Dialogare con tutti per ricominciare a giocare

Non bastava la diatriba in seno alla Lega tra alcuni dei suoi personaggi più eminenti, sulle strategie da percorrere, affinchè si possa portare a termine il campionato. Sempre che, chiaramente, non sussista alcun tipo di pericolo. Ed il rischio di contagio per i tesserati sia pressochè azzerato.

La polemica a distanza con il Presidente del Coni, Giovanni Malagò, rischia seriamente di alimentare la mancanza di dialogo tra tutte le componenti del sistema calcio, piuttosto che sedimentarle.

Nel frattempo che si torni ad una pseudo normalità, consentendo di riprendere gli allenamenti, seppur con tutte le dovute accortezze igienico-sanitarie del caso, ottemperando a quanto stabilito dalla commissione medica istituita dalla Figc, presieduta dal dottor Paolo Zeppilli, l’assemblea dei presidenti di Serie A continua a dialogare con il sindacato giocatori.

L’Assocalciatori ha mostrato una certa apertura, palesando disponibilità a rinunciare alla mensilità di aprile. Ma per gli azionisti di riferimento dei club, è ancora troppo poco. Chiedono uno sforzo suppletivo. In soldoni, che i calciatori spingano le loro rinunce fino a maggio. Visto e considerato che giugno è il mese più oneroso, per le società.

Insomma, tutti sembrano voler lavorare nella stessa direzione. Con ritrovato senso di responsabilità, funzionale a superare le divergenze ed i personalismi. In nome del bene comune: la salvezza del calcio italiano.

La Lega non prescinde: si gioca a porte chiuse

La domanda, tuttavia, sorge spontanea: ma ai padroni del vapore, dei tifosi, quelli che ogni maledetta domenica assiepano le gradinate, interessa davvero qualcosa?

La risposta più logica sarebbe orientata verso la negazione assoluta. Quella che teorizza, senza mezzi termini, uno scorcio di realtà alternativa, con gli stati desolatamente vuoti. Insomma, quel che resta ancora di campionato e Coppe europee, da disputare rigorosamente a partite chiuse.

Senza alcun rispetto nei confronti dell’utente finale, l’assemblea che organizza ed amministra il vertice della piramide calcistica italiana, ha smosso mari e monti pur di riprendere l’attività agonistica. Magari, la logica suggeriva che la Lega Calcio, in combutta con la Federazione, ricominciasse a far rotolare il pallone, con il pubblico sugli spalti.

In sostanza, si facesse coincidere l’apertura dei cancelli, con la revoca del lockdown. Non fosse altro che, in ossequio alla dottrina postulata dal calcio “moderno”, chi va allo stadio non è più considerato un fan. Ovvero, un sostenitore di una squadra. Bensì, rientra nell’alveo dei customers. Parlando potabile: i clienti. Quelli che fruiscono di un servizio, dietro il pagamento di un corrispettivo in danaro.

Beh, al riguardo, verrebbe da dire: cosa c’è di più sbagliato e anti-commerciale, che erogare un servizio, senza poter gratificare, al contempo, i propri clienti…

I tifosi sono un orpello, le tv invece…

Appare evidente che ormai i presidenti, assuefatti all’orgiastica messe dei diritti televisivi, considerino i tifosi uno scomodo accessorio. Se non, addirittura, un noioso problema secondario, del quale farebbero volentieri a meno. Necessario, ma da tollerare. Surrogando le presenze sulle tribune con il famigerato “stadio virtuale”.

Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Poiché la voce relativa agli abbonamenti ed ai biglietti staccati al botteghino per ogni singolo evento, incide talmente poco nel computo totale dei ricavi, quando gli azionisti di riferimento chiudono il bilancio d’esercizio dei club, da considerare questi introiti veramente marginali.

Questo modo di interpretare il business connesso al calcio, de facto, ha derubricato i tifosi a inutili orpelli scenografici. Al pari dell’ombrellino colorato, che abbellisce il bicchiere, mantenendo inalterato il gusto del cocktail.

Un retaggio del passato. Quando il campionato si giocava soltanto la domenica. Le gare, tutte allo stesso orario. E le pay tv erano ben al di là da profilarsi all’orizzonte. Bastava semplicemente sintonizzare la radiolina, per rimanere costantemente aggiornati su parziali e risultato finale. Le scommesse, poi erano una chimera. Almeno quelle legalizzate. Perché i players che bancavano a quel tempo, certamente non avevano la concessione governativa!

Così, quella che una volta era pomposamente definita dai telecronisti sportivi, la cornice di pubblico, capace di fare da cassa di risonanza alla partita, adesso è diventato un mero vezzo estetico. Tra l’altro, facilmente aggirabile, con sediolini multicolori, abili nel riprodurre uno sgargiante effetto pixellato. Ottimo per le riprese televisive, e poco altro…

Per la Lega, lo spettacolo deve continuare

A conti fatti, lo spettacolo deve andare comunque avanti. E se rugby, pallacanestro e volley hanno deciso di mettere un punto fermo ai loro campionati, la Serie A – quarta industria nazionale per fatturato, capace di garantire oltre 500mila euro di gettito erariale ogni anno, sotto forma di imposte varie e tasse assortite -, questo lusso non può permetterselo.

Fermarsi equivarrebbe a far scoppiare il sistema, al pari di una bolla di sapone.

A quel punto, le uniche due o tre società forti, quelle direttamente o indirettamente governate da gruppi industriali radicati nel mercato globale, avrebbero la strada spianata per tornare a sponsorizzare il mai sopito progetto di Superlega sovranazionale, modello NBA, traslando i loro interessi economico-finanziari dal campionato, ad una competizione d’elite, in grado di garantirgli ricavi in linea con i massicci investimenti.

Francesco Infranca