Prima dell’avvento di Pierluigi Collina, Concetto Lo Bello era l’istituzione arbitrale per antonomasia. Ligio, severo, incorruttibile e comprensivo: il fischietto siciliano racchiudeva il modo di essere dei padri di famiglia del passato. Gianni Brera ne ha fatto un ritratto che lascia trasparire un alone di leggenda su colui che veniva definito “il tiranno di Siracusa”.

Un po’ Dionisio, tiranno di Siracusa, un po’ Abd el Karim, pirata saraceno. Alto, possente, i capelli neri ondulati, non crespi, il naso forte, gli occhi vivi, sempre capaci di accendersi d’una luce non proprio bonaria, i baffetti sottili a proteggere una bocca larga e sensuale, tracciata di netto sopra un mento quadrato e volitivo.

Nato per comandare, lo individui sicuro protagonista quando ormai ti sei sbilanciato in un giudizio fin troppo perentorio: hai scritto infatti di lui che è il migliore arbitro del mondo. L’ affermazione è senza dubbio arbitraria (giusto il soggetto al quale si rivolge): chissà quanti nei cinque continenti se la sbrigano bene con il fischietto: ma lui addirittura lo morde: vi soffia come un tornado: corre in scioltezza, buttando i piedi un po’ avanti, secondo lo stile calciato, e cerca in ogni modo di stare dietro all’azione.

Spesse volte capisci che gli debbono dolere gli apici dei polmoni, che il fiatone viene dissimulato con sibili perversi: è quando teme, a ragione, di venire spinto lontano dalla ribalta. Allora è capace di lazzi che Matamoro gli invidierebbe digrignando. I tapini da lui amministrati impettiscono offesi o straniti. Li redarguisce e spintona come fatue comparse.

L’état c’ est moi!, senti che potrebbe ruggire con la sua voce aspra di tiranno. Re Sole si confonde con Dionisio. Abd el Karim mulina la sua sfolgorante draghinassa tagliando teste d’ infedeli come neanche fossero poponi. Finisce che diverte più lui della partita. ÈToscanini o Visconti, Von Karaian o Strehler.

Come pubblico per Longanesi un pimpante manuale di pedate intitolato I campioni vi insegnano il calcio, tra i fischietti campioni scelgo lui, che con insigne modestia redige il suo capitolo affermando le cose più ovvie di questo mondo. Fosse originale, non sarebbe preso sul serio, e l’amico Campanati (che molto stimo) riderebbe di lui prima ancora che di me. Campanati è un signore ligio agli obblighi di questo sacerdozio praticato coi fischi. Il saraceno è armato di lame grevi e ricurve.

Non sopporta l’ombra degli avversari sulla punta dei piedi (espressione mutuata da Italo Pietra, mio illustre amico etnico), figuriamoci un appunto sul suo modo di comportarsi. Così Campanati abbozza e il trionfante Concetto irride al proprio nome codino: è la rogna spagnola a influenzare l’anagrafe siciliana. Concetto da Concezione, ovviamente Immacolata.

Porta senza pudore il suo nome, del quale è sicuramente incolpevole. Pensate alla concezione mentale e perdonate suo padre. Il concetto vi dissi. Non a caso i Pagliacci vengono dati per tradizione con la Cavalleria Rusticana. Gh’è sbaglià ‘l librett, si scusava un mio amico melomane. Certo fa ridere sentir gorgheggiare i protagonisti della veloce e cruda novella verghiana.

Lobello assieme a Coluna, Moore e i suoi assistenti in occasione della finale di Coppa Campioni 1968 tra Manchester United e Benfica tenutasi a Wembley

 

Don Concetto non rientra fra quei sanguigni rurali. La sua fronte bozzuta si corruga, le palpebre si strizzano su occhietti neri e cattivi. Poiché ad esaltarlo sono io, gli avversari mi fanno contropiede. E lui s’indigna con virile acredine. Che ha scritto l’uccello? Povero Aluisinus Avis Columba! Non era certo di non inciamparvi, se a tradimento gli mettevi in corridoio di redazione una palla da calcio: però l’intuito gli aveva dettato il rilievo più facile: l’arbitro non si deve notare: il suo fischio deve vibrare come in astratto sopra la mischia.

