Eccoci con la seconda parte del nostro racconto su un tecnico  “visionario” e innovatore che risponde al nome di Valeriy Lobanovskyi. Nella prima parte abbiamo passato in rassegna i suoi inizi e la sua fruttuosa collaborazione con Anatoly Zelentsov per dare vita a un metodo di analisi scientifico applicato al calcio. Ma Lobanovskyi sfruttava più elementi dello scibile umano…

La filosofia applicata al calcio

“I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”, scriveva Karl Marx nelle sue Tesi su Feuerbach. Valeriy Lobanovskyi, l’inimitabile allenatore della Dinamo Kiev e dell’Unione Sovietica negli anni ’70 e ’80, sembra aver preso a cuore questa idea. C’erano elementi di marxismo nell’approccio di Lobanovskyi al calcio: il tecnico ucraino predicava l’importanza del collettivo rispetto alle individualità. E parlava spesso dell’influenza della filosofia occidentale sulle sue idee. “Tutti gli allenatori del mondo ritengono che la cosa più difficile di tutte è la leadership degli uomini”, affermò. “Hanno ragione, ma sanno che leggere le opere filosofiche può essere di aiuto?”.

Lobanovskyi non era come gli altri allenatori. Era erudito e studioso; cercava di mettere da parte l’emozione intrinseca del calcio per dare vita a qualcosa di più meccanico, più costruito. Questo non vuol dire che Lobanovskyi fosse una persona fredda e senza emozioni. Tuttavia pur ammirando i giocatori creativi e tecnici, si approcciava all’arte pedatoria da una prospettiva quasi cinicamente analitica, portando con sé il suo background scientifico.

Fin da giovane, era chiaro che Lobanovskyi non voleva limitarsi solo ad avere successo nel calcio. Voleva cambiare questo sport per lasciare un segno indelebile. Da calciatore, a 22 anni ha vinto il titolo sovietico con la Dinamo, ma non si è accontentato di crogiolarsi nella gloria. Questo era tipico di Lobanovskyi. Cercava di intellettualizzare il calcio in Unione Sovietica. Lo Stato era stato attraversato da un’ondata di sviluppo scientifico e Kiev fu il motore principale. Fu nell’attuale capitale ucraina che nel 1957, quando Lobanovskyi aveva 18 anni, aprì il primo istituto cibernetico. Sei anni dopo, a Kiev, fu sviluppato il primo prototipo del computer moderno.

Era naturale allora, data la sua formazione, che Lobanovskyi si avvicinasse al calcio come se fosse una scienza. Per lui il calcio era oggettivo. Il suo amore per questo sport lo rese inizialmente conflittuale, riluttante a decostruirlo in una serie di diagrammi ed equazioni. Ma non vedeva altra strada.

Le prime tecnologie applicate dal Colonnello ai suoi metodi di lavoro

 

Nelle convocazioni della nazionale dell’URSS per i Campionati Europei del 1988, Lobanovskyi utilizzò metodi scientifici, come quelli che abbiamo citato alla fine della prima parte del nostro viaggio nei meandri dell’approccio del Colonnello, per scremare la rosa da 40 a 20 calciatori. Nonostante la derisione da parte dei media per alcuni di questi metodi, l’URSS arrivò in finale, dove perse al cospetto della fortissima Olanda di Marco van Basten, Ruud Gullit e Frank Rijkaard, squadra che aveva sconfitto battuto nelle fasi a gironi.

Collettivo e rigore i cavalli di battaglia

Alla base dei principi calcistici di Lobanovskyi c’era proprio il metodo olandese. Rinus Michels era stato il pioniere del concetto di Calcio Totale negli anni Settanta, famoso in tutto il mondo, che ruotava intorno a un sistema di pressing senza palla. I calciatori erano considerati universali in termini di gioco posizionale. Questo era fondamentale per l’atteggiamento che Lobanovskyi impartiva alle sue squadre: ogni giocatore poteva inserirsi in qualsiasi posizione, in modo che l’utilità per il collettivo diventasse più importante dell’individualità.

