Nella tarda serata del 27 aprile 1993, un aereo stava sorvolando Libreville. A bordo del de Havilland Canada DHC-5 Buffalo dell’Aeronautica Militare dello Zambia c’erano 18 calciatori della nazionale dello Zambia, quattro membri dello staff tecnico, il presidente della Federazione calcistica dello Zambia, un funzionario pubblico, un giornalista e cinque membri dell’equipaggio. Si misero in viaggio da Lusaka, la capitale dello Zambia, e si stavano recardo a Dakar, dove lo Zambia avrebbe affrontato il Senegal per le qualificazioni ai Mondiali.

Con la Coppa del Mondo che avrebbe avuto luogo negli Stati Uniti l’anno successivo, i Chipolopolo erano in lotta per qualificarsi al torneo per la prima volta della storia. Dopo aver vinto il gruppo H sopravanzando il Madagascar per la differenza reti, lo Zambia avrebbe dovuto affrontare Marocco e Senegal nei turni successivi.

Ciò che è successo mentre l’aereo stava sorvolando capitale del Gabon è ancora oggi oggetti di diatribe. Un rapporto gabonese pubblicato nel 2003, 10 anni dopo, sostiene che il motore di sinistra prese fuoco, e che nel tentativo di spegnere l’incendio il pilota spense il motore sbagliato, a causa di una spia di avvertimento difettosa. L’unica cosa certa è che l’aereo precipitò nell’Oceano Atlantico appena ad ovest della capitale del Gabon, uccidendo tutti a bordo, in una delle più gravi tragedie del calcio mondiale. Una tragedia annunciata, come vedremo nel prosieguo dell’articolo.

 

Filippo Maria Ricci in Scusate il ritardo, Racconti di calcio africano, scrive: “Quella che si era appena consumata si stava già profilando come una tragedia assurda ed evitabile. Ciò che seguirà saranno inchieste lunghe e inutili (il governo dello Zambia impiegò 10 anni per completare il proprio rapporto sull’accaduto), polemiche internazionali (lo Zambia accusava il Gabon per il ritardo nei soccorsi e nella gestione dell’inchiesta), solidarietà popolare e scarsissima gloria economica per le famiglie delle vittime. Nemmeno una lira dalla CAF, la confederazione continentale”,

Il 4-0 all’Italia e la figura di Kalusha Bwalya

Era la nazionale dello Zambia più forte di sempre e, con la vetrina di USA ’94, avrebbe potuto affermarsi come una delle migliori nazionali africane di tutti i tempi. Nel 1998, alle Olimpiadi di Seul, lo Zambia aveva rifilato quattro palloni alla nostra nazionale. Non fu una di quelle partite strane, con gol in contropiede ed errori degli avversari. Lo Zambia travolse gli azzurri, dominando sul piano atletico. Kalusha (Bwalya è un cognome così comune in Zambia, che è universalmente conosciuto con il suo nome di battesimo) è stato il grande protagonista di quella compagine, un attaccante tecnicamente dotato e potente. A 20 anni è stato avvistato da uno scout belga e ceduto dalla sua squadra locale, il Mufulira, al Brugge Cercle e poi, dopo le Olimpiadi, al PSV Eindhoven. Quel trasferimento gli salvò la vita.

Soffermandoci su quella partita, il risultato così netto fu dovuto alla maggior abitudine dei calciatori dello Zambia a giocare con caldo e umidità, mentre la nostra nazionale boccheggiava. Quell’Italia era di ottimo livello, potendo vantare calciatori del calibro di Tacconi, Tassotti, Ferrara, Virdis, Carnevale, De Agostini, calciatori che hanno vinto scudetti e coppe e/o sono stati protagonisti al Mondiale 1990. Gli azzurri furono tramortiti dalla tripletta di Kalusha e da un gol di un altro Bwalya, Johnson. Proprio Johnson, che giocava in Europa, fu uno dei giocatori a non perdere la vita in quell’incidente, perché non salì su quell’aereo, giocando in Europa.

