Il 27 gennaio 1990, appena 79 giorni dopo la caduta del muro, l’Hertha giocò per la prima volta contro l’Union. Era solo un’amichevole all’Olympiastadion, ma non c’era odio, non c’era violenza, non c’erano soprusi. I tifosi si riunirono assieme, pagando simbolicamente il biglietto d’ingresso in diverse valute, cantando i cori di una città riunificata. Era molto più di una semplice amichevole: era l’inizio di un’unione tra due città che erano divise ma che, finalmente, si erano unite.

L’Hertha vinse 2-1 quel giorno, e le squadre non si sono affrontate fino al settembre 2010 nel primo match ufficiale tra le due compagini dopo la riunificazione. Questo derby unico mise di fronte due squadre che per oltre mezzo secolo hanno condiviso una città ma non un Paese, in una capitale divisa, troppo spesso polarizzata dall’ideologia politica e devastata da sistemi di credenze contrastanti. Hertha e Union si sono incontrate in partite ufficiale solo quattro volte in 52 anni di esistenza fino al ritorno in Bundesliga dell’Union, frutto di una rivalità tra città divise da ideali politici discordanti, e anni di una città lacerata da feroci oscillazioni dello spettro politico.

Mentre Hertha-Union è ancora considerato il principale derby di Berlino, nel periodo in cui il muro era alzato, la rivalità più feroce a Berlino era tra Union e Dynamo, oggi nota come Berliner FC Dynamo (BFC). La Dynamo era la squadra della Stasi, la squadra di Berlino Est e la squadra del partito. Il suo più grande tifoso era il capo della polizia Erich Mielke, un uomo con un potere quasi totale in Germania Est.

Durante gli anni ’70, la migliore squadra della Germania dell’Est era la Dynamo Dresda, che aveva vinto cinque titoli dell’Oberliga, così Mielke costrinse i suoi giocatori a trasferirsi nella capitale e trasformò la BFC Dynamo in una squadra di successo. La compagine vinse 10 titoli di Oberliga. Che le società o i calciatori fossero d’accordo o meno, non era importante: Mielke aveva il potere di portare a Berlino i migliori giocatori della Germania dell’Est. L’influenza di Mielke ha anche portato a una fama di corruzione per la BFC. Gli arbitri venivano corrotti e la squadra vinceva spesso con un rigore allo scadere. I tifosi avversari lasciavano spesso lo stadio 10 minuti prima della fine nel tentativo di sfuggire all’inevitabile scandali.

I tifosi dell’Union disprezzavano il regime comunista e gli infiltrati della Stasi. La loro etica anti-establishment derivava dall’odio feroce per il BFC e per tutto ciò che rappresentava: una rappresaglia contro l’establishment che li ha rinchiusi lontano dall’Occidente. Non solo la BFC ebbe successo, ma la sua ideologia era ciò che aveva diviso la loro città, e la squadra di calcio era l’incarnazione del regime. Questa rivalità si basava interamente sulla divisione politica, un esempio di come il braccio venoso della politica a Berlino si inseriva in maniera così radicale nel calcio.

Una raffigurazione del tifo della BFC Dynamo

 

La Dynamo gioca attualmente in Regionalliga, quarto livello del calcio tedesco, e la sua storia di successi è legata indissolubilmente al regime che la ha finanziata. Come per tutto a Berlino, la cultura del calcio sta cambiando rapidamente. Hertha e Union sono le due grandi squadre di oggi, ma il panorama dietro di loro è in continua evoluzione. Il numero di squadre fondate da minoranze etniche è eccezionale; ci sono club fondati da turchi, il Türkiyemspor Berlin e l’AK Berliner 07, un club ebraico, il TuS Makkabi Berlin, un club polacco, l’FC Polonia Berlin, e un club croato, lo SD Croatia Berlin. Sebbene alcuni di questi club siano stati fondati quasi cento anni fa, si aggiungono al nuovo volto di Berlino, definito dalle diverse etnie di una città un tempo distrutta.

La cultura calcistica di Berlino non ha eguali in Germania, apparentemente divisa e unita allo stesso tempo, dove ci sono cose più importanti del rosso contro il blu. Nessuna città è stata così lacerata nel XX secolo. Era un luogo danneggiato, le cui squadre di calcio non hanno mai avuto la possibilità di prosperare come avrebbero dovuto. Ora si sono riprese e stanno vivendo il loro apogeo.

L’Hertha e l’Union si trovano a metà classifica nella Bundesliga che è in procinto di riprendere. Mentre l’amicizia tra Hertha e Union quando il Muro era in piedi è ben documentata, il futuro potrebbe riservare un diverso tipo di derby, dove le tradizionali divisioni tra destra e sinistra torneranno in gioco. Berlino potrebbe presto avere il suo grande derby, in quanto la città è pronta a conquistare il suo posto nella mappa del mondo del calcio.

Sembra che Berlino sia stata spesso usata come un giocattolo da uomini tirannici in giacca e cravatta che sventolavano una bandiera di colore diverso, che desideravano un pezzo di torta più grande, che non gli apparteneva, per affermare il loro dominio in una guerra che nessuno voleva veramente combattere. A farne le spese sono stati sempre gli abitanti della città: sono stati picchiati, perseguitati, cacciati e sfrattati, mandati in giro come un giocattolo per bambini.

Per i sovietici non era sufficiente che ci fossero confini in tutte le città. Avevano bisogno di un ostacolo permanente e inamovibile per alterare per sempre la storia di una città e di un Paese e per ingabbiare i cittadini che sentivano quella città come la loro. Quei cittadini innocenti a cui era stata negata la loro città, e spesso la loro squadra, per un quarto di secolo.

È impossibile che questo immenso tumulto non influenzi l’intera psiche della popolazione di una città. I berlinesi sono ormai un collettivo, una comunità che fa di tutto per unirsi e per riunirsi come città. Che si tratti di Union o di Hertha, la gente sembra definire sé stessa prima attraverso la propria città, e poi attraverso la propria squadra. Berlino viene prima di tutto, i colori vengono dopo.

 

Qui trovate la prima parte del nostro racconto.