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Arturo Diaconale, portavoce della Lazio, ha parlato all’Ansa: “La Lazio prende le distanze da queste manifestazioni che non c’entrano niente nello sport e che invece rientrano in una logica politica. Non bisogna mescolare i due piani, altrimenti si fa quello che stanno facendo alcuni media: non è vero che i laziali sono nostalgici fascisti. Fare tutta di tutta l’erba un fascio, è mentalità fascista”. Diaconale ha aggiunto “se i buu razzisti ci sono stati, sono stati sopravanzati dal resto del pubblico e l’arbitro non ha sentito nulla”. “Noi siamo parte lesa, i danni di queste minoranze ricadono sulla società e sui tifosi”, “la stragrande maggioranza dei tifosi laziali non accetta questi episodi”.

Parole sicuramente condivisibili. Troppo spesso, per liquidare in maniera frettolosa e superficiale i motivi che sono alla base del progressivo e costante svuotamento degli stadi italiani, si trascura il problema dello strisciante razzismo, preferendo evidenziare, invece, le “classiche” ed abusatissime rogne, tipo la crisi economica ed il caro biglietti, piuttosto che la preponderanza delle pay tv – che in talune circostanze sfocia in vera e propria prepotenza – e dello stadio virtuale sulla passione vissuta dal vivo.

Tuttavia, il fenomeno non è così semplice da analizzare. Anche perché la palese sottovalutazione del deriva razzista da parte di tutti coloro i quali, a vario titolo ed a vario livello dovrebbero invece contrastarla, è evidente, nonostante in tanti (forse troppi…) facciano a gara per stemperarne gli effetti nefasti su tutto l’ambiente.

Quanto possa essere superficiale ed inadeguata la risposta di Federazione, Leghe ed Associazioni di categoria trova la sua spiegazione ed il suo fondamento su molteplici motivi.

Purtroppo il ministro Salvini fa orecchie da mercante: «Ho letto l’intervista a Leonardo che chiedeva la sospensione della partita dell’altra sera. I cori di qualche imbecille non si fermano con la sospensione delle partite, ma grazie al 99% dei tifosi che è educato rispettoso». «Che un dirigente di una squadra prestigiosa come il Milan si attacchi alla sospensione delle partite e faccia polemiche con gli arbitri, da tifoso, da italiano e ministro mi sembra bizzarro».

Orbene, quello che i falsi moralisti della domenica sera, i benpensanti radical chic da salotto televisivo ed i fortemente miopi, per interessi personali o di categoria, non hanno compreso appieno è che, almeno in questo preciso momento storico, se il nostro campionato vuole davvero tornare ad essere quello che è stato a cavallo tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90, non basta ritrovare l’uguaglianza competitiva.

Intesa come necessità di elevare all’ennesima potenza il livello qualitativo medio di squadre e giocatori, cosicchè la corsa allo Scudetto possa essere nuovamente emozionante, invece che appassionare ed esaltare sempre la Vecchia Signora, vicinissima ormai all’ottavo titolo consecutivo di Campione d’Italia.

C’è bisogno di una profonda rivoluzione culturale affinché la Serie A venga considerata un format vendibile, in Italia e all’Estero, capace di suscitare l’appetibilità di sponsor, televisioni e investitori vari.

E questa rivoluzione passa prima di tutto per la necessità di isolare i razzisti.Qualsiasi tipo di razzista, però: quello che si ritiene ariano, in quanto bianco e conseguentemente sente fortissimamente l’esigenza di offendere con irridenti suoni onomatopeici un calciatore di colore per un’ora e tre quarti, per il semplice motivo che, per il colore della sua pelle, lo stesso calciatore sembrerebbe poter essere accomunato ad una scimmia. Ma anche – se non, soprattutto – lo strisciante razzismo di chi considera la propria origine geografica migliore di quella dell’avversario.

Non esistono discriminazioni di serie A e serie B. Solo pensarlo, è esso stesso sinonimo di discriminazione. E se tutte le componenti del Sistema Calcio ritengono meritevole di massima tutela gli atti di intolleranza razziale, sarebbe il caso di domandarsi finalmente perché, al contrario, l’odio geografico e territoriale venga trattato ancora alla stregua di semplici manifestazioni di goliardia…