Il nome di Paolo Rossi resterà indelebile nella memoria dei tifosi e degli appassionati della nazionale italiana. Grazie soprattutto alle sue reti decisive, gli uomini di Enzo Bearzot riuscirono a conquistare il Mondiale di Spagna ’82.

Paolo Rossi, che a inizio carriera diceva ben poco agli italiani, è riuscito ad entrare nell’immaginario collettivo di un intero popolo. Come dimenticare l’attaccante della nazionale, con quel numero 20 indossato sulla schiena, mentre mise a fuoco e fiamme la difesa del Brasile. L’attaccante toscano realizzò una tripletta di proporzioni iconiche contro una delle squadre più celebrate e romantiche che la Coppa del Mondo abbia mai conosciuto.

Dopo il noto scandalo del calcioscommesse in cui fu coinvolto, la sua convocazione era in bilico. “La convocazione me l’aspettavo, Bearzot aveva fiducia in me, in Argentina ero andato bene”. Già, c’è chi dice che a livello di qualità di gioco avesse fatto addirittura meglio ai mondiali precedenti.

C’è da dire che il girone fu un disastro, sia per l’Italia sia per Paolo Rossi a livello personale: “Non ero in forma, anzi. Un fantasma. Trovavo difficoltà a fare tutto, era anche un blocco mentale. Ma la fiducia dei compagni e del ct mi hanno dato una carica eccezionale. I ragazzi scherzavano sul fatto che mi reggessi a stento in piedi. Era importante anche la presa in giro. Per lo stress ero dimagrito 5 chili. Mi facevano stimolazioni elettriche alle gambe. E ricordo che il cuoco tutte le sere, alle 22.30, mi portava in camera un bicchiere di latte e una brioche. Finita ogni gara Bearzot mi diceva: “Stai tranquillo, ora preparati per la prossima”. Anche dopo la sostituzione col Perù. Eravamo un gruppo eccellente, la prova fu il silenzio stampa di Vigo. Accettavamo le critiche tecniche, ma non le cattiverie gratuite. Si scrisse di tutto: bella vita, casinò, Graziani che aveva perso 70 milioni. Che io e Cabrini stavamo insieme. Per fortuna io facevo la parte dell’uomo (ride, ndr). Non ne potevamo più di stupide illazioni e decidemmo di starcene zitti.

Gli inizi di Paolo Rossi

Sbattendo le palpebre nell’etere, cercando ulteriori “fotografie” di Paolo Rossi al di là della luminosa e vivida estate del 1982 nella penisola iberica, attraverso i nebbiosi ricordi acquerellati della Spagna, cominciano ad apparire le strisce bianche e nere della Juventus.

Qualsiasi altra immagine di Rossi sembra quasi un tradimento dei suoi momenti più belli nell’azzurro azzurro dell’Italia o con la maglia bianconera della Juventus. Eppure la sua crescita è avvenuta in provincia, tra Vicenza e Perugia. Quel Vicenza di Giovan Battista Fabbri, tanto elogiato da Gianni Brera: «Ebbi l’onore che Gianni Brera venne in spogliatoio a congratularsi e disse: “Veramente, non avrei mai creduto che una squadra di provincia giocasse al calcio come ha giocato il L.R. Vicenza”». Fabbri era considerato un secondo padre dall’attaccante nativo di Prato.

Paolo Rossi e Giovan Battista Fabbri

 

E dire che gli inizi furono difficili. I genitori erano fortemente contrari al suo trasferimento alla Juventus. «Non è stato facile, ai miei genitori non è che l’idea andasse molto. Sono rimasti scottati dall’esperienza di mio fratello, anche lui in bianconero, che dopo un anno è stato rispedito a casa. Mia madre non ne vuole sapere di mandare a Torino un altro figlio così giovane, mio padre consiglia al dottor Nesticò, un dirigente della Cattolica, di sparare una cifra alta, per dissuadere quelli juventini, ma non c’è verso. Italo Allodi viene a casa nostra, fa opera di mediazione e alla fine per quattordici milioni e mezzo faccio la valigia».

In bianconero sorsero subito problemi, a causa dei problemi fisici che non gli davano tregua. Rossi rimase alla Juve fino ai 19 anni di età, disputando appena 3 partite totali in Coppa Italia. Anche l’annata al Como, dove si trasferì in prestito, fu condizionata dagli infortuni, da cui fu tormentato. Questo finché la Juve non decise di darlo in compartecipazione al Vicenza.

Dato il suo fisico abbastanza esile (1,74 x 67 kg), gli allenatori all’inizio lo schieravano sula fascia. Giovan Battista Fabbri ebbe poi l’intuito di spostarlo al centro dell’attacco. E i risultati furono devastanti. Paolo Rossi esplose, segnando una cascata di gol che trascinarono il Vicenza in Serie A. Lo stile di gioco si adattava perfettamente con le esigenze di Fabbri, allenatore che privilegiava tecnica e collettivo. Il tecnico era molto avanti rispetto all’epoca italiana, riprendendo molti dettami del calcio totale. Difensori e centrocampisti di rottura dovevano saper padroneggiare la palla come gli altri calciatori in campo.

