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Dopo le critiche mossegli la scorsa settimana e dopo le parole a inizio commento, Allegri ha deciso di sfidare a singolar tensione dialettica Lele Adani.

Le parole di Allegri che stanno facendo discutere sono queste: “Con l’Ajax lo ripeto, abbiamo subito 4 ripartenze e non il gioco dell’Ajax. Più giocatori di qualità hai in campo, più la palla gira meglio” e “Far l’allenatore non è fare gli schemi tattici, stanno diventando tutti teorici. Io sono un pratico. Adani sei il primo che legge i libri e di calcio non sai niente, non hai mai fatto l’allenatore, sei lì dietro e non sai cosa succede. Ora parlo io e stai zitto, sono l’allenatore che ha vinto sei scudetti, quindi stai zitto”.

Allegri ha vinto sei scudetti con la Juve, ma non ha diritto a promuovere il suo verbo come verità assoluta. Il discorso è semplice.

In primo luogo vincere cinque scudetti (con la Juve, si intende) con una società che fattura il doppio delle altre e che gli ha messo a disposizione ogni anno una squadra sempre più competitiva è assolutamente un obbligo. Non basta inoltre vincere, ma bisogna portare avanti un processo di crescita. I modi di Adani possono non essere condivisibili, ma Allegri ha ribadito gli stessi concetti nel giro di pochi giorni, affermando che “in poltrona sono tutti Champions”.

In molti hanno, con cognizione di causa, asserito che Allegri è uscito perché il suo gioco calcolatore e conservatore ha avuto la peggio rispetto a un gioco propositivo. Il tecnico toscano non è uno che va all’arrembaggio, spesso subisce anche contro avversari meno forti, per poi venire fuori alla distanza con cambi tattici e, soprattutto, giocate dei campioni. Allegri va criticato per non aver sfruttato al massimo i calciatori messogli a disposizione. Abbiamo parlato delle differenze in termini di erro rispetto a Guardiola Manchester City non ha un Chiellini, ad esempio. Vero che il centrale toscano è mancato contro l’Ajax e con lui probabilmente sarebbe cambiato molto, ma in una rosa così ampia è d’uopo trovare un piano B. La fase difensiva della Juve ha spesso funzionato, ma sono bastate un paio di assenze in rosa per andare in difficoltà. Allegri, a differenza di Guardiola, non ha dato un gioco propositivo e ha puntato sugli equilibri, soprattutto difensivi, cosa che si imputa al tecnico catalano, ma appena è venuto meno un tassello dell’ingranaggio, è saltata l’intera struttura.

Allegri aveva affermato: “Sabato abbiamo la possibilità di vincere l’ottavo scudetto consecutivo, abbiamo vinto la Supercoppa e da 5-6 anni siamo nelle prime 8 d’Europa. Valutazione complessiva positiva ricordando da dove è partita la Juve”. La Juve è ripartita da Calciopoli troppo tempo fa per proferire queste parole. Dalla costruzione dell’Allianz Stadium, la società ha spiccato il volo e certi risultati sono frutto degli investimenti della proprietà e della competenza dei dirigenti. Gli scudetti sono un obbligo per chi è alla guida di una Juve che ha ben altra rosa rispetto alle rivali. E vanno considerati come un obiettivo scontato. Pertanto, in campionato Allegri non ha fatto che il proprio dovere. Gli vanno riconosciuti, piuttosto, enormi meriti per le due finali di Champions, ottenute rispettivamente nel 2015 e nel 2017.

Quest’anno la Juve gli ha acquistato Cristiano Ronaldo, il pallone d’oro in carica, che ha integrato una squadra già formidabile. Qualcosa non ha funzionato in termini di gestione. Allegri era stato bravissimo negli anni delle due finali di Champions, così pure nel 2016 quando era andato a dettare legge a Monaco di Baviera incartando Guardiola. Quest’anno sono stati commessi errori oggettivi, all’insegna del “Chi propone avanza, chi specula esce e torna a casa”. Non è stata sbagliata una sola partita in Champions, ma la Juve ne ha perse ben 4, di cui due nel girone contro il derelitto Manchester United di Mourinho e i dopolavoristi dello Young Boys. Pertanto, non si è trattato di un match storto isolato. E la campagna di Allegri non è nemmeno lontanamente paragonabile a quelle degli anni in cui è arrivato in finale.