Nel suo libro Behind the Curtain, Jonathan Wilson ricorda un momento rivelatore durante una partita della Dynamo Kyiv in Champions League contro l’Arsenal, quando i giornalisti inglesi cercarono di identificare uno dei giocatori di Lobanovskyi. “Ricordo lo spaesamento mentre cercavamo di identificare il biondo che aveva messo in mezzo un cross da sinistra. ‘Georgi Peev’, suggerì, leggendo il suo numero di maglia e confrontandolo con la formazione. ‘Non può essere, è il terzino destro’, ma era proprio così…”.

Mentre si potrebbe arrivare fino alla notte dei tempi per arrivare a capire chi è stato il responsabile ultimo della natura intercambiabile proprio di questo stile di gioco universale (chiamatelo Calcio Totale, tiki-taka o gegenpressing o come volete), si può dire che il genio rivoluzionario di Lobanovskyi è esemplificato dalla sua ostinata insistenza, nonostante i detrattori in patria. Igor Rabiner è un noto scrittore e giornalista di calcio russo cresciuto sostenendo la squadra più popolare dell’Unione Sovietica, lo Spartak Mosca, e descrive la rivalità che è stata caratterizzata dalla mentalità opposta di Lobanovskyi rispetto a quella di Konstantin Beskov, il tecnico dello Spartak.

“Nell’estate del 1990 ho fatto un viaggio lungo il fiume Volga e ho incontrato un ragazzo della mia stessa età di Kiev”, ha scritto su The Blizzard. “Per due settimane abbiamo discusso tutto il giorno di ciò che è più importante nel calcio: prestazioni spettacolari (lo stile di gioco dello Spartak) o puro risultato (lo stile di gioco Dinamo), un esteta del calcio come Beskov o un matematico rigoroso come Lobanovskyi”.

Questo dibattito prese piede in tutta l’Unione Sovietica tra i sostenitori. Il fatto che nel periodo in cui Dinamo vinse 17 importanti trofei, lo Spartak vinse solo 3 campionati sovietici e una sola coppa, ma ottenne comunque un seguito più ampio e diffuso, la dice lunga.

Il successo dell’intero processo non dipendeva però solo dall’ideologia. I calciatori maggiormente idonei ad adattarsi al gioco erano fondamentali così come le attrezzature specifiche e la tecnologia per porre in atto le strategie, ma tutti questi elementi richiedevano qualcos’altro: il denaro. Negli anni ’80, l’economia era in uno stato terribile. Lo stipendio medico di un dirigente nel settore pubblico era di 40 dollari al mese, ma misteriosamente i giocatori della Dinamo Kiev guadagnavano oltre 1.000 dollari al mese e la maggior parte di loro guidava una Mercedes.

Perché i calciatori della Dinamo avevano guadagnato così tanto per gli standard ucraini? In Unione Sovietica i club calcistici erano controllati dallo Stato. Ad esempio, la Dinamo Kiev era gestita dal Ministero degli Interni, il che significava che il club non poteva controllare il flusso di entrate sottoscrivendo accordi di sponsorizzazione. Kuper spiega in Football Against the Enemy come il leader del Partito Comunista ucraino negli anni ’80, Vladimir Scherbitsky, fosse un appassionato tifoso al quale il club elargì come “regalo” uno stravagante palazzo. In cambio, Scherbitsky convinse il suo amico Igor Ligachev a fare pressione sui suoi colleghi del Politburo (l’organo dirigente del partito comunista sovietico) affinché facesse diventare la Dinamo Kiev una squadra professionistica.

Lobanovskyi e Shevchenko negli anni ’90

Il lato economico

Questo portò all’abitudine di creare joint venture con aziende occidentali, le quali erano esenti da imposte, dato che la Dinamo Kiev era tecnicamente ancora un club sportivo. Queste nuove società, dove il club era obbligato a mettere solo una piccola parte della liquidità, potevano fatturare tra 1,5 e 2,5 milioni di dollari al mese. Alcuni boss mafiosi erano stati chiamati in causa per salvaguardare le società in cambio di una fetta della torta. Chissà cosa sarebbe successo in epoca Fair Play finanziario.