Alla prima stagione in Serie A, Rossi vinse il titolo di capocannoniere, con ben 24 gol segnati in 30 partite, 8 in più rispetto a Beppe Savoldi. Il Lanerossi arrivò secondo da matricola, risultato impensabile dopo l’inizio a rilento. A fine stagione, fu naturalmente convocato per i Mondiali di Argentina 1978. Il presidente Farina riuscì a strapparlo alle buste a Boniperti, risolvendo quindi la comproprietà a vantaggio del Vicenza: «Mi vergogno, ma non potevo farne a meno: per vent’anni il Vicenza ha vissuto degli avanzi. E poi lo sport è come l’arte, e Paolo è la Gioconda del nostro calcio».

L’anno successivo, il Vicenza retrocesse clamorosamente, dopo il secondo posto ottenuto. Rossi segnò 15 gol, ma il suo infortunio ne condizionò la stagione. Il Vicenza aveva trovato l’accordo con il Napoli, ma il calciatore rifiutò per il “troppo amore” che si sarebbe aspettato: «Che vengo a fare a Napoli, il salvatore della patria? Con la gente che, me lo raccontava Sivori tempo fa, mi compra le sigarette e dorme per strada sotto casa mia, per vegliarmi: sono molto cari, ma non sono la persona giusta. Io posso offrire la mia personalità in campo, posso offrire calcio, ma da voi questo non basterebbe».

Paolo Rossi e Beppe Savoldi al San Paolo

 

All’inizio si diceva che il calciatore avesse rifiutato Napoli per paura della concorrenza con Beppe Savoldi, calciatore di cui era tra l’altro molto amico. Fatto sta che, quando il Perugia andò a giocare al San Paolo, l’attaccante fu subissato di fischi. Lo stadio era gremito in ogni ordine di posto e molti tifosi accorsero di proposito per fischiare Rossi. Non finì neanche la stagione in cui Rossi militò a Perugia, che scoppiò lo scandalo “Totonero”.

Lo scandalo Totonero

Quando fu uno dei nomi inseriti nell’inchiesta, Paolo Rossi ebbe le stesse sensazioni di Gregor Samsa nella Metamorfosi di Kafka. I tifosi, giustizialisti per natura, lo avevano visto come un “traditore della patria”. Nella primavera 1980, il fruttivendolo Massimo Cruciani, noto scommettitore all’epoca, fece un’esposto alla magistratura e furono chiamati in causa 27 calciatori, accusati di aver truccato partite.

Essendo il calciatore più famoso, l’immagine di Paolo Rossi fu lanciata in copertina a seguito dello scoppio dello scandalo. A luglio del 1980, Rossi fu condannato a due anni di squalifica. La partita incriminata era Avellino-Perugia, finita 2-2, tra l’altro con una sua doppietta. I commenti della gente non si fecero attendere: “Chi se lo aspettava da Paolo Rossi, un così bravo ragazzo. E poi che gli fregava di due milioni e due gol in più?”.

Nelle idee di molti Paolo Rossi è assolutamente innocente. Il calciatore ha ricordato gli episodi, confermando di ritrovarsi in una situazione kafkiana. “Sto giocando coi compagni quando arriva Della Martira e mi dice: “Paolo, vieni un attimo che ti presento qualcuno”. Mi alzo e penso ai soliti tifosi, con Della Martira ci sono Crociani, Cruciani, come si chiamava? e un altro tipo (Bartolucci, amico di Cruciani, ndr.). Il mio compagno mi dice: “Sai, L’Avellino sarebbe d’accordo per pareggiare”. Io gli rispondo: “Cosa vuoi che ti dica, poi ne parliamo con la squadra”.

Paolo Rossi in occasione dei processi nell’indagine sul calcioscommesse

 

Al processo, Cruciani dichiarò che Rossi aveva accettato, a condizione che segnasse due reti. E che poi divise con altri calciatori l’assegno da otto milioni. Bartolucci confermò il colloquio, prima di ritrattare. In un incontro faccia a faccia con il fruttivendolo Cruciani, Rossi parlò di “incontro durato pochi secondi”, giusto il tempo di infastidirsi e andarsene seccato, non prima di aver rimproverato Della Martira di avergli “presentato dei balordi”.

La seconda avventura alla Juve e l’apogeo in nazionale

Fatto sta che, incredibilmente, la squalifica non rappresentò una pietra tombale sulla sua carriera, ma il meglio doveva ancora venire. Nel 1981, a un anno dalla fine della squalifica (nel frattempo ridotta da 3 a 2 anni), Rossi fu riacquistato dalla Juve, la squadra che lo aveva lanciato nel grande calcio. “Boniperti mi chiamò: “Verrai con noi in ritiro, ti allenerai con gli altri, anzi più degli altri”. Mi sono sentito di nuovo calciatore. La lettera di convocazione adesso farebbe ridere. Diceva di presentarsi con i capelli corti, indicava cosa mangiare e cosa bere. Boniperti era un mago in queste cose. Quando arrivai mi disse: “Paolo, se ti sposi è meglio, così sei più tranquillo”. E, di fatto, Rossi si sposò.

