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Duván Zapata, inserito in un contesto in cui la Dea è costantemente portata a poggiarsi sulle sue spalle, ha arricchito il suo bagaglio tecnico, al di là della mera fisicità. Tant’è che viene cercato in continuazione dai compagni. Adesso è sicuramente meno statico. Si muove efficacemente su tutto il fronte dell’attacco.

Ma continua a coprire la palla in maniera professorale. Una sorta di Bignami del ruolo. Idoneo a condensare le nozioni essenziali del centravanti moderno. Spesso raddoppiato da Koulibaly, la mole di palloni che Duván è riuscito a difendere, ha fatto la differenza, creando situazioni di separazione tra i due centrali.

Una giocata che la linea difensiva azzurra ha sofferto tantissimo. Specialmente quando lo sviluppo situazionale dell’azione ha favorito gli smarcamenti in fascia, funzionali all’inserimento dei “quinti” nerazzurri, alle spalle dei terzini partenopei.

Se c’è un rammarico che, teoricamente, potrebbe affliggere l’ambiente partenopeo, è quello di non riscontrare in Milik lo stesso animus pugnandi che alimenta Zapata. Uscito veramente stremato dalla tenzone con i centrali napoletani. Mentre il polacco, neanche sudato, al fischio finale, appare sin troppo fresco di bucato. Si sbatte poco e combatte ancora meno. Limitandosi a fare da sponda con i compagni, nonché a qualche corsa di ripiegamento in souplesse. Un atteggiamento poco reattivo, ai limiti dell’irritante, che risulta ininfluente nell’economia della manovra azzurra.

Zapata Maksimovic hanno dato vita ad un duello rusticano. Tipico di un altro calcio. Magari un po’ demodè. Ma comunque bello da vedere. Entrambi hanno avuto la capacità di esaltarsi, facendo letteralmente a sportellate. Senza, però, mai trascendere o scadere nella scorrettezza gratuita.

Il serbo, consapevole di trovarsi di fronte un altro che non rifugge dallo scontro, non s’è tirato indietro. Anzi. Ha cercato di fermarlo, rimanendogli incollato, evitando che si girasse facilmente. D’altronde, quando Zapata innesta le marce alte, scappando via in progressione, palla al piede, risulta devastante. Quasi immarcabile.

Quando il panterone bergamasco riceve di spalle, sente il marcatore come pochi. Controlla la distanza usando le braccia e riesce a frapporre il corpo tra l’avversario diretto e la palla. Al che, diventa pressoché impossibile sottrargliene il possesso.

Francesco Infranca