Lobanovskyi lasciò il club un anno dopo che la Dinamo Kiev divenne un club professionista, nel 1989, attratto dai petroldollari di Emirati e Kuwait. Il denaro è sempre stato una parte importante della sua carriera, sia direttamente che indirettamente. Ed era uno speculatore anche come tecnico. Nella sua prima avventura alla Dinamo perseguiva una mentalità difensiva che portava la squadra a rinculare dopo aver segnato il primo gol, per poi chiudersi. Ai suoi occhi, il fine giustificava i mezzi.

Tempo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, furono sfruttate scappatoie per massimizzare il capitale usando banche straniere per depositare denaro contante per evitare di pagare le imposte. Kuper riferisce di un autista inviato a Berlino con oltre 2 milioni di dollari in contanti nel retro della sua auto, raccontando poi delle licenze del club per l’esportazione di parti di missili nucleari, nonché di due tonnellate d’oro all’anno e altri beni di valore che venivano garantiti attraverso la corruzione. Ciò avveniva in un periodo in cui l’Hryvania ucraina veniva introdotta come nuova valuta e i dollari valevano di più.

Anche sul fronte del calcio, gli affari erano in pieno boom. I giocatori venivano trasferiti all’interno dell’Unione Sovietica a basso costo e poi venduti a prezzi molto più alti. Oleksandr Zavarov, per esempio, si trasferì alla Dinamo a titolo gratuito dallo Zorya Lugansk nel 1984, e fu venduto alla Juventus per 3 milioni di sterline quattro anni dopo.

Gli affari si estesero ai tentativi di partite truccate nel 1995, quando la Dinamo affrontò il Panathinaikos in Champions League. L’arbitro spagnolo, Antonio López Nieto, segnalò il club ucraino alla UEFA, che lo squalificò per tre anni dalla competizione continentale. La squalifica fu poi ridotta a un anno in quanto era ritenuta troppo penalizzante per lo sviluppo del calcio ucraino. Sebbene Lobanovskyi non fosse al comando della Dinamo all’epoca, era un malcostume di cui era ben consapevole.

Tra URSS e Dinamo Kiev

E Lobanovskyi poi tornò in scena, accettando l’incarico come nuovo tecnico della Dinamo nel 1997. La preparazione fisica dei suoi giocatori richiedeva una forma fisica impeccabile, e a volte li spingeva oltre il limite, ma coloro che resistevano erano integrati nei valori fondamentali del sistema. Non sorprende il fatto che l’Unione Sovietica si sia resa conto dei vantaggi dati dalla tecnologia applicata al calcio utilizzata dal tecnico di Kiev e gli abbia fatto replicare tutto ciò alla guida della nazionale.

Negli anni ’80 la federazione sovietica acconsentì al doppio incarico per il Colonnello e molto presto la rappresentanza dei giocatori ucraini (in primis della “Dinamo”) aumentò notevolmente. In una della sue prima partite alla guida dell’URSS negli anni ’80 Lobanovskyi scelse l’intera formazione titolare della Dinamo per affrontare la Turchia in un match di qualificazione al Campionato Europeo, e contro la Repubblica d’Irlanda qualche mese dopo, ma non ripeté più l’esperimento. I giocatori di altri club rimasero interdetti a causa del lavoro fisico e dalle rigide istruzioni imposte loro da Lobanovskyi. Nel 1983, il tecnico ucraino fu destituito da CT dell’URSS a causa della protesta dei calciatori di altre zone sovietiche contro i suoi metodi di allenamento.

