Serie A, prevalgono egoismo e mancanza di progettualità

Poche idee. Tutte confuse. Questo è lo scenario che si profila all’orizzonte della Serie A, ogni qual volta il tema della discussione ha come oggetto la ripresa del campionato.

Si procede a tentoni. Le ipotesi al vaglio della Lega Calcio sono tante. Forse troppe. La verità è che in seno all’organo che controlla ed amministra il massimo campionato non c’è alcuna progettualità condivisa.

Del resto, non potrebbe essere altrimenti, visto e considerato che l’assemblea nella quale si riuniscono in assise i presidenti, per sua stessa essenza, obbliga alla convivenza forzata, realtà assai diverse e variegate tra loro. Ciascuna con un interesse personalissimo da perseguire.

Così, le esigenze di pochi continuano a prevalere su quelle generali. La mortificazione del bene comune è diventata la mentalità dominante. Offrendo l’immagine dei proprietari che da tempo hanno rinunciato alla mission di soddisfare gli interessi del sistema calcio, inteso nella sua globalità.

Un colpo di spugna sui fallimenti stagionali

Appare evidente il maldestro tentativo portato avanti da qualcuno, per tentare di cassare con un netto colpo di spugna, magagne varie ed errori assortiti, commessi prima che la pandemia paralizzasse l’intera attività agonistica.

Con un senso pratico, che sfocia nell’opportunistico cinismo, si fa a gara per tirare acqua al proprio mulino. Qualcuno lo fa per non retrocedere. Altri per vedersi assegnato, magari in virtù di chissà quale sacrosanto diritto a divinis, non maturato sul campo, un fruttifero posto in Champions League. Stendendo un velo di pietoso silenzio, poi, sui più meschini. Quelli che si disputano lo Scudetto di cartone, da cucirsi sulle maglie.

Tralasciando, almeno momentaneamente, qualsiasi considerazioni sull’etica di certi personaggi, il calcio italiano non dovrebbe assolutamente avere bisogno di chi, senza alcuna vergogna, tira acqua al proprio mulino. Imputridendo la credibilità del campionato. Sfruttando il momento contingente per non pagare alcune mensilità ai calciatori. Oppure, ancora più pragmaticamente, cercando di tagliare i costi di gestione, scaricando l’onere della crisi esclusivamente sui dipendenti più deboli: magazzinieri, massaggiatori, segretari e collaboratori di ogni specie e varia natura.

Una opportunità, piuttosto che una iattura

Ragionando con lucida freddezza, si potrebbe anche concludere che questa crisi è una meravigliosa opportunità, qualora quei dirigenti che hanno provato a riavvolgere all’indietro il nastro della Serie A, decidessero di togliere il disturbo.

Onestamente, dell’ingombrante presenza di chi, in odore di default finanziario, ha cercato di evitare la cristallizzazione della classifica pre-Coronavirus, sottraendo la propria squadra ad una posizione finale non allineata con investimenti, aspettative ed ambizioni, il sistema stesso potrebbe farne a meno.

Francamente, sono troppi quegli azionisti che, con ogni mezzo, hanno palesato un bieco provincialismo, facendo pressioni o stringendo alleanze, funzionali a indirizzare le scelte dei Governi – quello istituzionale e quello calcistico – per disegnare un orizzonte mendace, ricco di pregiudizi, lievitati con il mero tornaconto personale. Alimentati dalla propria piccola sfera di influenza.

Fondare la Serie A su princìpi diversi dal passato

Di tutti costoro, la piramide calcistica italiana non dovrebbe  sentirne la benchè minima mancanza o nostalgia, qualora si facessero finalmente da parte. Logorati da una prospettiva nebulosa, teoricamente assai recessiva, dal punto di vista economico. Con i bilanci perennemente in rosso, aggravati dalla pressochè certa mancanza di liquidità circolante, nel prossimo futuro.

Al contrario, purtroppo, il sistema, di questi masnadieri, che gravitano attorno al business dei ricavi derivati dai famigerati diritti televisivi, piuttosto che sentirne la mancanza, li cerca come un assetato nel deserto anela un goccio d’acqua fresca.

A causa loro, veri bucanieri che sguazzano nel mare magnum della “contabilità creativa”, costantemente alimentata da plusvalenze reali oppure più o meno fittizie, l’italico pallone continuerà a rotolare nel fango.

Nonostante la pandemia suggerisca un’inversione di tendenza. Orientata verso altri princìpi ispiratori.

Le soluzioni ci sono. A tifosi e investitori l’ultima parola

Più etica, meno speculazione finanziaria. Puntare con convinzione sui vivai. Tagliare radicalmente i costi superflui, affinchè si possa veramente garantire la mutualità e l’assistenza reciproca. La sostenibilità del sistema calcio passa, per forza di cose, anche attraverso la rimodulazione dell’intera piramide. Senza che i sindacati (Assocalciatori e Assoallenatori) si mettano di traverso, per tutelare i loro assistiti. Perché, non nascondiamocelo, la riforma di tutti campionati determinerebbe, a pioggia, una notevole perdita di posti di lavoro.

Insomma, le ricette per tirarsi fuori dalla melma ci sarebbero. A questo punto, però, il quesito più difficile da risolvere è un altro. Tifosi e investitori gradirebbero questa prospettiva, che ha tutta l’aria del ridimensionamento?

Francesco Infranca