La Roma non vince trofei da esattamente 12 anni. La società è passata dai sensi al consorzio statunitense nel 2011. Arrivato tra tanti proclami, James Pallotta, pur investendo, è stato costretto a cedere i migliori ogni anno per risanare il bilancio.

Prima dell’avvento degli americani, la Roma aveva lottato per lo scudetto con l’Inter per due volte, facendoselo scappare in maniera beffarda, prima con Spalletti, poi con Ranieri, rispettivamente nel 2008 e nel 2010.

La prima Roma a stelle e strisce, targata Luis Enrique, ha fatto malissimo. L’esordio con sconfitta contro il Cagliari la disse lunga sulle difficoltà che avrebbe trovato quella Roma. In questi 12 anni senza trofei, Francesco Totti era oramai attempato ma, nonostante ciò, ha dato un contributo importantissimo, tenendo a galla la Roma. Una Roma che ha continuato nella sua collezione di piazzamenti.

Se nel 2008 e nel 2010 era arrivata a un soffio dallo scudetto, negli anni di Pallotta non ha mai dato l’idea di poter insidiare o impensierire la Juve. La miglior Roma a livello di competitività è stata quella del primo anno di Garcia, che aveva iniziato con il botto, ma che si era ritrovata di fronte una Juve di Conte che ha concluso con 102 punti. Anche il 2016/2017 è stato positivo, ma la lotta è stata per il secondo posto. La sfortuna di aver incontrato una compagine decisamente più ricca è palese, ma nell’era Pallotta la Roma non è mai stata una corazzata. E ogni anno, anche a causa dei debiti precedenti, è stata costretta a vendere i pezzi pregiati.

Non è più la Rometta vista ciclicamente nei decenni scorsi, ma una Roma spessissimo nei primissimi posti. Tuttavia la mancanza totale di trofei non può non essere criticata. Ci sono spesso stati contrasti interni e l’ambiente è esploso in più occasioni. Contrasti che hanno impedito alla Roma di poter realizzare un cammino fruttuoso in Coppa Italia. Se in campionato c’era la Juve e in Champions ci sono corazzate (la semifinale nel 2017/2018, seppur estemporanea, è un risultato oggettivamente notevole), in Coppa Italia sono arrivate più volte brutte figure. L’ambiente si esalta facilmente ma, allo stesso tempo, si deprime con facilità ancora maggiore. A ciò si riallaccia il fatto che i dirigenti non sono stati riusciti a portare sufficenti calciatori abituati a vincere.

Adesso tocca vedere se l’era Pallotta sta volgendo al termine. La trattativa con Friedkin, seppur rallentata, non è mai sfumata. Si sta trattando su basi inferiori, ma la luce verde non è da escludere. Serve una proprietà diversa, con un management diverso e con più calciatori dotati di esperienza a certi livelli e abituati a vincere. Con un cambio di proprietà la Roma magari non diventerà una corazzata, ma potrà avere maggiore stabilità e, alla fine di oggi stagione, il DS non sarà costretto a rimodellare la rosa.