Lobanovskyi alla guida dell’URSS negli anni ’80

 

Eduard Malofeyev fu scelto come CT per sostituire il Colonnello dal 1984 al 1986. Lo stile di gioco del bielorusso, che puntava molto sull’estetica, si scontrò severamente con l’ideologia della Dinamo, proprio come lo Spartak di Beskov, che piaceva alla folla. Tuttavia, pur attirando moltissimi ammiratori dal punto di vista estetico, non portò al successo materiale, e nel 1986 Lobanovskyi fu richiamato alla guida dell’URSS.

Data la sua richiesta di controllo completo sui giocatori e sul loro sviluppo, non solo nei periodi in cui giocava la nazionale, è assolutamente sorprendente che sia riuscito ad essere CT dell’URSS per così tanto tempo. Lobanovskyi si era prefissato di lasciare un’eredità tangibile al calcio sovietico e alla Dinamo Kiev. Alla guida di quest’ultima, ciò era decisamente più fattibile, grazie al suo status e alla sua capacità di instillare una vera e proprio cultura di gioco durante tutto l’anno. Quando tornò dalla sua pausa mediorientale, Lobanovskyi trovò un mondo diverso rispetto a quello che aveva lasciato.

La seconda avventura alla Dinamo Kiev

Gli effetti successivi delle connessioni politiche della Dinamo alla fine degli anni Ottanta hanno fatto sì che il club fosse ancora un’istituzione potente, ma i giovani in arrivo stavano iniziando a cambiare i loro atteggiamenti. Lobanovskyi non aveva il controllo completo attraverso la sua aura come era solito fare, anche se poteva godere dell’ultima generazione di grandi giocatori tra cui Andriy Shevchenko, Serhiy Rebrov e Oleg Luzhny, che hanno aderito religiosamente ai suoi metodi.

Mentre Rebrov è tornato alla Dinamo da assistente tecnico nel 2009, prima di assumere il controllo della prima squadra dal 2014 al 2017, ben poco è rimasto della filosofia impartita dal Colonnello nella sua seconda avventura alla Dinamo.

Nel contesto attuale, dato il mercato ben più aperto aperto e competitivo che permette ai giocatori di trasferirsi più liberamente, non è detto che Lobanovskyi avrebbe avuto sufficienti margini per trasmettere le proprie idee. Tuttavia una cosa è certa: i suoi approcci pionieristici hanno lasciato un segno indelebile nello sport, in quanto i suoi metodi sono stati seguiti da allenatori come Ottmar Hitzfeld, Louis van Gaal, José Mourinho o André Villas-Boas. E per tutte le richieste che ha fatto agli altri, un’eredità è stata tutto ciò che Valeriy Lobanovskyi ha chiesto al calcio. Valeriy Lobanovskyi desiderava lasciare un’eredità al calcio e, a giudicare dai risultati, ci è sicuramente riuscito…

Uno scorcio della statua di Lobanovskyi

 

È difficile non rimanere affascinati da Lobanovskyi. Vecchi filmati dell’allenatore, nei suoi anni più giovani, mostrano le sue idiosincrasie, la sua capacità di comunicare con un gruppo di giocatori e di istruirli. Le sue mani sventolavano come se stesse eseguendo una performance da mimo. Era il direttore d’orchestra, il regista; gli mancava solo una bacchetta.

Lobanovskyi è deceduto nel 2002, all’età di 63 anni, ma la sua influenza non è diminuita. Dopo la sua morte, si è tenuto in Ucraina un funerale di Stato, nel corso del quale l’allora presidente Leonid Kuchma lo ha salutato come “uno dei principali edificatori dell’Ucraina indipendente”.

Il suo lavoro aveva trasceso il calcio e proprio per questo ha raggiunto il successo finale. Non ha semplicemente vinto trofei, ma ha dato un contributo, ha lasciato un segno. Ha cambiato il calcio.

Come ha osservato profondamente un personaggio nell’ultima serie di Westworld: “Si vive tanto a lungo quanto l’ultima persona che si ricorda di noi”. Per il suo contributo allo sviluppo del calcio, Valeriy Lobanovskyi non sarà dimenticato a breve.

Vincenzo Di Maso