Nel 1989 Bwalya si era, appunto, guadagnato il passaggio al PSV Eindhoven. In Olanda ha avuto modo di giocare sotto la direzione del compianto Sir Bobby Robson e al fianco di Romário, ed è lì che visse i due più grandi momenti salienti della sua carriera, vincendo l’Eredivisie nel 1991 e nel 1992. Bwalya è stato uno dei pochi membri della nazionale zambiana a giocare fuori dall’Africa. Si sarebbe recato in Senegal separatamente dal gruppo della nazionale. Questo non solo gli avrebbe salvato la vita, ma gli avrebbe anche fatto vincere la più grande sfida della sua carriera: guidare una nuova nazionale zambiana.

Lo sviluppo del calcio nello Zambia tra mille difficoltà

Gli anni ’80 avevano visto notevoli investimenti in questo sport sia da parte del governo che dell’industria del rame nazionalizzata, stimolati dal fatto che il presidente, Kenneth Kaunda, amava il calcio. Molti politici utilizzano il calcio come mezzo di propaganda, ma la sua passione era genuina.

Ha governato lo Zambia per 27 anni, ma alla fine degli anni ’80 l’economia era un disastro. Lo Zambia fu costretta a ritirare la propria candidatura per ospitare la Coppa delle Nazioni Africane del 1988 a causa della mancanza di fondi e Kaunda fu sconfitto alle elezioni del 1991. Quando le miniere di rame passarono in mano a privati, i finanziamenti per il calcio cominciarono a prosciugarsi.

Kenneth Kaunda, in primo piano

 

I viaggi per le partite in trasferta divennero sempre più difficili, con la federazione nazionale (FAZ) che non disponeva dei fondi per noleggiare aerei o addirittura per pagare i posti a sedere sugli aerei passeggeri. Spesso si rivolgeva all’Aeronautica Militare dello Zambia e chiedeva in prestito un jet. La povertà non era dovuta solo a circostanze economiche. Nell’agosto del 1992, poco prima delle qualificazioni ai Mondiali, il presidente della FAZ, Jabes Zulu, e il membro della federazione Wilfrid Monani furono sospesi dopo che furono reputati colpevoli dalla sparizione dei fondi ottenuti per un tour in Corea.

Lo Zambia vinse le prime due partite nella prima fase di qualificazione ai mondiali del 1990, ma poi affrontò un viaggio in Madagascar. Come spesso accadeva, finirono per prendere in prestito un Buffalo dalla ZAF. Quando si fermarono a fare rifornimento in Malawi, ci fu una disputa sul pagamento. Dopo ore in cui rimase bloccato sulla pista, l’aereo alla fine ripartì per un viaggio di cinque ore sull’Oceano Indiano. Il pilota insistette affinché i calciatori indossassero il giubbotto di salvataggio. Questi ultimi ci scherzarono su, e Johnson Bwalya scattò qualche foto spensierata, ma c’era la consapevolezza che non c’era molto da scherzare. “I ragazzi”, ha poi affermato Kalusha, “dicevano sempre: “Questo aereo un giorno ci ucciderà”.

Lo Zambia perse quella partita, che portò all’esonero di Samuel Nhdlovu come CT. Tornando in patria, volando con il Buffalo, da una partita qualificazione alla Coppa delle Nazioni delle Mauritius, il giovane attaccante Kelvin Mutale parlò con la giornalista Beauty Lupiya, dicendole che anche se l’aereo fosse precipitato sarebbero stati al sicuro perché lui avrebbe galleggiato. Eppure l’aereo faticava a guadagnare quota e il viaggio non fu tranquillo, a testimonianza dello scarso stato di manutenzione del velivolo.