E questo siracusano sfacciato prende a prestito le gote di Eolo per soffiare più forte nel suo fischietto… Abd e Karim sguaina infuriato la draghinassa facendola mulinare e lampeggiare nell’aria. Giocando perché indubbiamente gioca anche lui inventa soluzioni di sconcertante genialità. Più lo studi e meglio individui le sue reazioni di despota vistosamente ligio alle norme. Intanto, non aspettarti che rispetti minimamente Milano. Lo esalti, questo è vero, e i tuoi nemici sono anche i suoi.

L’astuto Aluisinus asserisce di voler bene a Rivera per la solidarietà che ha saputo esprimergli il giorno in cui venne a mancare sua madre. Il chimismo degli affetti si traduce in sottili calcoli di tiratura. Tu solo non ne fai, rozzo paesano. Ma don Concetto ci ha la draghinassa inguainata nel siffolo (oh ignobile metafora fischiatoria!).

E poi, come si permette Nereo Rock di sdilinquirsi alle moine del suo fatuo abatino? Rabbrividisco al ricordo. Vedi in quali spilletti astrusi ti caccia l’uomo. Cosa vorrebbe, questo Giannino? Una gragnuola di fischi lo sommerge: e se fa tanto di ribellarsi, pussa via! Nascono fescennini inenarrabili. Abd el Karim corruga la fronte fino a confondere i neri e forti capelli con le sopracciglia del visir saraceno.

I suoi referti hanno da essere all’acido prussico. Il povero e compassato Barbè deve rifarsi sgomento al tariffario dei confessori secenteschi: e buon per noi della parrocchia calcistica che abbiamo un giudice imparziale come un santo. Passano gli anni e noti che il tonitruante Minosse degli stadi è meno spietato quando avvinghia e giudica squadre di altre città, magari un tantinello rivali di Milano.

Una certa domenica, tifando Cagliari, lo aspetti a Torino con la Juventus. Non ho archivio e di ciò mi rallegro perché aver debiti con la memoria mi torna grato.

Ricordo solo che Riva sta calciando in rete un paio di metri entro l’area juventina e non so chi in bianconero oppone i tacchetti secondo che esige spietato cinismo: è un fallo grave e sgradevole, che denuncia pure assoluta mancanza di deontologia professionale (caro Sergio Campana, amico mio: sapranno i tuoi protetti che significa mai?). Istintivo torna gridare al rigore: e un coinquilino malignazzo ironizza pure: Vediamo come se la cava il tuo Tamagno.

HA FISCHIATO subito, il mio divo: niente da dire, ma che decide, il rigore? Qui s’inciela il suo genio: Abd el Karim si pianta sulle solide piote, leva un braccio, dilata indice e medio della destra: deve spiegare: macché regore, ostruzzzione ell’è!: quindi due calci in area.

Tutti immersi nel guano fino al collo, detrattori e devoti. Nessuno può obiettare nulla (e guai se qualcuno si permettesse). Gli juventini si ammucchiano in silenzio davanti al proprio portiere. Greatti e Riva stanno sulla palla. Hanno l’occasione più ghiotta di far propria la partita: uno che alzi palla a cucchiaio, l’altro che spari in fulminea rovesciata.

Immagine di Juve-Cagliari, “la partita dell’anno”

 

Penso questo avendo la mente ben irrorata (sto comodamente seduto): non ci arrivano i due cagliaritani per i quali stravedo: Greatti sfiora palla e Riva ci arriva sopra mazzolando spaventosamente il sinistro: non so chi colga: qualcuno rischia la vita in barriera: la palla rabbiosamente impenna e ricade spenta fra le mani del portiere juventino.

