la grande dedizione messa a disposizione dei colori bianconeri, nonostante non fosse dotato del talento del campione.

«La mia storia inizia a San Frediano, un paese in provincia di Pisa. Mi piaceva il judo e, per un po’, ho praticato entrambi. Poi, ho dovuto scegliere ed ho continuato con il calcio a Empoli, dove ho seguito la trafila delle giovanili, fino alla prima squadra.
È stata una vita molto dura. La mattina alle sette prendevo il treno per Pisa, portandomi libri e borsa da calcio. Una volta arrivato, mi infilavo di corsa nel parcheggio custodito per le bici, come tutti i pendolari. Pagavo mensilmente, oramai conoscevo chi mi teneva la roba da allenamento fino al pomeriggio. Alle tredici uscivo da scuola e avevo venti minuti per attraversare la città, lasciare il mio mezzo di trasporto e riprendere il treno. A Empoli, c’era mia madre che mi aspettava, con due panini pomodoro e mozzarella, poi via a giocare. L’ho fatto per tanti anni. Tornavo a casa distrutto, mai prima delle sette di sera. E dovevo ancora aprire i libri!  Al terzo anno ho smesso; studiavo presso l’Istituto Professionale per il Commercio, ma ho dovuto scegliere».

Alessandro Birindelli era il giocatore tutto cuore e sostanza. Qualche colpo geniale e qualche bordata da fuori, per il resto ordinato e instancabile terzino destro. Di mise in mostra con l’Empoli di Spalletti e fu uno dei protagonisti della cavalcata dalla C alla A. Lippi lo apprezzò e si ritagliò spazio anche con Ancelotti.

Ricorderò sempre il primo giorno di ritiro. Lippi disse a noi giovani che c’erano delle gerarchie da rispettare, ma che ci sarebbe stato spazio per tutti. Vinsi subito la Supercoppa Italiana contro il Vicenza ed esordii, segnando un goal, in Champions League, contro il Feyenoord. Ma la cosa più importante è che mi resi conto che c’era fiducia nei miei confronti. Tutti i miei compagni mi fecero sentire come se fossi stato con loro da sempre. Questa è stata, e sarà sempre, una prerogativa di questo spogliatoio».

Birindelli nell’undici titolare di una della Juve più forti di sempre

 

Nella famosa semifinale del 2003, oltre al poker d’oro composto da Buffon-Trezeguet-Del Piero-Nedved, tutti decisivi, è da ricordare la prova superba di Alessandro Birindelli che si trovò titolare contro un certo Luis Figo. È il Real dei “galacticos”: oltre al lusitano, c’erano anche Raul, Ronaldo e Zinedine Zidane.

In quella semifinale la Juventus non partiva favorita. Eppure, la grinta e la forza, la voglia di farcela e di dare ogni grammo di energia, fece fare un partita super a tutti. Finché rimase in campo, prima di essere sostituito da Pessotto, Birindelli cancellò Figo. Senz’altro uno dei simboli di quella impresa. E il terzino toscano fu protagonista del cross decisivo per il gol di Zalayeta.

Tra le sue soddisfazioni personali, annoveriamo il gol a La Coruña e quella (molto parziale) del rigore segnato in finale di Champions contro il Milan. Il 20 novembre 2002 esordì nella nazionale guidata da Giovanni Trapattoni, mentre rimase in bianconero fino al 2008. Fu uno dei calciatori che accettò di scendere in B e disputò anche la stagione del ritorno in Serie A. L’anno successivo tornò a casa, a Pisa, prima di chiudere la carriera a Pescina.

Nel 2008, dopo aver annunciato l’addio, il tecnico Claudio Ranieri non gli concesse la passerella finale, un po’ come Sarri con Maggio. Ma Birindelli era un esempio di professionalità: «Ci sono rimasto male, ma è finita lì. Se avessi voluto far polemica, l’avrei fatta tre minuti dopo, quando le telecamere di SKY sono venute a intervistarmi. Sicuramente ci sono rimasto male, anche perché poi quando gli hanno chiesto il perché, la sua risposta è stata che in quel momento della gara aveva bisogno di un centrocampista. Cioè, l’ultima partita di campionato, capisci? La risposta dice tutto».