Una settimana dopo, i giocatori salirono nuovamente sull’aereo per disputare partita contro il Senegal. Kalusha e Charles Musonda dell’Anderlecht avevano saltato la partita contro le Mauritius e si erano diretti da soli verso l’Africa occidentale. Il comandante dell’aereo, Feston M’hone, voleva volare da Lusaka a Brazzaville, poi passare per Libreville e Abidjan prima di arrivare finalmente a Dakar. Il numero di fermate che voleva effettuare denota la sua inadeguatezza a pilotare un aereo. Ci fu, come spesso accade, un ritardo, perché, in quanto mezzo militare, al Buffalo fu negato il permesso di attraversare lo spazio aereo congolese.

Il “Cimitero degli eroi”

 

Si decise quindi di volare fino a Libreville. Il Buffalo atterrò e fece rifornimento. Secondo il ministro dei trasporti gabonese, il velivolo fu sottoposto controlli di routine e poi decollò di nuovo. Due minuti ripartì, uccidendo tutti e cinque i cinque membri dell’equipaggio e 25 passeggeri. Che il Buffalo galleggiasse o meno era irrilevante. Mutale, allora 23enne, fu tra le persone decedute. Morirono sei membri della squadra olimpica del 1988, tra cui il portiere Efford Chabala. Così come il 19enne Moses Chikwalakwala, che aveva vinto il premio come Calciatore dell’anno dello Zambia nel 1992.

Si diceva che l’aereo fosse stato abbattuto dall’esercito gabonese, scambiandolo per una forza nemica. Le relazioni diplomatiche tra il Gabon e lo Zambia andarono in frantumi, nessuno dei due Paesi voleva pagare per un’indagine. Gabon e Zambia si resero protagonisti di uno squallido scambio di accuse. Essendo un aereo militare, non esisteva un registratore di volo con scatola nera. Alla fine, nel 2003, fu pubblicato il rapporto ufficiale. Era inconcludente, ma dava la colpa a un difetto del motore di sinistra.

Il nuovo Zambia

Kalusha divenne il fulcro di una nuova squadra, che divenne nota come Chipolopolo, i proiettili di rame. Una nuova squadra riuscì a radunarsi sotto due allenatori danesi e poi con l’ex giocatore del Sunderland, Ian Porterfield. Kalusha segnò una rete nel pareggio in Zimbabwe, con la quale lo Zambia si qualificò alla Coppa d’Africa. La nazionale lottò per qualificarsi ai mondiali, ma contro il Marocco fu sfortunata. Due volte lo Zambia colpì il palo, e le proteste per l’arbitraggio di Jean-Fidel Diramba (guarda caso, del Gabon) furono veementi.

“Gli insulti contro il Gabon – scrive il Times of Zambia – continueranno ad andare per tutto il tempo che i ricordi dell’incidente e il sorriso beffardo, quasi trionfante, di un arbitro di nome Diramba, indugeranno nella mente dello Zambia”.

C’era ancora la Coppa d’Africa del 1994. Lo Zambia era impressionante, sembrava avere lo slancio dei tempi d’oro. La squadra raggiunse la semifinale e sconfisse il Mali per 4-0. Ma la Nigeria di Sunday Oliseh, Rashidi Yekini e Jay-Jay Okocha era troppo forte e vinse la finale nel 2-1. Da allora quella nuova generazione non ha ottenuto grandi risultati. Lo Zambia ha poi vinto una Coppa d’Africa solo nel 2012.

Kalusha ha giocato fino ai 37 anni, ma nel 2004 ha segnato un gol su punizione nel match contro la Liberia, da allenatore-giocatore. Ora è presidente della FAZ. “La gente non può fare a meno di pensare a quello che questa nazionale sarebbe potuto essere”, ha detto Kalusha. “Eravamo una squadra che credeva nei propri mezzi, che voleva raggiungere la Coppa del Mondo ed era pronta a farlo. Vogliamo assolutamente raggiungere ancora qualcosa“. Lo vorranno fare nel ricordo di quegli eroi, il cui sogno è sepolto in mezzo al mare…

 

Vincenzo Di Maso