Nel maggio 1982, a due anni dalla squalifica, Trapattoni mise in campo Paolo Rossi nel match contro l’Udinese. L’allenatore lombardo affermò soddisfatto: “È quello di un tempo”. E Bearzot non esitò a convocarlo. Quattro anni prima, la sua ascesa mondiale si era fermata alla soglia del jackpot. Il contesto, come noto, era surreale visti gli scabrosi scandali poi emersi circa la dittatura argentina. In terra iberica, l’ambiente trovato fu diverso. Quell’Italia riuscì incredibilmente a trasformare i fischi in applausi.

Pablito era stato la punta di diamante della Nazionale di Bearzot sul Rio de la Plata. Calcisticamente e fuori dai campi di gioco era passato un oceano in quel quadriennio, eppure ai Mondiali nulla sembrava essere cambiato. Per la serie “Il meglio deve ancora venire”. Quella scelta di Bearzot di convocare Paolo Rossi fu oggetto di iconoclastia e invettiva. Le critiche si esacerbarono a seguito del pessimo girone disputato dagli azzurri, che superarono il turno non senza una forte dose di fortuna.

Eppure, nel passaggio tra Vigo e Barcellona (da un estremo all’altro della Spagna) gli azzurri si estraniarono dalle polemiche, decidendo di non proferire più parola. Paolo Rossi abbracciò quel silenzio che tanto bene gli aveva fatto nel terribile periodo del Totonero. E lì il gruppo azzurro si coese. Gli azzurri di Bearzot avrebbero dovuto essere carne da macello nel gironcino che li vedeva contrapposti ad Argentina e Brasile.

Uno dei gol del numero 20 azzurro a Valdir Peres

 

Grazie al pragmatismo tipicamente italico, gli azzurri ebbero la meglio sull’Argentina di Maradona (francobollato da Gentile, spesso ai limiti di regolamento). Contro il Brasile, vista la differenza reti sfavorevole, il pareggio non sarebbe bastato. E fu lì che Paolo Rossi fu pervaso di magia.

Il Brasile di Socrates, Zico, Falcão, Junior e Socrates, tra gli altri, si sentiva già favorito. Proprio quel Brasile che nel 1938 aveva già prenotato l’aereo per la finale, prima di cadere sotto i colpi di Gino Colaussi e Giuseppe Meazza. Nel 1982, la nazionale di Tele Santana cadde invece sotto i colpi di un Paolo Rossi in formato mondiale.

E ai brasiliani quella sua performance, bruciò per anni. Nel 1989, Rossi si recò in Brasile per disputare la Coppa Pelé: «Ero andato lì con la mentalità del turista e mi sono ritrovato a giocare in uno stadio di 35.000 persone con tutti gli occhi puntati addosso: Paolo Rossi, carrasco do Brasil. Il boia del Brasile. Non potevo avvicinarmi alla linea laterale che mi pioveva addosso di tutto, bucce di banana, noccioline, perfino monete, tanto che, alla fine del primo tempo, ho deciso di non rientrare in campo e il clima sugli spalti si è subito placato. Un giorno un tassista, dopo avermi riconosciuto, s’è fermato, ha accostato e mi ha intimato di scendere. Ho dovuto discutere per un po’ prima di riuscire a fargli cambiare idea: mi ha riportato in hotel. Quei tre gol del Mondiale di Spagna, quelli che hanno fatto piangere un intero popolo, non erano ancora stati digeriti, forse non lo saranno mai».

Quella tripletta leggendaria per i nostri colori segnò invece la fine del futebol bailado e viene ancora oggi annoverata tra le “tragedie” del calcio brasiliano. La tragedia del Sarrià è sul podio dopo il Maracanazo e il Mineirazo. Quel mondiale, vinto poi dall’Italia grazie ad altre prestazioni monstre di Rossi, fece riconciliare il popolo italiano con il suo figlio prediletto. Quell’urlo liberatorio di Tardelli è l’emblema dell’uscita del calcio italiano da un periodo nero e della “redenzione” dei suoi calciatori più importanti agli occhi dei tifosi.

Dopo quel celebre mondiale vinto, con la voce equilibrata e, al contempo, euforica di Nando Martellini ad annunciare il trionfo, Paolo Rossi fu anche insignito del Pallone d’oro, il premio massimo per un calciatore europeo. La sua avventura alla Juve fu caratterizzata da problemi fisici, che non gli impedirono di vincere scudetti e coppe europee.

Al Milan giocò solo nell’annata 1985-86, nel tridente Vi-Ro-Ha con Pietro Paolo Virdis e Mark Hateley. Troppo poco. Chiuse la carriera con la maglia del Verona, a soli 31 anni. Una carriera con sole 9 stagioni intere, ma nella quale non solo ha conquistato tutto ciò che c’era da conquistare, ma ha lasciato il segno con gol che rimarranno indelebili nella memoria degli appassionati italiani.

Vincenzo Di Maso