La Figc vuole ripartire

La Figc sta cercando in tutte le maniere di provare ad uscire dal tunnel nel quale s’è infilata, a causa della pandemia. Del resto, non più tardi di tre giorni fa, il presidente federale, Gabriele Gravina ha confermato la posizione dell’organo che controlla e gestisce la piramide calcistica italiana: “Il campionato arriverà in fondo. Il calcio ripartirà insieme all’Italia”.

All’orizzonte, però, si profilano una moltitudine di problemi. Non solo strettamente connessi al Coronavirus. È innegabile, infatti, che ad angustiare il calcio italiano, nella sua globalità, dal vertice fino alla base, quella rappresentata dagli amatori e dal settore giovanile, c’erano diverse criticità. Ben prima che il Covid-19 paralizzasse l’attività agonistica.

E’ innegabile che l’italico pallone stia andando incontro ad un periodo estremamente difficile. Complicato, per le dinamiche, assai eterogenee che si troverà ad affrontare. Indubbiamente cruciale, considerando quali e quanti nodi gordiani verranno metaforicamente al pettine.

Scontro frontale tra Coni e Figc

Effettivamente, della sfida all’O.K. Corral tra il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e la Lega Calcio nessuno ne sentiva il bisogno. Il virtuale conflitto a fuoco in cui si sono fatti coinvolgere, novello Wyatt Earp, affiancato dai fratelli e dal pistolero Doc Holliday, opposto alla banda Clanton-McLaury, ha infiammato il dibattito relativo a tempi e modi di ripresa della Serie A.

Neanche fossimo a Tombstone, il fatto stesso che il pallone, prima o poi, dovrà ricominciare a rotolare, ha generato un putiferio inimmaginabile.

Pare anche che, dopo le parole al veleno pronunciate da Malagò, e la replica stizzita della Lega, attraverso un comunicato, il numero 1 dello sport nazionale si sia sentito telefonicamente con Gravina. Una chiacchierata dai toni tutt’altro concilianti.

Sempre lo stesso, il pomo della discordia: la volontà di portare a termine la stagione. Concludere, almeno, la Serie A. Dopo, a pioggia, qualora ne sussistessero le condizioni, permettere anche alla cadetteria ed alla Lega Pro di tornare a giocare.

Arduo gestire il nodo dei diritti televisivi

Effettivamente, gli argomenti a supporto della sua tesi, Gravina li ha articolati senza mezzi termini. Il vincolo contrattuale che lega indissolubilmente tutti i presidenti della Serie A a Sky stabilisce una riduzione dei diritti televisivi erogati alle società, proporzionale al numero di partite non giocate.

A meno che, sia ben inteso, lo stop non venga imposto da una causa di forza maggiore. Quella sancita solennemente nel decreto della Presidenza del Consiglio.

Nell’ottica di fare chiarezza, il Governo non ha imposto che non si possa ricominciare ad perpetuum. Bensì, che per giocare adesso, ed almeno fino al 4 maggio, non sussistano le condizioni sanitarie di sicurezza. Tali da giustificare la ripresa dell’attività.

In soldoni, sostanzialmente quello che Gravina ha rinfacciato a muso duro a Malagò, il calcio si troverebbe a dover rinunciare a circa trecento milioni di euro.

Alla fine della giostra, decide sempre il Governo

Decisamente un dissenso strisciante e neppure tanto velato, di cui non si sentiva proprio il bisogno. Una nota stonata rispetto alla drammaticità del momento contingente che sta attraversando il genere umano. Peccato che sia l’ennesima testimonianza della miopia che affligge molti dei protagonisti che gravitano attorno al pianeta calcio.

Dove, palesemente, non c’è un intento comune, da perseguire in maniera congiunta e solidale. Al contrario, ciascuno degli attori continua a muoversi autonomamente, guardando ai propri interessi, personalissimi o ristretti alla categoria istituzionale che rappresenta.

Chiaramente, pur essendo, a livello nazionale, il quarto comparto industriale per fatturato, idoneo a garantire all’Erario, attraverso varie tasse e imposte assortite, oltre 500mila euro di gettito fiscale, la Federazione non potrà arrogarsi il diritto di fare scelte autonome. Decidere da cosa astenersi, rispetto a quello che sarà legittimo fare.

D’altronde, un primo paletto l’ha già piantato il Ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, subordinando il ritorno ad una pseudo normalità soltanto alla scadenza del Dpcm, in vigore attualmente sul divieto di ogni attività: “La data che ho sempre indicato, quella del 4 maggio, è da confermare, quando avremo la certezza che sarà possibile. Ma è una data che spero di poter mantenere, rigorosamente ed esclusivamente per allenamenti a porte chiuse”.

Per concludere, lo scontro tra il presidente federale, Gravina, ed il numero 1 del Comitato Olimpico Nazionale, Malagò, è solo l’ultimo tassello di una lotta senza quartiere tra apparati istituzionali.

Peccato che, invece di azzuffarsi, manco fosse una rissa in chissà quale sperduto saloon, del Far West, costoro siano deputati a fare ben altro.

Francesco Infranca