Ogni uomo voleva essere George Best e ogni donna lo desiderava. Nella storia del calcio, sono stati pochi i fuoriclasse che non si sono limitati a deliziare le platee, ma che hanno condotto la propria vita al massimo (od oltre il massimo) fuori dal rettangolo di gioco.

George Best ha combinato l’equilibrio con l’eleganza, la forza sulla palla, la finalizzazione e la capacità di dribblare in slalom le difese come se gli dei del calcio gli avessero concesso un’abilità sovrumana. Raramente il mondo del calcio è abbellito dall’incarnazione dell’abilità e della durezza e in Best il mondo ha visto il semidio greco del calcio, Achille. Ha sfidato i difensori più duri, facendo mangiare loro la polvere dopo averli umiliati.

Johan Cruyff lo ha elogiato senza troppi giri di parole: “Quello che aveva era unico, non si può allenare“.

Nella vita, Padre Tempo ha sempre la meglio, ma forse la cosa più frustrante è che Best si sia autoprivato troppo presto del fulgore a cui aveva abituato i tifosi di tutto il mondo. Basti pensare a un match di qualificazione ai mondiali contro l’Olanda, in cui si rese protagonista di un tunnel nei confronti di Johan Cruyff.

 

Un diciannovenne Jimmy Nicholl ha ricordato le scene: “Ricordo che stavo in piedi e lo guardavo mentre faceva tunnel nei confronti di Cruyff e Neeskens“. L’ammirazione di Nicholl per il suo compagno di squadra continua: “È uno dei migliori giocatori al mondo, se non il migliore, e gioca per noi“. Il giornalista britannico Bill Elliot viaggiò con la nazionale dell’Irlanda del Nord che si preparava a sfidare gli Oranje, considerati all’epoca la migliore squadra del mondo.

Best si rese protagonista di una dichiarazione che racchiude la sua personalità enigmatica. Elliot chiese a Best cosa pensasse di Cruyff. “Eccezionale”, risposte Best. “Migliore di te?” George guardò il giornalista e rise. “Stai scherzando, vero? Ti dico cosa farò stasera, farò un tunnel a Cruyff alla prima occasione”.

Quella che segue è la descrizione di Elliot: “A cinque minuti dalla fine della partita Best ha ricevuto la palla a sinistra. Invece di dirigersi verso la porta si è girato, ha superato tre olandesi e si è diretto verso Cruyff che era largo a destra. Ha affrontato Cruyff e gli ha fatto un tunnel. Dopo il tunnel ha alzato il pugno in segno di vittoria. Solo pochi di noi nella tribuna stampa sapevano cosa significasse veramente questo atto di spavalderia. Johan Cruyff il migliore al mondo? Stai scherzando? Solo un idiota l’avrebbe pensato quella sera”.

Ricordando la carriera e lo stile di gioco di Best, Patrick Barclay ha dichiarato: “In termini di abilità è stato il miglior calciatore di tutti i tempi. Poteva fare quasi tutto – tecnica, velocità, completa padronanza non solo della palla ma anche del proprio corpo. Non cadeva mai perché il suo equilibrio era inquietante, quasi soprannaturale. Era forte di testa, nei passaggi e aveva un dribbling divino. Poteva battere chiunque in qualsiasi modo scegliesse, anche per divertimento“.

Questo era George Best.

Questo era invece Johan Cruyff.

La grande Ajax di Cruyff degli anni ’70 è mix sublime e pressoché perfetto di gioco di squadra e brillantissime individualità. Quella squadra è vessillifera di quel totaalvoetbal che avrebbe fatto entrare l’arte pedatoria in una nuova dimensione.

La giravolta di Cruyff in 8 bit

 

Queste caratteristiche furono traslate anche nella nazionale Oranje, che attingeva copiosamente da quell’Ajax. L’Arancia Meccanica era una corazzata che esibiva caratteristiche mai viste prima. E in mezzo al campo, a dirigere l’orchestra c’era quel ragazzo allampanato con la maglia numero 14, che veniva chiamato “il papero”. Colui che Eduardo Galeano, nella sua classificazione ontologica dei fuoriclasse del calcio mondiale, gli assegnò il ruolo di direttore d’orchestra, grazie alla sua capacità di valorizzare i compagni. Era un calciatore fuori dal mondo, un extraterrestre per l’epoca, che avrebbe fatto la differenza anche ai giorni nostri. Johan Cruyff pensava, vedeva il gioco e giocava ad una velocità disumana per l’epoca.

Cruyff riusciva a risolvere i rebus, esplorare l’inesplorato, riuscendo a segnare un epoca. L’asso olandese aveva la capacità di migliorarsi in maniera esponenziale anno dopo anno, grazie alle sue abilità tattiche, al suo temperamento e a un’applicazione tattica fuori dall’ordinario, tutto ciò unito a estro e genio.

Cruyff non era un numero 10, non era un numero 9, non era un numero 7: era qualcosa in più. Incarnava il calciatore totale e il prototipo del campione moderno. Le sue qualità non potevano essere allenate, fermo restando l’importante lavoro di Rinuns Michels. Cruyff aveva livelli incredibili di creatività, genialità, immaginazione, temperamento e senso della competizione. La cosa che impressionava era la sua costanza. Troppi calciatori erano genio e sregolatezza, mentre Cruyff era genio, “regolatezza” e regolarità.

George Best non è il classico esempio di genio e sregolatezza, visto quanto fatto in campo all’apice della carriera. Semplicemente, il fuoriclasse nordirlandese era meno completo rispetto all’olandese, pur avendo doti atletiche e di dribbling fuori dall’ordinario. Dulcis in fundo, la differenza nella carriera di Cruyff è stata data dalla grande abnegazione, che l’ex Ajax ha messo in tutta la sua carriera.