Così Concettissimo nostro s’inchina a don Giovanni onorando il regolamento con una sentenza inventata a tutto genio. Oggi vedrete altri fischiare ostruzione quando un terzino maligno oppone i tacchetti al piede dell’ avversario che sta per colpire palla: in mezzo secolo di pedate, nessuno avevo mai sorpreso in così arduo momento di necessità.

Invero don Concetto era stato un asso. Ancora a Torino vidi arrivare Bigon del Milan in area della Juventus: era gol fatto: Morini era solo e spiazzato: all’ultimo istante si lanciò a mano tesa ed abbrancò l’ avversario per un polso: lo rovesciò come una sedia zoppa: il rigore era così vistoso che pareva inutile invocarlo.

Ebbene, Abd el Karim rifiutò aria allo zufolo: Morini balzò sul pallone, rimasto orfano a terra, e sparò via. Bigon si alzò esterrefatto. Rivera non volle neanche protestare, tanto era smaccato lo scandalo. Deve averlo imitato Rocco, se lui era in panchina. Lo vedo con il mento affondato fra i risvolti del bavero.

Il Milan ottenne un punto e non due come avrebbe dovuto. La sera don Concetto venne invitato in Tv: alla moviola rivide il pateracchio. Scosse il capo, aggrottò la fronte, scoprì denti da tigre e con incredibile franchezza disse: Ho sbagliato. Null’altro ammise. O non si sa che sbaglia anche il prete a dire messa?

Ebbe critiche austere, il disinvolto tiranno di Siracusa, e subito vi fu chi deplorò la sgradevole usanza di mostrare a tutti in Tv le marachelle degli arbitri. Non mi sono mai espresso in proposito: hanno tutti ragione. Penso sempre che gli arbitri siano di gran lunga i migliori di tutti noi, giornalisti, tecnici e pedatori. Sono anche indotto a ridere quando qualche ingegno dei nostri (ve n’ è tanti) esce fuori con la proposta o il rimpianto di un solido professionismo arbitrale.

Lo Bello e Rivera: il rapporto tra i due non è stato proprio idilliaco

 

Se un italiano si riduce a vivere di fischi, capace che vende anche le partite dell’anno seguente. Domanda allora il maligno: E Abd el Karim, che non vede Morini abbrancare per un polso Bigon lanciato in gol?. Risposta altrettanto candida della sua: Don Concetto ha sbagliato. Un arbitro venduto non commetterebbe mai fotte di questa cruda evidenza.

Torno a Torino per un decisivo Juventus-Cagliari. Ai cagliaritani basta un pareggio per vincere il primo scudetto della storia. È la squadra migliore del torneo: lo è da almeno tre anni: finalmente sta per cogliere il frutto più ambito (o retorica oscena). Il Cagliari gioca con il cuore in gola e la Juventus parte all’attacco.

Nicolai infila nella propria porta un traversone di non ricordo chi. Nicolai si chiama Comunardo. A fine stagione andrà ai mondiali in Messico e Ovidio Nasone Scopigno, segreto nipote a Thackeray, dirà con esemplare pacatezza che tutto si sarebbe aspettato, su questa terra, tranne che vedere Nicolai via satellite.

IL CAGLIARI non strozzò Nicolai e Riva fece il pareggio segnando un gol che un amatore di calcio non può dimenticare fin che campi. Ecco come. Corner da destra. Capannello di mischia fra il limite e il tondino del rigore. Riva si apposta fuori dal capannello e la palla, respinta di testa, cade molle verso di lui: Riva la colpisce di ginocchio e supera la mischia: mentre la palla compie la sua lenta parabola, lui aggira la mischia sulla sinistra e d’un soffio riesce a incornare in gol prima che il portiere avversario giunga a metterci mano in uscita.

