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Quanta demagogia in Lega Calcio

Che la Serie A sia ferma al palo è una questione, di per sé, abbondantemente sviscerata.

Come al solito, quando l’oggetto del dibattito ristagna sulla data precisa quando si potrà ufficialmente tornare a giocare, occorre riflettere, sull’atteggiamento ondivago tenuto in seno alla Lega Calcio, da proprietari assortiti e dirigenti vari.

E cavillare, per l’ennesima volta, sulla spaccatura insita tra i 20 plenipotenziari delle squadre che rappresentano il massimo campionato.

Appare innegabile che qualche presidente, avvezzo a muoversi nel sottobosco dei palazzi del potere, continui a spingere direttamente, o attraverso interposte persone, affinchè la politica, quella accomodata sugli scranni della maggioranza, piuttosto che all’opposizione, fermi tutto. Minando così la presunta compattezza, sbandierata pubblicamente, in seno all’Assemblea.

Far saltare la stagione, per salvarsi dal fallimento

L’obiettivo è ovvio. Salvare la stagione sotto il profilo sportivo. Magari cristallizzando una classifica che allo stato attuale dell’arte, vedrebbe la sua squadra ben lontana dal target stabilito in precampionato.

Nonchè, sgravare notevolmente i conti della società. Il bilancio verrebbe alleggerito, evitando di pagare gli emolumenti ai calciatori, e sfruttando la cassa integrazione per tutti gli altri lavoratori. Soprassedendo poi sulla minaccia, nemmeno tanto velata, fatta pervenire alle tv, per ottenere l’ultima rata dei famigerati diritti televisivi.

Se osserviamo la questione asetticamente, con una abbondante dose di cinismo, potremmo aggiungere che tali comportamenti non sono neppure tanto gravi.

Anzi, sono insisti nelle struttura stessa della Lega Calcio. Che è un’assemblea sui generis, sotto molti aspetti. I cui interessi, almeno in apparenza, dovrebbero essere congiunti. In teoria, infatti, dovrebbe cercare di affrontare i problemi che inibiscono gli interessi comuni. E di conseguenza, assumere decisioni tendenzialmente funzionali al bene collettivo.

Interessi troppo differenti per convergere

In verità, al suo interno convive uno squilibrio, capace di generare un’insoddisfazione trasversale in tutti i suoi associati, tra la dimensione marcatamente sovranazionale di un paio di membri ed il resto del movimento.

Da una parte ci sono la Juventus e l’Inter. Società dalla spiccata proiezione industriale ed economica, che trascendono i confini nazionali e toccano i mercati globali. Entrambe si muovono su un piano operativo che si intreccia vorticosamente con contesti politici e finanziari, dove si contendono la vasta comunità degli investitori e degli sponsor.

Dall’altra, una miriade di realtà medie e piccole, che compongono il resto del campionato. Condannate a fare i conti con una dimensione finanziaria abbastanza limitata, tale da renderle incapaci di oltrepassare la soglia della mera sopravvivenza, sportiva ed economica, spesso e volentieri si affidano alla gestione delle alleanze giuste. Del resto, di quanto siano abili Udinese, Genoa e Sassuolo a muoversi in una realtà talmente squilibrata, ne sono piene le cronache di mercato. Con un effettivo vantaggio, in termini tecnico-tattici. Oltre che un evidente ritorno sul piano squisitamente contabile, attraverso la realizzazione di lucrose plusvalenze. Fatte, nonché fatte realizzare alla controparte dell’operazione.

Il perenne equilibrio che ispira la Lega Calcio

In condizioni del genere, appare evidente quanto sia complicato il lavoro di quelle squadre che sono nella terra di mezzo – per esempio, Napoli, Roma e Lazio -, perennemente in equilibrio nella complessa architettura dell’italico pallone. Specialmente a queste società è richiesto un acume non indifferente nell’amministrazione del potere, che suggerisce, di volta in volta, alleanze da stringere e nemici da sapersi scegliere.

Sullo sfondo, sempre presente, ma un pochino in disparte, giusto per mantenere un profilo basso, la politica. Che, a seconda della convenienza e del momento storico contingente, sceglie tempi e modalità attraverso i quali influenzare concretamente il calcio italiano nelle sua globalità.

Francesco Infranca