Non so come sono riuscito a raccontare il gesto di Riva: so che non avevo mai avuto occasione di vedere qualcosa di simile in oltre cinquant’anni di assidue pedate. Ottenuto il pareggio, con quella prodezza a dir poco miracolosa, il Cagliari cercò di rifiatare e Abd el Karim gli inflisse un ingiusto rigore. Protestarono i cagliaritani ma l’arbitro li respinse.

La Juventus tornò in vantaggio e Riva incominciò a pirlare intorno ad Abd el Karim e ad insultarlo come si fa con i più biechi manigoldi. Nonché fermare il gioco ed espellerlo, come era solito fare, don Concetto si elevò altissimo nella stima degli onesti rispondendo a Riva con voce sorda: Corri rrragazzo, corrri.

Poco dopo avvenne che un difensore juventino entrò un poco vivacemente su un cagliaritano ed io gridai: Rigore!. TUTTA LA tribuna dei Thugs, veneranti la dea Kahlì, si volsero stupiti a me, come se fossi improvvisamente impazzito. Guardate dissi. Tornarono a voltarsi e dovettero convenire che Lo Bello aveva fischiato il rigore. Segnò Riva il 2-2 e i Thugs, fra i quali amici come Romanini e Casalegno, non mi perdonarono di scrivere solitamente bene d’un arbitro scandaloso come quello.

Altri Thugs m’insultarono insinuando che preferissi i nuraghe alla mole. Per una volta avevano ragione: ma perché insultarmi? Figlio di puttana!, ebbe la debolezza di ringhiare il centravanti della Jugoslavia al grande Abd el Karim, arbitro delegato a dirigere la finale olimpica di Roma ‘ 60. Abd el Karim aveva occupato la Balcania al pari di tanti turchi vissuti qualche secolo prima di lui: conosceva il croato quanto bastava a capire le bestemmie e gl’insulti.

Fischiò deciso e disse in amabile croato al centravanti della Jugoslavia: Vai fuori, che sei espulso. Lo slavo fece lazzi di sdegno e di dolor. Lo Bello rise da jena: tu non sapevi ch’ io loico fossi.

Da quel momento entrò in crisi con tutto l’Est europeo e il suo fischio divenne implacabile. Io lo vidi maltrattare i russi nel ’66: i tedeschi dell’ovest li misero fuori in semifinale e pagarono questo favore nella finalissima, chiaramente rubata dagli inglesi.

Lo Bello in azioni ai Mondiali del 1966 nel match tra URSS e Germania Ovest

 

Entrambe le finaliste di Londra ’66 avevano falsato i quarti scambiandosi arbitri compiacenti nei confronti con gli argentini e gli uruguagi. Nessuno parlò di latin lunacy riferendosi a Concetto Lo Bello. Il quale arbitrò più di tutti i colleghi ed ottenne riconoscimenti in ogni parte del mondo. Per lui ho tifato come per Riva e per altri campioni del mio sport.

Forse io solo sono riuscito a comprarlo, una sera, la vigilia d’ un Cagliari-Juventus. La situazione del Cagliari era disperata. Io stravedevo per la Sardegna e andai con Arrica a salutare Lo Bello, un amico. L’ arbitro cenava solo in un’ osteria deserta. Quando mi vide si rallegrò molto. Parlammo di caccia e di serie B.

Se domani perde io ebbi la faccia tosta di ipotizzare addio beccaccini. Il domani Longo, vecchio indio dal volto severo, fece secco Combin alla prima entrata. Combin ebbe un astragalo fratturato. Rimase in campo ma la Juve perdette 1-0. I severi dirigenti prebonipertiani deplorarono Combin per scarso attaccamento ai colori sociali.

Fece giustizia la radiografia ma Combin, offeso, se ne andò dalla Juventus. Il Cagliari fu salvo e i suoi dirigenti passarono da Concetto Lo Bello a ringraziare. Nessuno di loro, tranne Arrica, sapeva che tutto il merito era dei beccaccini e dei tordi. Il Concetto vi dissi. Come non voler bene a tanto uomo?